Una delle ragioni del mio amore per la fantascienza è il senso di soddisfazione che nasce davanti al riconoscimento delle figure intessute nel suo immaginario. Forse non esiste genere più autoreferenziale, come faceva notare Antonino Fazio in un suo articolo illuminante ed essenziale, che sarebbe perfetto come introduzione alla SF. La fantascienza è un genere che si autoalimenta, nutrendosi della propria materia, che dopotutto è la sostanza degli incubi e dei sogni.

Leggendo finalmente “Una Rosa per l’Ecclesiaste” sulla mia copia usata di Nova SF* 35 (recuperata nel corso della mia ultima battuta di caccia, parte di un bottino che è di per sè un oltraggio ai buoni propositi per il nuovo anno), mi è capitato di imbattermi nel seguente passaggio:

E di notte l’ascensore del tempo mi conduceva ai suoi piani più bassi…

E’ solo una riga, un’immagine. Sembra buttata lì per caso. Ma è impossibile non cliccare sul link mnemonico che conduce direttamente al miglior film della scorsa stagione cinematografica e forse degli ultimi anni. L’immagine dell’ascensore sostiene l’impalcatura drammatica stessa dell’opera di Christopher Nolan, comparendo nei momenti più introspettivi di un film già ripiegato su se stesso nella più metodica e sistematica esplorazione dell’inner space che si sia avuto modo di vedere al cinema dai tempi di 2001: Odissea nello Spazio (e con la parziale esclusione di New Rose Hotel). E nel 1963 già era stata pensata dal genio di Roger Zelazny (verso il quale Inception ha anche dei debiti più diretti) e spesa in una novella come un dieci di briscola su una giocata da una manciata di punti.

Ma una delle caratteristiche più affascinanti della fantascienza è costituita dal fatto che il suo repertorio è come un ecosistema: è vivo e capace di autosostenersi, di evolvere e strutturarsi. Niente si crea e niente si distrugge. Proprio come in natura, niente va perduto. Anzi, se qualcosa lo merita, state pur certi che prima o poi spunterà nuovamente da qualche parte, magari in una forma più matura e consapevole, giocata su una mano più ricca. Come è accaduto per l’ascensore della memoria in Inception.

Un film sui sogni, appunto.

Illustrazione di Hannes Bok ispirata al racconto di Zelazny.