Per ragioni anagrafiche, ho scoperto il cyberpunk quando i suoi fondatori avevano già deciso che l’intera corrente (loro, a onor del vero, non hanno mai voluto definirlo “movimento”) era da considerarsi lettera morta. Dimostrando forse poco rispetto per le loro opinioni, ho abbracciato incondizionatamente la visione della vita e del mondo che emergeva dalle loro opere, una Weltanschauung (termine che andava per la maggiore nelle lezioni di filosofia al liceo, negli stessi anni in cui condivo il mio pendolarismo scolastico con la lettura di Gibson, Sterling & soci) che si andava consolidando man mano che progredivo nell’esplorazione di questo territorio per me nuovo e straordinario. Il cyberpunk era esploso e si era esaurito nella decade precedente e io mi sentivo un po’ come uno straniero giunto in città senza soldi e conoscenze. Potevo contare sull’unico aiuto rappresentato da una mappa letteraria: quella tracciata nella fondamentale antologia dedicata al filone da Piergiorgio Nicolazzini, Cyberpunk (Edizioni Nord).

Lo spirito anarcoide, l’idealismo di fondo che spesso bilanciava le istanze nichiliste, l’istinto di ribellione e la forza di resistenza (oggi, dopo aver letto qualche saggio sull’argomento, parlerei di endurance), erano questi i caratteri che davano vita alle istantanee di un mondo in degrado e allo sbando, campo di battaglia e terreno di conquista per individui senza scrupoli ed entità onnipotenti e inafferrabili, in cui già quindici anni fa si potevano avvertire i prodromi del nostro presente. Oggi, nel 2010, mi ritengo a mio modo ancora un cyberpunk: la mia visione del mondo continua a essere profondamente intrisa di quella filosofia di strada, per quanto risulti declinata secondo moduli e schemi che nel tempo si sono stratificati attraverso l’esperienza. Senza il cyberpunk, non sarei la persona che sono oggi.

La notizia che sta tenendo banco in questi giorni sulla stampa del mondo intero è legata all’imminente apertura degli archivi di Wikileaks. Dopo i ripetuti annunci di Julian Assange che si sono succeduti nei mesi scorsi, sembra ormai arrivato il momento e, anche se - a giudicare da quanto trapelato - prima di stasera difficilmente verrà pubblicato qualcosa, i mirini sono da ore puntate sul sito, proiettandolo ai vertici delle graduatorie degli hot spot  della rete. Quindici anni fa, ma anche cinque anni fa, avrei vissuto queste ore in uno stato di trepidante e frenetica attesa, aspettando di mettere gli occhi sui cablogrammi diplomatici delle ambasciate. Oggi alla frenesia sento però mischiarsi un senso crescente di angoscia.

Personalmente, continuo a pensarla come William S. Burroughs: non esiste mondo più sicuro di un mondo senza segreti. Tuttavia, non sono più tanto ingenuo da credere che la pubblicazione di una valanga di documenti diplomatici classificati a vari livelli di riservatezza possa cambiare in meglio il mondo, soprattutto dall’oggi al domani. La scelta dei tempi mi sembra in particolare alquanto inopportuna, anche se per ragioni che trascendono in parte la volontà degli artefici di Wikileaks. E la mia inquietudine nasce da un paio di valutazioni immediate. Su un piano più generale, mi sembra che una mossa simile, proprio adesso che, a costo di duri sacrifici, dopo gli anni bui dei falchi di Washington un’amministrazione progressista ha fatto della diplomazia il proprio punto di forza nei rapporti internazionali, lungi dall’indebolire gli USA quale fulcro degli equilibri geopolitici planetari e dal ridefinire l’assetto mondiale delle alleanze, finirà solo per arrecare un’ulteriore colpo all’azione politica di Barrack Obama. Su un piano più contingente, con le crisi economiche, finanziarie e politiche in corso in Europa e gli attriti tra le Coree a tenere in scacco l’Estremo Oriente ma non solo, alcune rivelazioni - magari nemmeno direttamente riconducibili all’amministrazione USA in carica - potrebbero produrre effetti deflagranti e difficilmente controllabili.

Ancora una volta, insomma, ho il sospetto che le ragioni di principio entrino in forte contrasto con le più semplici e banali questioni di opportunità. Nelle prossime ore sapremo quale decisione avrebbe potuto garantirci una soluzione migliore.