Per noi che lo abbiamo vissuto sulla soglia dell’età adulta e per quelli più giovani di noi, l’11 settembre ha finito col rappresentare quello che per i nostri nonni poteva essere l’8 settembre, inserendosi nel calendario delle date che dovrebbero accomunarci come fondamento culturale, scandendo l’anno con i rintocchi di eventi più o meno traumatici, comunque sempre di rottura e discontinuità con il passato. Una data-chiave, insomma: uno di quei giorni dopo cui niente può continuare a essere come prima. Ovviamente, nel caso di ricorrenze di questa portata in modo particolare, è facile scadere nella retorica spiccia. Le reti TV imbastiscono l’ennesima replica dello spettacolo visto e rivisto un numero imprecisato di volte, i giornali gareggiano per coinvolgere i lettori nella corsa a ricordare dove fossimo quel giorno del 2001, cosa stessimo facendo, cosa abbiamo provato.

Io ricordo alla perfezione dove mi trovavo quando fui raggiunto dalle prime avvisaglie della tragedia e dove finii dopo, in cerca di informazioni su ciò che stava accadendo. Ricordo i colori di Roma, quel giorno, e ricordo il calore di un pomeriggio di fine estate appiccicato addosso.

Ma non credo che questo sia così importante. Non come quello che è seguito.

Nei giorni, nei mesi, negli anni successivi. È lì che è maturata la consapevolezza di ciò che era accaduto. Ricordo l’aumento improvviso delle misure di sicurezza nelle stazioni romane, i titoli dei giornali che andavano a ruba appena scaricati nelle edicole, le dichiarazioni irresponsabili del governo italiano sul rischio attentati nel nostro Paese, il rincorrersi delle ipotesi complottiste sulla rete, lo smarrimento persistente di punti di riferimento stabili. E poi le discussioni sull’opportunità delle guerre, prima in Afghanistan e poi in Iraq, e i reportage da Kandahar e da Baghdad, le bombe daisy cutter e le armi al fosforo bianco su Falluja, i giornalisti embedded e i giornalisti rapiti e uccisi, Abu Ghraib e Guantanamo.

Per farmi capire meglio, voglio condensare questa esperienza attraverso una lettura-chiave, parlando di un fumetto made in USA, di quello che forse è il simbolo americano per eccellenza nel mondo Marvel: Capitan America, per gli aficionados Steve Rogers.

In realtà, leggendolo me ne sono fatto l’idea e rileggendolo in questi anni sono andato convincendomene sempre di più, se nel nostro immaginario fosse stato dato più spazio a questo eroe e alle mutazioni che ha subito in questi anni (ribellione e sua eliminazione inclusi), il mondo in cui viviamo non avrebbe potuto che essere migliore. Anche se non ci sono dubbi che, considerando come s’erano messe le cose subito dopo la fatidica data del 2001, avremmo potuto ritrovarci oggi in un mondo decisamente peggiore.

L’avventura di cui voglio parlarvi s’intitola in maniera emblematica L’avversario ed è una miniserie del 2002 scritta da John Ney Rieber e illustrata da John Cassaday. Prende fatti recentissimi e di portata epocale e li rielabora con una consapevolezza e una lucidità che hanno dello stupefacente, che sicuramente potrebbe impartire una lezione di grazia ed efficacia a tanto giornalismo nostrano e non solo.

Questa, è bene rimarcarlo, è stata la prima storia di Capitan America che mi sia capitata tra le mani (era il 2006). E si apre con Steve Rogers nei suoi panni da civile che scava tra le macerie di Ground Zero, cercando di rendersi utile dopo essersi scoperto del tutto impotente di fronte alle proporzioni e alla fulmineità della strage. È un supereroe che cerca di ritrovare la via, per sé e per il suo popolo. Ma sette mesi più tardi, nella domenica di Pasqua, un paesino sperduto nel cuore della provincia profonda viene preso d’assalto da un gruppo di terroristi. Come un aereo nemico abbia potuto sganciare bombe a frammentazione su una cittadina situata a trecento miglia nello spazio aereo americano è un mistero che non tarda a colpire Cap, che malgrado abbia rifiutato di partire per Kandahar su cortese invito di Nick Fury, adesso si lascia reclutare e spedire in missione sul posto. Arrivato a Centerville, tuttavia, Capitan America si ritrova ad affrontare una minaccia assolutamente non convenzionale: per cominciare, i terroristi hanno utilizzato delle bombe sviluppate da mine americane per attentare alla vita di duecento ostaggi; in secondo luogo, la scelta non è affatto casuale, avendo preso come bersaglio un luogo il cui principale serbatoio di collocamento è rappresentato dalla vicina fabbrica di mine antiuomo; in terza battuta, il comitato di benvenuto riservato a Cap è costituito da un manipolo di ragazzini-cyborg, sopravvissuti all’esplosione di mine antiuomo, contro cui ovviamente il nostro supereroe non può sfoderare le sue tecniche da combattente definitivo.

Uno dei ragazzini prende comunque coscienza delle intenzioni di Cap e non ostacola la sua corsa contro il tempo per liberare gli ostaggi. Nell’azione Cap è costretto a uccidere il capo dei terroristi, ma subito dopo, davanti alle telecamere, sveste la maschera e dichiara:

Voglio… devo dire qualcosa alla gente. Ora come ora, non vedo guerra. Vedo odio. Vedo uomini e donne e bambini che muoiono perché l’odio è cieco. Cieco abbastanza da ritenere un’intera nazione responsabile per le azioni di un singolo uomo. Io non posso accettarlo dopo quello che ho visto oggi. Non è stata l’America a uccidere Faysal al-Tariq. Sono stato io.
Mi chiamo Steve Rogers. Sono un cittadino degli Stati Uniti d’America. Ma non sono l’America. Il mio Paese non ha colpa per quello che ho fatto. Ho ucciso io Faysal al-Tariq. La responsabilità e il fallimento sono miei.

