Archive for Novembre, 2010

Trilobiti e fantascienza

Posted on Novembre 18th, 2010 in Fantascienza, Postumanesimo, Transizioni | 2 Comments »

A un appassionato di trilobiti e fantascienza non può sfuggire la notizia apparsa oggi sul Corriere della Fantascienza grazie al sempre attento Alberto Priora. Un gruppo di paleontologi ha dedicato la scoperta di una nuova specie fossile al pluripremiato scrittore britannico Stephen Baxter. La proposta di classificare questi fossili sotto la denominazione di Mezzaluna Xeelee è un omaggio proprio a uno dei suoi più vasti e ambiziosi affreschi letterari: una civiltà del futuro in cui gli umani devono confrontarsi con altre civiltà spaziali, tra cui una specie supergalattica dai poteri semidivini.

Il fossile di Baxter mi riporta indietro al mio tentativo di rappresentare una civilta interstellare postumana dal punto di vista di una comunità planetaria meno evoluta sulla scala di Kardashev. Una novella in cui altri fossili viventi, i celacanti, giocano un ruolo allegorico e metaforico di primo piano. Mi fa piacere ritrovare queste assonanze nella notizia riportata da Alberto e la cosa mi spinge a riprendere in considerazione quanto prima l’opportunità di sottoporre quel racconto in stand-by da diversi mesi a qualche editore.

Derek Raymond redux

Posted on Novembre 14th, 2010 in Letture, ROSTA | 4 Comments »

Dalla newsletter della casa editrice, ho appreso che Meridiano Zero aggiungerà presto al suo ricco e prestigioso catalogo anche l’autobiografia di Derek Raymond. Bisogna attendere fino a gennaio, ma nel frattempo i libri della Factory offriranno un validissimo modo per impiegare il tempo. Aprile è il più crudele dei mesi e Come vivono i morti (quest’ultimo recensito dal compagno Fazarov su Thriller Magazine) stanno già esercitando il loro giusto influsso sulle pagine del romanzo in stesura (a proposito, approfitto di questo dispaccio per comunicarvi che ho da poco superato la boa di metà percorso).

C’è una tale concentrazione di spunti e un tale mestiere, nei suoi romanzi, che sarebbe davvero un peccato mortale non attingerne a piene mani, per apprenderne la tecnica e poi esercitarla e continuare a esercitarla ancora. D’altro canto, Derek Raymond (1931-1994) era uno scrittore che si era scelto il nome d’arte mettendo insieme i nomi dei suoi migliori amici - Derek e Raymond, appunto, entrambi morti, mentre per l’anagrafe di Sua Maestà restava Robin William Arthur Cook - e che, tra i tanti meriti, vantava anche quello di aver fissato la matrice della letteratura nera. “Senza le notti in bianco, non ci sarebbero i romanzi noir” dichiarò in un’intervista. Due dati significativi per inquadrare il personaggio e la sua poetica.

La fuga narrativa

Posted on Novembre 8th, 2010 in Letture | 3 Comments »

Il saggio di Tom Stafford si apre con un avvertimento (“Ascolta. L’argomento non è dei più facili”), subito seguito da una dichiarazione d’intenti: “Voglio parlare di quanto passa tra l’esperienza e la conoscenza, di quello che accade quando l’una si separa dall’altra”. Per farlo, l’autore (ricercatore del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Sheffield) prende le mosse da un’indagine sull’obbedienza all’autorità che si rifà direttamente all’esperimento di Stanley Milgram, condotto negli anni Sessanta presso l’università di Yale per comprendere cosa potesse spingere la gente comune a partecipare a fenomeni di straordinaria crudeltà come l’Olocausto (e riproposto di recente da una TV francese in forma di reality show/documentario con La Zone Xtreme). Come gli psichiatri interpellati da Milgram per sondare i loro pareri sul numero di cavie umane che, nel loro ruolo di torturatori nell’ambito dell’esperimento, si sarebbero spinte fino ad impartire lesioni gravi o anche letali alle vittime prescelte in risposta agli ordini impartiti dal conduttore del test, siamo portati a pensare che solo le frange patologiche del genere umano si spingerebbero fino a questo limite estremo. L’esperimento di Milgram dimostra al contrario che la realtà è ben più terribile e atroce e ci rivela che il comportamento non è mai il risultato solo del carattere, ma dipende in maniera determinante dalle circostanze, al punto da arrivare a sovvertire anche i nostri più alti ideali e la fiducia che nutriamo verso il nostro libero arbitrio.

