A tre giorni dal cosiddetto cablegate orchestrato da Wikileaks e dalla sua eminenza occulta, Julian Assange, restano molti gli interrogativi ancora aperti. Lo dimostra l’articolo lucido e posato di Federico Rampini apparso oggi su Repubblica. E non è tanto questione di domandarsi chi debba temere più degli altri la glasnost imposta ai tempi di Internet (l’articolo di Barbara Spinelli si segnala anche per un paio di echi fantascientifici degni di nota, cosa non banale da trovare sul principale quotidiano on-line italiano), perché la questione è risaputamente un po’ più complicata di quanto i nostri dispenser di saggezza di palazzo Chigi vorrebbero dipingerla. A farmi tornare sul tema è stata in particolare una riflessione di Lanfranco Fabriani, che giustamente ricorda gli analoghi cataclismi informatici evocati dalla letteratura di fantascienza, dal grande John Brunner in poi. Lanfranco si domanda:

Quali sarebbero gli sviluppi ipotizzabili? Un mondo più trasparente, o un mondo in cui i segreti diventano ancora più blindati e quindi magari aumenta anche il numero di ciò che diventa segreto e blindato?

Io sono rimasto un po’ indietro, visto che da tre giorni sto continuando a chiedermi: a chi conviene davvero questa operazione trasparenza orchestrata proprio adesso, mentre l’Amministrazione Obama si accinge a entrare nel periodo più difficile del suo mandato? E le risposte che mi vengono in mente non riescono a consolarmi nemmeno un po’, perché appaiono tutte fortemente ispirate da quel senso di dietrologia che da queste parti la fa da padrone. Mi chiedo come mai un attacco di queste proporzioni venga sferrato all’America di Obama, mentre invece Bush e la stagione dei falchi alla Casa Bianca siano stati sostanzialmente risparmiati da questi presunti difensori della libertà di informazione. E perché sia l’America di Obama a subire l’azione di Wikileaks, e non i governi che operano la sistematica violazione dei diritti civili come la Russia o la Cina.

Sul breve periodo, un’operazione simile mi sembra danneggiare soprattutto i progressisti e le loro speranze di cambiamento, a tutti i livelli, e non solo Obama e la sua amministrazione, come dimostra il fatto che proprio oggi la Clinton si sia sentita in obbligo di valorizzare il ruolo del Premier italiano e addirittura di riconoscergli la dignità di quell’incontro bilaterale che solo pochi mesi fa Obama gli aveva negato.

Sul lungo periodo, la strategia di Wikileaks temo che non produrrà altro che un irrigidimento strutturale, con conseguente ulteriore rallentamento dell’azione politica di Obama. E non dimentichiamoci soprattutto che il campo in cui Obama aveva fatto meglio finora era probabilmente proprio la diplomazia internazionale (con le aperture al mondo arabo e al Pacifico, la chiusura di Guantanamo, il programma di ritiro delle truppe dal teatro di guerra del Medio Oriente). L’attacco, insomma, è stato sferrato in un periodo di debolezza (l’economia che stenta a trovare il rilancio, l’esito delle elezioni di midterm) e proprio sul terreno del Presidente, riuscendo per di più a colpirlo chirurgicamente nei suoi punti più sensibili: un sistema informativo tutt’altro che infallibile e una rete diplomatica molto meno che eccellente. E questo rende ancora più sinistre le ombre che in queste ore si sono andate addensando su Wikileaks.

Però la sfida di Assange rappresenta a mio modo di vedere anche un’occasione di rilancio: se dovesse riuscire a ribaltare le istanze di trasparenza e libertà di informazione dietro cui si fanno scudo gli attivisti di Wikileaks, probabilmente Obama riuscirà a resuscitare quello spirito di cambiamento e innovazione che lo ha spinto fin dov’è adesso. Ma a giudicare dalle prime misure disposte da Washington, che somigliano un po’ a serrare la stalla dopo che il gregge è scappato, direi che non ci stiamo muovendo proprio in quella direzione.

Restiamo a guardare. E per chi non ne ha mai abbastanza di porsi domande, su Boing Boing Cory Doctorow ne segnala diverse di una certa sottigliezza, a opera di Dan Gillmor. Leggetele, meritano davvero e rappresentano la migliore critica che abbia letto finora alla fotografia scattata da Wikileaks a questo 2010 che si avvia alla chiusura.