Non posso lasciar correre la ricorrenza senza apporre due parole (davvero due) a questa data. E a giudicare da quanto si legge oggi in giro, sui social network e i blog della rete, non sono il solo. Il compagno Fazarov, per esempio, da par suo ha voluto commemorare l’anniversario del 150° anno dell’Unità d’Italia con questa sfiziosa scorribanda su e giù per il filo della storia (con tanto di guerre segrete temporali intuibili dietro le quinte, sulla scia delle ormai consuete rivendicazioni di parte). E la prospettiva fantascientifica forse offre ancora una volta l’angolazione migliore da cui guardare la realtà.

Oggi, con quello che sta succedendo nel mondo, dalle rivolte e repressioni in corso nel mondo arabo alla crisi nucleare che ha fatto seguito allo tsunami che ha travolto il Giappone, non trovo abbia molto senso festeggiare. Però la celebrazione della ricorrenza può passare anche attraverso forme meno manifeste, attraverso il semplice - ma se è davvero così semplice, non si capisce perché sia anche così raro - tributo della memoria.

Se oggi, fatte le debite eccezioni legate alle anomalie prettamente nostrane e di cui bisogna rendere atto alla nostra emerita classe dirigente, vivere in Italia non è poi così diverso da qualsiasi altra nazione occidentale, lo dobbiamo a una manciata di generazioni di patrioti e sognatori che intorno alla metà del XIX secolo credettero che un’Italia diversa da quella in cui erano nati e cresciuti, un’Italia unita e unica, capace di confrontarsi alla pari con le altre entità nazionali europee, fosse possibile. Un’idea accarezzata per secoli e continuamente sfumata grazie alle partigianerie e ai particolarismi da sempre fieramente difesi in ogni angolo della penisola. Ma che quell’Italia nata dall’impresa garibaldina sia oggi ancora unita, malgrado tutto e tutti, sulle nostre cartine geografiche, è a maggior ragione la materializzazione di un’idea fantascientifica. Un’impresa, dunque, capace di protrarsi ben al di là dello spazio temporale del processo di unificazione vero e proprio. Dopotutto, come sa bene ogni manutentore, il problema è sempre quello di tenere in marcia l’opera dell’ingegno, al di là delle fasi di progettazione e realizzazione.

E allora, senza retorica, oggi andrebbero ricordati tutti i nostri padri, nonni e avi caduti sul campo per tutta la durata di questi 150 anni, tutte le madri e madrine d’Italia, tutti i precursori del cui sogno noi oggi rappresentiamo, nel bene e nel male, la realizzazione. Loro potrebbero non essere altrettanto fieri di noi, ma noi dovremmo essere orgogliosi di loro. E magari impegnarci per dimostrarci alla loro altezza e, se davvero basteranno meno di 150 anni per veder svanire quel sogno antico ma audace portato a compimento dai Mille, saperci meritare anche noi sul campo la fama negativa dei briganti.