Milgram ci insegna che guardando le cose dal di fuori è facile riconoscere la logica morale del problema. Ma dall’interno, la logica appare più sfumata. Si fa, come dire, decisamente più “arbitraria”, specie se le circostanze possono essere manipolate e predisposte per far apparire decisiva l’autorità, esonerando l’individuo dalla propria indipendenza di giudizio.

Ne La fuga narrativa, Stafford mette in relazione l’esperimento sull’obbedienza alla meccanica del sogno.

Penso che i sogni ci dicano qualcosa sulla natura della mente. Ci mostrano come funziona in assenza dei limiti imposti da una realtà esterna coerente e senza una riflessione ponderata. Benché in sogno le nostre menti siano in grado di generare sensazioni, azioni e personaggi, il mondo creato non è stabile. Le persone scompaiono e riappaiono per ragioni misteriose, l’identità è slegata dall’aspetto, e anche se sappiamo che la persona con cui stiamo parlando è il nostro vecchio preside, quello ha la faccia di nostro zio.
La capacità di costruire di punto in bianco un’intera realtà, per quanto instabile, dimostra che la mente non è solo una macchina sensoria. La sua attività più profonda è tessere storie probabili o solo possibili. È questa la funzione lasciata a briglia sciolta nei sogni.

La sua è una intuizione brillante, che conferisce alla capacità di “risvegliarsi” dal contesto della simulazione la causa della resistenza e dell’opposizione degli individui che, per quanto rari nelle molteplici ripetizioni delle diciotto varianti dell’esperimento ideate da Milgrim (test individuali, di gruppo, con o senza contatto visivo con la vittima, e così via), si rifiutarono di procedere con il loro ruolo di torturatori malgrado gli ordini dello scienziato. Questi individui, sostiene Stafford, furono in grado di destarsi e “di descriversi la situazione come un quesito di logica morale”. A determinare quindi la divergenza di comportamento rispetto alla maggioranza delle altre cavie, fu la capacità di formularsi la domanda indispensabile per aprire gli occhi sulla realtà in cui erano calati.

Avvalorando le sue ipotesi con una pregevole scelta di argomenti, Stafford osserva che ciò che spinse queste persone alla disobbedienza è lo stesso impulso che talvolta ci induce a riconoscere un sogno mentre stiamo sognando (e accidentalmente, al di là del sogno lucido, noto più di un punto di contatto tra le sue riflessioni e il tema di Inception) e, per logica deduzione, a interrogarci sugli sviluppi di un racconto mentre siamo ancora immersi nella lettura: “la capacità di astrarre dall’esperienza una sua descrizione”, smettendo i panni del semplice spettatore per indossare quelli del narratore. A questo fattore, questo mistero nascosto nell’animo umano, Stafford dà il nome di fuga narrativa (narrative escape).

Stafford prosegue la sua esposizione riportando i risultati di un ulteriore esperimento, condotto questa volta da Daniel Gilbert, che ci dimostra come alla prima assimilazione tutte le informazioni ricevute vengono catalogate come vere o plausibili dalle nostre facoltà cognitive, e solo in un secondo tempo procediamo al vaglio e alla separazione delle informazioni vere da quelle false (diversamente da quanto si potrebbe supporre, insomma, sull’esistenza di una “quarantena” in cui immagazzinare tutte le informazioni per poi separare quelle vere da quelle false). E, passando per le massime conversazionali di Paul Grice (in particolare: l’interpretazione dei discorsi in relazione al contesto in cui vengono espressi), approda poi alla sentenza pynchoniana: “se riescono a farti fare le domande sbagliate, non dovranno preoccuparsi delle risposte”. Questo concetto, applicato alla mia – insignificante, discutibile – esperienza personale, è illuminante.

