Ovvero: come ammorbarci con le solite, vecchie, tristi amenità.

Come ormai mi capita sempre più spesso quando non lo sento parlare di matematica, resto basito di fronte a due degli ultimi interventi di Piergiorgio Odifreddi. Nel primo, che mi veniva segnalato e che in realtà si distingue per un’ancora più discutibile approvazione delle nomine ministeriali per l’ANVUR (leggete l’articolo per i dettagli), mi imbatto nella vecchissima, stanca, trita e ritrita litania sull’inutilità del latino come materia di studio nei licei scientifici. Nel secondo, che mi è capitato tra i piedi accidentalmente, mi ritrovo invece davanti all’ingenuità imbarazzante di una critica cinematografica (con innesti di critica letteraria, tanto per non farci mancare niente) mossa da basi scientifiche. Una doppietta d’autore.

Sapendo benissimo quanto ve ne possa importare delle mie reazioni (meno di epsilon, per dirla con i liceali del V anno o con gli universitari alle prese con Analisi I, ammesso e non concesso che la disciplina esista ancora, non sono bene informato sui recenti aggiornamenti introdotti dal Ministero), ci tengo comunque a mettere sul tavolo la mia esperienza sulla prima questione. Mi sono diplomato in un liceo scientifico sperimentale, che di sperimentale aveva solo il fatto di offrire un’ora di informatica alla settimana (o forse al mese) nel corso del primo anno di corso. Per il resto, programma identico a quello del resto dei licei scientifici del Regno: un carico settimanale di 5 ore di matematica, 3 di fisica, 2 di biologia (II e III anno), 2 di chimica (IV anno) e 2 di geografia astronomica (V anno). 3 ore/settimana di inglese e, a partire dal III anno, 3 ore di filosofia e 3 di storia. Un’ora di educazione fisica, una di storia dell’arte. Per il resto, una dozzina di ore da suddividere tra lettere e latino. Con le dovute fluttuazioni, dovrebbe essere esperienza comune a chi appartiene alla mia stessa leva scolastica, ma correggetemi se sbaglio (si parla del quinquennio 1994-1999).

Ora, secondo Odifreddi, che si inserisce in una lunga tradizione di rappresentanti di istituto e commentatori della domenica, il latino sarebbe inutile e dannoso perché sottrarrebbe ore utili all’insegnamento di materie scientifiche, a discapito della preparazione delle nostre giovani leve, sulle cui spalle graverà il mondo del futuro (leggi: il peso delle pensioni da pagare a quelli che, più poi che prima, gli consegneranno un mondo vecchio di almeno vent’anni). Lo scrivente, che pure non ritiene di essere un fenomeno da baraccone malgrado la sua buona preparazione, può testimoniare che, malgrado il sistema scolastico di cui è stato vittima, ha potuto affrontare un corso di laurea in Ingegneria Elettronica, uscendone vivo e laureato. Un corso reso ancora più incerto dall’ordinamento 2000, un ibrido a cavallo tra il vecchio quinquennale e il nuovo 3+2, con più di una materia del primo a cui veniva attribuito il sistema di crediti del secondo (con il risultato che un programma decurtato del 30% poteva valere in sede di esame la metà dei crediti commisurati al carico di studio richiesto). Non sto a riportare qui voti e pagelle, ma per non essere da meno di Bersani i miei libretti universitari per la laurea di primo livello e per la specialistica sono disponibili su richiesta. Dimenticavo, iscritto nel ‘99, ho conseguito la laurea specialistica nel 2005, infilandoci in mezzo due tesi e un’esperienza di studio all’estero di sette mesi. Non sono stato l’unico del mio corso.

E’ stata dura? Certo che lo è stata, una laurea in Ingegneria deve essere dura per definizione. Malgrado il latino (e la filosofia, e la storia) abbia(no) rubato ore preziose al mio studio delle discipline scientfiche al liceo, sono però riuscito a chiudere il mio percorso universitario fuori corso solo di un anno (quello necessario per ultimare la tesi). Oggi faccio un lavoro che di ingegneristico ha poco essendo una di quelle professioni nuove di pacca venute fuori con la liberalizzazione del mercato dell’energia (e che di sicuro non ti insegnano né al liceo, né all’università), ma se parlo con qualcuno che non condivide il mio stesso percorso scolastico riesco a seguirlo sia che mi sbatta in faccia la prima strofa dell’Orlando Furioso, sia che se ne esca con un riferimento esoterico a Leibniz. Ricordo le date salienti del ‘900,  so di cosa si parla quando si parla di purghe staliniane (so, per esempio, che le epurazioni furono contro i presunti deviazionisti di destra, ma anche di sinistra, giusto per la cronaca), conosco il significato della parola pogrom e quello della parola soviet, e riesco ancora a distinguerle da loro. E’ stata questa la base di partenza per quello che sono io oggi. Anche se una persona che mi ha insegnato tanto soleva ripetermi che non è bello dare sfoggio delle cose che si sanno, per una volta voglio fare uno strappo a questa che per me è stata finora una regola di vita. E lo faccio perché tutte le cose che so, le so malgrado il sistema scolastico che mi ha allevato e grazie alla fatica, all’impegno e alle persone che me le hanno insegnate. Per qualcosa come due milioni di lire al mese.

