Quarta miniserie ambientata nell’universo alternativo della Marvel Noir, in cui i supereroi della Casa delle Idee vivono avventure retrodatate agli anni ‘30 rivisitando gli stereotipi della crime fiction, Wolverine Noir si diverte a calare l’intrattabile James Logan nel Bowery del 1937, dove lo ritroviamo nei panni di un detective alle prese con un caso in cui niente è come sembra. Il tutto nella più classica tradizione del genere ma purtroppo il gioco dell’omaggio ai modelli dell’hard-boiled funziona fino a un certo punto.

Supportata dalle stupefacenti tavole di C.P. Smith, straordinarie nel ricreare con effetti fotorealistici l’atmosfera dei film noir che hanno ormai colonizzato il nostro immaginario, la trama ideata da Stuart Moore non trova tuttavia la marcia giusta e si barcamena tra il passato e il presente del protagonista senza una vera rotta. Le rivelazioni sui trascorsi di Logan avrebbero funzionato probabilmente meglio se non si fosse cercato di far tornare i conti a tutti i costi con il filone narrativo principale, ovvero il caso per cui viene ingaggiato dalla sensuale Mariko Yashida. La soluzione adottata rende invece sbrigativi alcuni passaggi e, considerato lo spazio limitato (104 pagine), non consente di mettere adeguatamente a fuoco i caratteri e i ruoli dei personaggi, sacrificando il respiro della storia. Peccato, perché invece nei dialoghi Moore dimostra un certo lavoro filologico che va al di là della pedissequa imitazione dei modelli.

Con un occhio di riguardo alla Scuola dei Duri e in particolare a Dashiell Hammett (il rapporto tra Logan e il suo socio ricorda molto da vicino quello tra Sam Spade e Miles Archer ne Il falcone maltese), gli stereotipi del genere ci sono tutti: investigatori, femme fatale, sensi di colpa, violenza, tradimenti, vendette e tentativi di espiazione. Ma purtroppo gli ingredienti non si amalgamano alla perfezione. Ne risulta pertanto un’opera solo parzialmente riuscita, che mi sento di consigliare solo ai cultori del personaggio.