Il suo saggio racchiude tutta una casistica di esperimenti volti a portare allo scoperto l’importanza della logica e della morale nella risoluzione di problemi di varia complessità, giungendo a suggerire come esse fungano da miccia e da innesco per attivare la mente umana nella descrizione/visualizzazione narrativa dei problemi, offrendo di fatto una rappresentazione del mondo. Nello scarto tra mente-che-esperisce (che può saggiare la realtà o raccontarsela alla propria maniera) e mente-che-riflette (che invece sa riflettere sul processo dell’esperienza), viene a collocarsi per Stafford la natura della realtà, come pure la verità del processo creativo.

Dove termina l’opera dell’autore e inizia quella del fruitore? Questa domanda ce la siamo posta fin dall’inizio dell’esperienza del connettivismo (ricordo di averne fatto cenno addirittura durante la mia prima partecipazione a una Italcon, nel 2006 a Fiuggi, presentando il movimento al fianco di Sandro Battisti e, se non ricordo male, Andrea Jarok), riflettendo sulle dinamiche di fruizione di un’opera creativa (arte, narrativa, fumetto, cinema) in un’epoca in cui le risorse per integrare e valorizzare il lavoro dell’autore sono facilmente a disposizione del fruitore. E se non è importante riproporre adesso le mie riflessioni sull’argomento (che hanno comunque, inevitabilmente, subito qualche evoluzione sotto l’influsso del tempo e dell’esperienza), ritrovare il medesimo interrogativo alla base del ragionamento di Stafford, sviluppato, documentato e articolato come io non avrei saputo fare, è stata un’esperienza decisamente interessante. Anche per confrontare la sua visione con la mia.

Note a margine

Del tutto accidentalmente, questo è stato il primo vero e-book. Esperienza del tutto inedita, resa piacevole dal fatto che a 40k, il primo editore digitale nativo, sanno davvero come farli, i libri elettronici. Senza fronzoli, compatti, completi di note. Unico problema del nuovo supporto: il rischio di finire sul lastrico, vista la facilità dell’acquisto. Spero almeno che la disponibilità immediata dell’oggetto da leggere mi responsabilizzi sul suo consumo, evitandomi di accumulare sugli scaffali virtuali una mole di volumi confrontabile con quella che sta sommergendo il mio monolocale. Parlando di e-book, vi segnalo infine lo speciale uscito ieri con il nuovo numero di Delos, dove intervengono editori e autori per fare un po’ di chiarezza.

Ph0xGen!

Posted on Novembre 6th, 2010 in Fantascienza, Letture | 10 Comments »

Le informazioni disponibili su Italo Bonera e Paolo Frusca non sono molte. Nel numero 50 dei Millemondi di Urania (che ha inondato le edicole del Regno lo scorso febbraio con numeri confortanti per chi, come me, è abituato a temere la distribuzione italiana dopo aver visto il proprio volume in edicola per tre settimane scarse), ci vengono presentati come “due nuovi autori appassionati di fantascienza, storia e narrativa a intreccio”. Dopo aver letto il loro primo romanzo, Ph0xGen!, incluso nel Millemondi con un altro dei finalisti all’edizione 2006 del premio Urania (Ascensore per l’ignoto di Stefano Carducci e Alessandro Fambrini, che conto di leggere presto), posso aggiungere che oltre che appassionati, sono anche degli eccellenti artefici di intrighi narrativi.

Il loro romanzo si prefigge un obiettivo ambizioso: scrivere un’ucronia all’italiana (una spaghetti-ucronia?) tenendo conto del peso non indifferente rivestito dal filone nell’economia del genere. A volte, con esiti di tutto rispetto (penso soprattutto ai biplani di Luca Masali, al Re John di Pierfrancesco Prosperi, ai Passaggi incrociati di Lanfranco Fabriani, ai racconti d’avanguardia di Simone Conti e a diversi altri raccolti da Catalano e Pizzo nelle loro Ambigue utopie - qui la mia recensione per Robot); altre, con risultati più discutibili (la serie di Occidente e lo strascico interminabile di rivisitazioni del ‘900 fascista che il suo successo commerciale produsse sulla carta e sul web intorno alla metà del decennio scorso). Insomma, Bonera e Frusca non partivano dalla posizione più comoda e per questo, nel regalarci un’avventura godibile e carica di spunti di riflessione sulla nostra storia e sul nostro rapporto con essa, hanno a maggior ragione compiuto una piccola, grande impresa.

