Ieri sera c’era Million Dollar Baby, su RaiTre. La prima volta che lo vidi, fu in un cinema di Grenoble, in versione originale con sottotitoli (francesi). Era il 2005 e da allora ogni volta che me lo sono trovato in TV, non ho saputo resistere, così come mi è sempre accaduto con gli spaghetti western di Sergio Leone. Clint Eastwood, che di Leone è stato allievo e non cerca di nasconderlo, ha imbastito con questo film una tragedia contemporanea e ha saputo raccontarla con il garbo di una fiaba. Una favola nera, anzi nerissima, ma densa di una carica empatica che le consente di brillare al buio come lo schermo di un vecchio tubo catodico appena spento.

Sembrerà banale, ma questo è davvero uno di quei film che regala un livello di lettura a ogni nuova visione. Ieri sera, per esempio, non ho potuto fare a meno di vederlo con gli occhi curiosi di chi vuole mettere a nudo gli ingranaggi di una storia. Spiegare cosa non va in un racconto non è in genere così difficile. Più complesso è giustificare criticamente il senso di soddisfazione che ci regala un’opera che funziona in ogni sua minima parte. Estraendo le singole scene dal corpo del film, Million Dollar Baby non perde potenza o efficacia, ma la forza della storia che racconta riesce a riverberare in ogni dettaglio con la medesima efficacia miracolosa di una rosa olografica ridotta in frammenti, per riprendere la stupenda immagine di uno dei più malinconici racconti di William Gibson.

Prendiamo per esempio la scena dell’incidente sul ring: viene subito dopo che Scrap (Morgan Freeman, titanico) – ex-pugile che ormai vive e sopravvive nella modestissima palestra di Frankie Dunn (Eastwood medesimo) e che ha convinto quest’ultimo, sulle prime molto scettico, ad allenare Maggie Fitzgerald (Hilary Swank, granitica nella volontà e nel fisico), cameriera con il sogno della boxe, portandola alla finale del titolo dei pesi Welter — ha impartito una lezione di vita al classico guappo di quartiere, smorzandogli a suon di ganci, diretti e montanti la voglia di imporre sul ring la stessa logica di sopraffazione che ne determina la condotta in mezzo alla strada. Scrap fa in tempo a sedersi davanti alla televisione per assistere alla finale in cui la ragazza che ha scoperto sta per contendere il titolo alla campionessa del mondo, nota per la sua slealtà. Dal ring della palestra di Frankie saltiamo al ring di Las Vegas per assistere in mondovisione alla parabola dell’astro nascente di Maggie, soprannominata da Frankie Mo Cùishle, in tempo per vederla estinguersi in un lampo lungo la traiettoria di rientro dall’orbita in cui ha sfiorato il coronamento del sogno. Il riscatto di una vita intera si trova lì a un soffio, un attimo prima; e l’attimo dopo si spegne insieme ai sensi a seguito di una delle tante scorrettezze di cui la vita non è avara e da cui nemmeno il ring - che della vita rappresenta, nella tradizione letteraria ormai assurta a paradigma narrativo, la metafora - è immune.

Eastwood è spietato. Con questa contrapposizione ci regala, nel cuore della pellicola, l’essenza della vita. A volte i nostri errori ci insegnano qualcosa di cui far bagaglio, altre volte le lezioni che siamo costretti a subire sono definitive e non potranno tornarci utili, mai più. E la rottura dell’equilibrio non è per nulla manichea, nelle mani di un regista come lui: l’incidente di cui l’eroina resta vittima succede pochi fotogrammi dopo che il suo stesso allenatore l’ha convinta, per la prima volta, a violare le regole, a omologarsi ai principi non scritti di un gioco di sopraffazione. E’ crudele, ma anche tracce di questi ingredienti si trovano nel succo della vita: a volte paghiamo un conto salato per i nostri errori, in accordo una logica del contrappasso che sembra tagliata apposta per noi, ma quanto ci risulta amaro quel conto quando l’errore viene commesso discontandoci dalle nostre convinzioni? Dopo questo, Mo Cùishle Maggie, che finora ha appreso gli insegnamenti di Frankie Dunn con la dedizione di una discepola scrupolosa, non ha più niente da imparare. Ridotta in un letto d’ospedale, il suo corpo - veicolo della forza che la ha portata a un soffio dall’immortalità - è condannato a una violazione dietro l’altra. Dopo la paralisi, arrivano le piaghe da decubito, e infine l’amputazione degli arti in cancrena. E’ una via crucis a cui la protagonista non si rassegna ad assistere da spettatrice, e ormai “capitano della propria anima” - parafrasando il poeta inglese William Ernest Henley citato dal regista nel titolo stesso del suo ultimo, quasi altrettanto meraviglioso, Invictus - rivendica il dominio sul proprio destino. Chiamando lo stesso Dunn, già perseguitato da un senso di perdizione e di colpa, a una scelta morale altrettanto definitiva dell’ultimo match di Mo Cùishle.

Bastano poche righe, se non vi fosse ancora capitato di guardare questo capolavoro, per dare un senso della sua complessità. La bravura di Eastwood riesce tuttavia a non farla gravare sullo spettatore, intrecciandone i molteplici fili in un percorso lineare (come spesso accade nella sua cinematografia) che costruisce una progressione drammatica infallibile. La sua compostezza estetica si concede eccezioni solo nelle battute dei personaggi, che costruiscono uno spazio narrativo parallelo, in cui riverberano di continuo i rispettivi caratteri, sganciandoli efficacemente dalla trappola degli stereotipi e regalando nuove dimensioni di libertà al tempo del racconto. E quante dimensioni attribuireste voi alla figura di un allenatore di pugilato che nel tempo libero si diletta con le poesie di Yeats e che non salta una sola messa domenicale da ormai svariati decenni?

Con Clint Eastwood e con questo capolavoro in cui il cinema tocca una delle vette più alte della sua storia, la riflessione sull’eutanasia e il diritto alla scelta si smarca dalla tribuna politica e dal dibattito televisivo e viene restituita alla sfera più nobile del pensiero. Filosofia. Arte. Come dovrebbe essere. Sulla soglia degli ottant’anni, Eastwood ha ancora un bel po’ di cose da insegnarci. Continuiamo a studiare i suoi saggi di cinema per farne tesoro.