Credo, insomma, che ci sia sempre il vecchio fraintendimento alla base della questione: puoi procedurizzare, riformare, razionalizzare quanto vuoi (anche se nel caso della riforma in questione, da quel poco che mi è parso di capire, di tutto parlerei meno che di razionalizzazione), ma il lavoro alla fine sono sempre delle persone a farlo. E la differenza vera viene fuori dalla preparazione di quelle persone, dal loro livello di soddisfazione per il lavoro che svolgono e dal grado di dedizione alla causa che riuscirai a ottenere da loro.

All’atto pratico, se non avessi studiato le mie 4-5 ore di latino a settimana (più il carico di studio a casa, equivalente se non maggiore), nella seconda metà degli anni ‘90, oggi avrei semplicemente un bagaglio culturale più leggero. Per scappare più veloce dove, se a trent’anni sono ancora incatenato alla scrivania come uno schiavo per 8 ore (ah, se’…) al giorno? In compenso non avrei potuto parlare di Apuleio con quella mia amica che dopo studi classici ci ha scritto sopra una tesi, né avrei potuto godere dell’orrore della lettura davanti alle pagine del De Vermis Mysteriis (qualcuno mi passa una faccina che ghigna?). Con l’unico risultato di apparire meno interessante o semplicemente più ignorante, fate un po’ voi.

Ma veniamo al secondo articolo che vi segnalavo. Estraggo dal pezzo:

La realtà è che la letteratura fantastica o horror, religiosa e non, abbonda di questi argomenti. Lasciando da parte i testi sacri, che non parlano d’altro, basta pensare a romanzi come Ubik di Philip Dick o Ring di Koji Suzuki, e a film come Il sesto senso di Night Shyamalan o The others di Alejandro Amenabar. Hereafter va ad aggiungersi alla lista di queste scemenze, anche se ha un tocco più delicato e un apparenza più razionale.

(Scritto così, senza apostrofi e lasciando intendere che esistano una letteratura fantastica religiosa e una non religiosa, una letteratura horror religiosa e una non religiosa. Se qualcuno se lo sta chiedendo, presumo che sì, i miti di Cthulhu siano agiografia megalarcaiana, quindi è sicuramente letteratura religiosa, resta da capire se fantastica oppure horror.)

Dunque, un film o un libro possono piacere come possono non piacere, e le stesse opere su persone diverse producono esiti diversi in base al background del fruitore. Ma mi domando: si può giudicare un’opera letteraria, cinematografica oppure artistica attraverso il filtro della scienza? Alex Tonelli può testimoniare le lunghe chiacchierate che ci siamo fatti intorno all’importanza della scienza nel nostro immaginario e potrà testimoniare anche quanta fiducia il sottoscritto riponga nel metodo scientifico. Ma sono affermazioni come quella contenuta nel post di Odifreddi che mi fanno dubitare dell’onestà e della maturità del mondo scientifico italiano. Parole pesanti? E allora domando: se il metodo Odifreddi dovesse diventare canonico, quanto tempo passerebbe prima di vedere assegnate delle patenti di legittimità alle opere d’arte? E cosa produrrebbe, questo, se non un’ulteriore frattura, o la radicalizzazione di fratture già esistenti?

La costruzione di altri steccati oltre a quelli che già ci sono stati imposti non gioverebbe a nessuno. Men che meno alla legittimazione della cultura scientifica (e dell’immaginario scientifico) di fronte allo strapotere dell’establishment umanistico che da decenni tiene in scacco la cultura italiana.

E a Odifreddi dico solo questo: un’opera d’arte ha l’obbligo di preservare la sua coerenza interna, ma ha anche il diritto di muoversi nello spazio delle possibilità (e delle realtà possibili, quindi) secondo i gradi di libertà che l’autore ritiene più opportuni. Imporre vincoli e pastoie alla creatività può solo renderci delle persone meno interessanti. Nello stesso modo in cui finiremmo rinunciando a ogni possibilità di apprendimento che ci è stata offerta. Da Apuleio fino a Per qualche dollaro in più.

Per questo, senza rancore, ripassi a settembre. Andrà meglio senz’altro.