Ph0xGen! è in larga parte ambientato nell’estate 2003, ma non è il 2003 che tutti noi conosciamo. Nel loro mondo, la Prima guerra mondiale ha avuto un esito molto diverso da quello consegnatoci dalla storia che abbiamo imparato a scuola: non a caso nel prologo del romanzo viene citata come l’Ultima Guerra Europea. Nella linea temporale di Bonera e Frusca le sue sorti hanno arriso all’Austria e, “dal trattato di Versailles in poi, l’aquila bicipite protegge sotto le sue ali la pace, la prosperità e la democrazia d’Europa”. È il Bund, “la Confederazione dei Popoli che, a partire dal 1919, si è allargata fino a comprendere tutta l’Europa centrale ed è diventata così potente da dominare il mondo”.

In questo mondo il tedesco è la lingua della diplomazia internazionale e del mondo informatico, Heinz Kissinger è il principale consigliere del Kaiser, William Jefferson Clinton senatore degli Stati Confederati d’America, l’autore di Ich und Hanna è diventato famoso con il suo vero nome di Königsberg e la mecca del cinema si chiama Hollabrunn. La Manciuria è ancora contesa tra la Repubblica Popolare Cinese e il Giappone e solo la Russia, dopo il crollo del bolscevismo, somiglia terribilmente alla Russia dei nostri giorni. L’evento cruciale da cui si è innescata la divergenza dalla storia nota è probabilmente dato dal mancato affondamento del piroscafo Lusitania nel maggio del 1915, con la conseguente scelta di Wilson per la neutralità nel conflitto europeo; in cerca di una valvola di sfogo, la Depressione del ’29 è sfociata in una Seconda Guerra di Secessione con conseguente divisione degli USA.

Adesso, dopo oltre ottant’anni di pace, nuvole scure si addensano sopra i cieli di Vienna. Otto d’Asburgo è morto e qualcuno sta tramando per deporre il suo legittimo erede, Carlo II d’Austria, e instaurare un regime che ricorda spietatamente il Reich che quell’universo non ha mai conosciuto. Un ribelle irredentista delle Brigate Tolomei, due agenti della Bundespolizei e il generale dell’NDH a capo di reparti deviati dei servizi segreti del Bund si ritrovano coinvolti in una girandola di eventi, che hanno il loro fulcro nel fantomatico segreto che Carlo I d’Austria, detto il Pio, avrebbe sepolto nella certosa di Gaming per garantire la pace tra i popoli della Terra, e nel Ph0xGen! del titolo, l’unico software (anzi, per dirla con Bonera e Frusca, l’unico Weichware) in grado di scardinare lo scrigno che ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, custodisce quel segreto. Intorno a loro si muove una galleria di personaggi, e oltre ai cammei già citati partecipano all’allestimento, come fantasmi sparuti dei rispettivi progenitori, anche gli eredi di due illustri figure storiche: Franz Conrad von Hötzendorf e Adolf Hitler.

Quello che colpisce del lavoro degli autori è la trama sottile della loro ricostruzione, capace di incasellare nel disegno complessivo i particolari più diversi, riuscendo a combinarli tutti in un’alchimia sorprendente. È da qui che si sprigiona quel senso straniante capace di precipitare il lettore nel mondo parallelo del Bund, inebriandolo con il sentore mitteleuropeo delle sue atmosfere e stimolandolo in continuazione con il gioco dei punti di contatto e di divergenza dal nostro universo (la diffidenza per gli extraconfederali e le matrici del terrorismo, per citare due esempi emblematici). La maturità degli autori si manifesta appieno nell’abilità di smorzare gli eccessi a cui il gusto per le citazioni potrebbe indurre, come pure nella capacità di sintonizzare di volta in volta il registro della narrazione in accordo con i tempi del romanzo (dall’epica alla farsa, dalla spy-story al romanzo storico). I cambiamenti di passo, nei flashback che svelano i retroscena nascosti della storia alternativa ufficiale e nel flashforward che funge da epilogo, sono condotti in maniera magistrale. Alla fine ci si ritrova con un senso di sazietà per il mondo che Bonera e Frusca hanno saputo circoscrivere nelle 270 pagine del loro lavoro, con il bonus di un messaggio ecologista di spiccata attualità.

