Io non so se la classe operaia ha un suo paradiso ad attenderla. Di sicuro, dopo aver spinto sempre più famiglie sotto la soglia della povertà, si sta facendo di tutto per rendere un inferno la vita in terra dei lavoratori dipendenti, sia nel settore privato che in quello pubblico, per una volta senza distinzioni né favoritismi. Per la situazione che vedo intorno a me ogni giorno, posso considerarmi fortunato: contratto a tempo indeterminato, salario garantito, massima attenzione alla sicurezza sul lavoro. Eppure sento che qualcosa che non va deve esserci, se a 5 anni da una laurea conseguita con il massimo dei voti non posso ancora permettermi di fare lo straccio di un piano a media scadenza, e come me molti altri. Se guardandomi intorno vedo laureati brillanti intrappolati nella routine dei lavori a tempo determinato, delle collaborazioni gratuite, dei corsi di formazione forzati, degli impieghi temporanei sottoqualificati e sottopagati; se vedo amici costretti a ingannare il tempo davanti a un bar; se persone di indubbio valore sono costrette a fare la via crucis delle agenzie interinali, per scoprire che il loro nominativo è utile solo ad allungare la lista dei contatti dell’ufficio, aumentandone la reputazione presso i clienti. Se un governo vara una manovra finanziaria senza capo né coda e la modifica 3 volte nel giro di due settimane, arrivando a includere nel testo tutto e il contrario di tutto fino alle modifiche costituzionali, tutto questo dopo aver ripetuto a oltranza che la crisi era un’invenzione della solita gente che vuol male al Paese.

Ecco, questo è un Paese che secondo me ha bisogno di darsi una regolata. Dopo esserci fatti rubare il futuro sotto il naso, stiamo lasciando che il futuro lo rubino anche alle generazioni che verranno, con uno strascico culturale, politico e sociale da cui sarà difficile riprendersi in tempi brevi. E per troppo tempo penso di essere rimasto alla finestra a guardare, in attesa di veder passare nel fiume il corpo del Nemico. Penso che almeno per me sia giunto il momento di dire basta: sono stanco che altri si accollino il lavoro sporco, nella consapevolezza che la loro lotta è giusta e potrebbe/dovrebbe portare un miglioramento anche della mia condizione e della gente che mi sta intorno.

Siamo tutti sotto ricatto: se non personalmente, lo vediamo nelle facce degli amici, dei parenti. E a questo punto diventa una questione di diritti e di dignità, di coscienza e di valori. La logica del dominio impostaci da un’egemonia culturale e politica scriteriata e dissennata ha prosciugato il bacino dei sogni e delle speranze lasciandoci di fronte all’orizzonte desolato di un futuro zero: ridotto ai minimi termini, e forse nemmeno più quelli. Sarebbe anche ora che ci riprendessimo quello che ci spetta. E se verrà il momento, io voglio essermelo guadagnato con le mie mani. E se invece così non dovesse essere, non sarà certo stato un sacrificio in più ad avermi cambiato la vita.

Non so se lo Sciopero Generale indetto dalla CGIL sortirà qualche effetto. Ma pur senza riconoscermi in questo sindacato, oggi mi sono sentito in dovere di prendervi parte. Ero un numero, certo. Lo sono sempre stato e lo saremo sempre, tutti. Ma la teoria del caos insegna che a volte bastano gli infinitesimi per produrre esiti di portata catastrofica. Questa volta la catastrofe è proprio ciò che andrebbe evitato. E se forse è troppo sperare che anche qui da noi si giunga a una presa di coscienza sul modello islandese (come legittimamente evocato su HyperHouse), sono decisamente stanco di assistere al vecchio spettacolo del nano che saltella allegramente con i suoi clown e le sue ballerine svestite sull’orlo del baratro. E’ in cartellone da troppo tempo e non è mai riuscito a strapparmi mezza risata.