E in una manciata di battute Capitan America racchiude e distilla tutta la vastità del proprio personaggio e del proprio ruolo nella continuity fumettistica e nell’immaginario del mondo da questa parte dello specchio. Capitan America, caso unico tra gli eroi della Casa delle Idee, ha un’importanza che trascende le sue scelte e le sue azioni: la sua importanza è intrinseca, connaturata alla sua essenza, gli deriva dal simbolo che incarna e non dalla forza che esprime. È il Sogno Americano, l’idea che ogni uomo nasca libero e abbia diritto a conseguire la felicità per la via terrena che si sceglie. E difatti, in partenza per la prossima tappa nella sua personale lotta contro l’odio e il terrore, Cap attraversa in moto le strade degli States, incrociando diversi scorci di realizzazione più o meno compiuta di questo sogno: i fuochi del 4 Luglio, una villa nei suburbi, una moglie affettuosa e dei bambini che si divertono in giardino.

Il monologo che accompagna queste immagini fa scopa con il monologo che chiude uno dei film più importanti sulla New York post-11 settembre, e forse il più bello: La 25a Ora di Spike Lee, tratto dal romanzo omonimo di David Benioff. Guardate la scena, quindi proseguite pure con la lettura del post.

Ne L’avversario leggiamo (ed è utile rimarcare che film e fumetto risalgono entrambi al 2002):

Avresti potuto avere una casa. Potresti essere lì ora. In una piccola casa bianca. Su una stradina soleggiata. Nessuno che ti spara dei missili. Sapresti chi sono i tuoi amici… Ascolteresti i bambini dei tuoi vicini gridare, attorno all’annaffiatore del giardino. Mentre lei si abbronza. La donna che ami. Quella che ti ama. La guarderesti e lei guarderebbe te, e ti sorriderebbe. E sapresti che anche lei se lo chiederebbe. Quanto sarebbero belli, i bambini che vorreste crescere. Potevi avere questo. Potevi avere tutto. Potresti sentire l’odore della griglia accesa dai tuoi vicini, adesso… Non quello della tua carne che brucia.

E invece, tutto quello che è concesso a Steve Rogers, è una corona di spine. Non è nemmeno più un supereroe, dopo essersi tolto la maschera. Ha compromesso il suo anonimato e la propria funzione per lo S.H.I.E.L.D., “in nome di un gesto morale” come sentenzia contraddetto un dirigente dell’organizzazione controspionistica. Ma se non i suoi superiori, qualcuno tra i suoi concittadini ha capito la valenza del gesto. Sono un soldato e un uomo che non risparmia la lezione a suo figlio: “È solo un eroe. In molti potrebbero fare quello che fa lui se solo ci importasse abbastanza. E se ci impegnassimo”.

E queste parole vanno al di là della convinzione di Cap che sia sufficiente aggrapparsi al Sogno (“Non c’èbisogno di viverlo” si ripete mentre rischia la vita sotto il fuoco nemico), perché ci riportano alla sua funzione originaria. E a questo punto, alle origini del nostro mondo, decide di tornare Steve Rogers. Che non a caso si dirige a Dresda, triste bersaglio di uno dei più tragici bombardamenti strategici della Seconda Guerra Mondiale, operato dagli Alleati tra il 13 e il 14 febbraio 1945, radendo al suolo la città in un vortice di fuoco e massacrandone la popolazione inerme.

È il primo passo verso l’elaborazione degli errori commessi nel passato. Ed è da qui che comincia la strada verso il futuro, l’unica che possa risparmiargli gli ostacoli degli sbagli che hanno sempre comportato un prezzo solo ed esclusivamente per la gente comune.

Non mi dilungherò sulla storia, che merita di essere letta. È una storia che inserirei di diritto tra le letture dell’obbligo nell’immaginaria biblioteca della memoria della mia ipotetica scuola ideale. Un’avventura capace di aprire gli occhi del lettore, nell’età giusta.

A distanza di cinque anni dall’inizio della guerra in Afghanistan, questa è stata la lettura giusta per me. Da sostenitore prammatico dell’attacco tardivo, sono diventato con il tempo contrario a un attacco consapevolmente tardivo, gestito come fumo negli occhi dell’opinione pubblica e di tutto l’Occidente. Non a caso, di mezzo ci sono state la lettura di Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut e la scrittura di “Viaggio ai confini della notte”, il racconto con cui mi aggiudicai nel 2005 il premio Robot. Entrambi ruotano intorno a una scena-chiave ambientata a Dresda la notte del bombardamento.

Oggi, a dieci anni dall’attacco, è importante soprattutto ricordare le cose che ci hanno fatto crescere e i punti di svolta. A dimostrazione di due cose: che la storia deve insegnarci qualcosa, sempre; e che non è mai troppo tardi per cambiare. Quindi, se i vostri sentimenti verso l’11 settembre 2001 restano gli stessi di dieci anni fa, per me può voler dire solo due cose: o eravate nel giusto fin da allora, oppure questi dieci anni non vi hanno insegnato granché. In entrambi i casi, non avete avuto bisogno di celebrare la ricorrenza, come non ce l’ha avuto chi ha capito qualcosa di nuovo nel corso di questo decennio. Ovvero che la memoria si propaga e perpetua giorno per giorno. E che è lo strumento necessario per contrastare la diffusione senza quartiere dell’odio.

Qualunque forma assuma, dopotutto il ricordo più efficace resta - purtroppo - quello che nasce dal dolore.