A lettura ultimata, non si può fare a meno di augurarsi che a questo romanzo d’esordio possano fare seguito presto altre storie scritte da Italo Bonera e da Paolo Frusca. In tandem oppure in fuga solitaria, dentro e fuori dal nostro tempo.

Iper-Urania

Posted on Novembre 4th, 2010 in Fantascienza, ROSTA | 10 Comments »

La notizia è ufficiale. Da qualche giorno Dario Geraci è il nuovo blogmaster di Urania.

Rispetto a quando è nato il blog di Urania, diverse cose sono cambiate. La fantascienza italiana non ha più il suo duplice centro di gravità permanente, avendo perso il suo padre storico e, dopo nemmeno un anno, quello che è stato a tutti gli effetti il più grande aggregatore dell’ambiente e promotore del genere in Italia, per tutti quelli che lo hanno conosciuto un amico appassionato, disponibile, competente e instancabile che ha fatto molto - come volevasi dimostrare - anche per il blog di Urania nelle sue prime fasi di vita.

Su un piano più personale ho visto aumentare costantemente la mole degli impegni e delle attività, lavorative e non. Come dice Lippi nel suo comunicato, nel frattempo ho trovato pure il modo, nel mio piccolo, di cacciarmi in un percorso politico (con una lista che i miei compagni di avventura hanno accettato di intitolare al Futuro ben prima che qualcun altro si appropriasse del termine, e che è attualmente maggioranza nel consiglio del mio comune). Gestire con la dovuta attenzione tutte queste cose cominciava a diventare un’impresa e la mia ultima intenzione è penalizzare i progetti in cui sono coinvolto solo per il gusto di presenziare a tutti i costi. Le rinunce non sono mai facili, ma a volte diventano necessarie.

Non voglio aggiungere altro a quanto già detto in calce al post di Giuseppe. Voglio però ribadire che, in questi mesi trascorsi dietro le quinte del blog ufficiale della più antica collana di fantascienza del mondo occidentale, ho avuto modo di tastare con mano le difficoltà e le qualità di chi è chiamato a condurla, che poi sono le stesse persone che fanno in modo che mese dopo mese venga alimentato il sacro fuoco della passione per la SF. Oltre alla gratitudine verso Sergio Altieri e Giuseppe Lippi per avermi voluto al loro fianco in questa avventura, ci tengo quindi a testimoniare quanto la mia stima nei loro confronti si sia accresciuta in questi anni. Da loro ho imparato molto, in una misura che va molto, molto al di là delle frasi di circostanza.

La loro dedizione ha dimensioni eroiche. E sono certo che Dario saprà dedicare al blog una cura e un’attenzione della stessa portata. Lunga vita a Urania! Yo ho ho! E lunga vita alla fantascienza in Italia…

Tomorrow World’s Acropolis

Posted on Novembre 3rd, 2010 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 1 Comment »

Piaccia o non piaccia, la strada per il futuro passa per le città. Non necessariamente le metropoli che già oggi concentrano le risorse finanziarie ed economiche del pianeta. Ma, come rileva un rapporto del Boston Consulting Group, le città di dimensioni medio-grandi dei mercati emergenti (soprattutto Cina, India, Brasile e Messico), ovvero 717 città con oltre mezzo milione di abitanti oggi e le altre 371 che presumibilmente raggiungeranno quella taglia entro il 2030, diventeranno i motori della crescita del futuro, attirando i capitali dei prossimi decenni.

Ancora più interessante si dimostra quindi l’inchiesta che il Foreign Policy ha dedicato alle città, con il Global Cities Index 2010 (seguite i link per consultare la metodologia adottata e i risultati ottenuti). Tra gli articoli di spicco, si segnala un reportage da Chongqing, la città dalla crescita più veloce al mondo, divenuta tale dopo che il governo di Pechino l’ha eletta testa di ponte per lo sviluppo economico delle regioni occidentali della Repubblica Popolare Cinese, richiamando investimenti da ogni parte del pianeta. Oltre che dal naturale flusso migrativo dalla campagna alle città, la sua crescita demografica ha subito un notevole impulso anche dall’evacuazione degli 1,3 milioni di residenti delle campagne interessate dalla costruzione a valle dello Yangtze della Diga delle Tre Gole, che con i suoi 18.200 MW di capacità installata (che arriveranno a 22.000 MW a lavori ultimati) è diventato anche il più grande impianto di generazione di energia elettrica al mondo.  I numeri della sua crescita sono difficili da rapportare all’esperienza umana: solo negli anni ‘30 questo era un porto di 200.000 anime sul corso del fiume Yangtze, e alla fine degli anni ‘60 Chongqing contava ancora solo - si fa per dire - due milioni di abitanti.

Oggi la città cresce al ritmo di 13,7 ettari al giorno (terreno inglobato dalle campagne circostanti in un processo vorace e inesorabile di urbanizzazione) e conta 3,4 milioni di abitanti entro i confini municipali strettamente intesi, ma con i sobborghi della Prefettura sfonda il tetto dei 32 milioni di abitanti. Di questi (sebbene si preveda che nei prossimi 10 anni finiscano assorbiti nei confini della città un milione di persone ogni anno) oltre 23 milioni sono ancora impiegati nell’agricoltura, il che rende ancora più anomala e singolare la specificità di questo avamposto ai confini del mondo, che per il resto della sua economia si fonda sull’industria (è il terzo polo dell’industria automobilistica in Cina), con importanti contributi dal siderurgico e dalle armi. Le acque del fiume Jialing che s’immette nello Yangtze in prossimità del centro, sono una melma rossa che offre ancora sostentamento ai pescatori rimasti attiviti in città. A Chongqing i piani regolatori nascono già obsoleti, per i continui lavori di costruzione e ricostruzione che investono interi quartieri. Oltre all’inquinamento incontrollato, criminalità e corruzione sono le altre piaghe della metropoli.

Volendo tirare le somme, più che una città del terzo millennio, Chongqing è un dinosauro resuscitato, il bizzarro risultato di un esperimento di darwinismo sociale volto a traghettare nel XXI secolo i problemi delle città del ‘900, su una scala ancora maggiore.

Non c’è bisogno di evocare sventure e maledizioni. Casi illustri hanno preceduto Chongqing nella parabola urbanistica dall’esplosione all’implosione, e il Foreign Policy li ricorda in un articolo del dossier dedicato alle città decadute, incapaci di risollevarsi dal blocco della loro economia trovando nuovo propellente per i loro motori. Oltre a Detroit e Pittsburgh, due città di cui lo Strano Attrattore si è già occupato, l’aticolo cita un altro caso cinese: Wuxi, una città sviluppatasi intorno alla manifattura di pannelli solari. Peccato che la tecnologia di punta della sua industria sia già stata superata. Se Chongqing e Wuxi sono destinate alla medesima sorte di Detroit o come Pittsburgh sapranno trovare uno sbocco per il futuro, sarà solo il tempo a potercelo dire.

Spoon River: Hare Drummer

Posted on Novembre 2nd, 2010 in Letture | No Comments »

Vanno ancora i ragazzi e le ragazze da Siever,
a bere il sidro, dopo scuola, gli ultimi giorni di settembre?
O a raccogliere nocciole lungo le boscaglie
nel podere di Aaron Hatfield quando incomincia la gelata?
Perché spesso ridendo con ragazzi e ragazze
io giocai nella strada e sulle colline
quando il sole era basso e l’aria fresca,
fermandomi a bastonare il noce
ritto, senza una foglia, contro il tramonto in fiamme.
Ora il sentore del fumo d’autunno
e le ghiande che cadono,
e gli echi per le valli,
mi portano sogni di vita. Li sento aleggiare.
Mi chiedono:
Dove sono quei tuoi compagni ridenti?
Quanti sono con me, quanti
nei vecchi frutteti sulla strada di Siever,
e nei boschi che guardano
l’acqua tranquilla?

Dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters (1915). Traduzione di Fernanda Pivano, tratta dall’edizione Einaudi Super ET 2009.

La versione di Kaizenology

Posted on Novembre 1st, 2010 in Agitprop, False Memorie, Micro | No Comments »

Sulla vera storia del Regno.