Da una parte un ragazzo che si ribella alla vacuità del mondo borghese in cui è cresciuto. Dall’altra uno che cerca un’alternativa ai progetti di fama e successo che il padre ha costruito per lui. In mezzo: un ring. È la boxe il perno narrativo di Fighter (2007), romanzo di Craig Davidson seguito alla raccolta di racconti Ossa e ruggine (2005) e a un horror ambientato nelle lande settentrionali del Canada, The Preserve (2006, pubblicato sotto lo pseudonimo di Patrick Lestewka, su cui Brian Keene ha scritto parole entusiastiche). Un romanzo crudo, violento, notturno, sporco, che mantiene intatta fino all’ultima riga la commistione di luce e di ombre, la profonda compenetrazione di speranze di redenzione e condanna alla dannazione. Con un prologo che, guarda caso, rappresenta in realtà l’epilogo della vicenda, che possiamo leggere come un unico lungo flashback alla scoperta dei retroscena che hanno portato uno dei due protagonisti lì dove si trova ADESSO, in un ring clandestino da qualche parte nel Sud-Est Asiatico.

L’attacco è magistrale:

Dicono che un uomo riesca a cambiare la propria personalità – l’essenza che sta alla base dei chi o di che cosa lui sia – del cinque per cento. Cinque per cento: il cambiamento massimo che ognuno di noi è in grado di realizzare.
In un primo momento può sembrare trascurabile. Cinque per cento, che sarà mai? Una limatura d’unghia. Ma considerate la vastità della psiche umana, e quel numero acquisisce un peso reale. Milioni di metri quadrati, miliardi di anni luce. Considerate quanto un cambiamento del cinque per cento possa alterare una persona. Immaginate tessere del domino allineate in lunghe file dritte, con un mondo di possibilità a portata di mano.
Cinque per cento: tutto cambia. Cinque per cento: una persona tutta nuova.
Visto in questi termini, il cinque per cento significa davvero qualcosa.
Visto in questi termini, il cinque per cento è colossale.

Fighter si presenta fin dalle prime battute come un romanzo di formazione, ma un romanzo nerissimo, destinato a seguire la parabola della crescita e della distruzione dei suoi giovanissimi protagonisti. Davidson sceglie una riuscita alternanza di punti di vista per dispiegare gli eventi, imbastendo un parallelo tra due mondi separati da un fiume e dal salto del Niagara: da una parte del confine, la placida serenità alto-borghese (se non proprio aristocratica) di Niagara Falls, Canada, in cui viene su, annoiato e apatico, Paul Harris; dall’altra l’entropia terminale di Niagara Falls, New York, acropoli americana nella sua fase di ultimo declino, nel cui fango e nella cui polvere si allena Robert Tully, promessa della boxe locale e speranza di fama e riscatto per suo padre, panettiere con ambizioni da manager, e per suo zio, uno sparring partner che si presta ai combattimenti clandestini per rifarsi dalle perdite al tavolo da gioco, sua mania e suo vizio.

Stremato dalla sua esistenza abulica, Paul Harris si infila nel tunnel di un trattamento steroideo, raccontato da Davidson con un’efficacia orrorifica e visionaria che evidenzia un’ottima conoscenza dei meccanismi della narrazione di genere, oltre che del mondo descritto (si racconta che l’autore si sottopose a un ciclo steroideo di 16 settimane per scrivere il libro). Preoccupato per l’ossessione del padre e per la china imboccata dallo zio, su spinta della sua unica amica Kate Paulson, Robert Tully matura invece un crescente disincanto sulle prospettive di successo che il padre ha voluto incuccargli fin da piccolo, a suon di allenamenti e match.

L’incontro/scontro tra i due si traduce nell’incontro/scontro tra due mondi e tra due epoche, dipinto senza scadere nell’agiografia né nell’apologia della violenza grazie anche alla forte tensione morale che regge tutta la narrazione.

Ci sono tre segnali per riconoscere un vero combattente. Non sono quelli che uno potrebbe pensare: niente a che vedere con quanto sia grosso il tizio, o con le dimensioni dei suoi pugni. I tre indizi sono:

1. Una gran calma, che rasenta il torpore, negli occhi.
2. L’insistenza a volerti stringere la mano senza sforzarsi di stritolartela.
3. Quando chiede scusa per quello che succederà dopo.

Se vi ritrovate fuori da un bar e il tizio che dovete affrontare vi stringe la mano e domanda perdono prima di alzare la guardia, il mio consiglio spassionato è di scappare.

Quello che non si può negare al romanzo di Davidson è un ostinato disincanto, che nasce dalla propensione al fatalismo che si può tastare con mano in ogni singola pagina di Fighter. Anche per questo più che a Fight Club e a Chuck Palahniuk, a cui il libro è stato accostato, mi sentirei di affiancarlo a un misconosciuto titolo della filmografia di Shinya Tsukamoto: Tokyo Fist (1995), sanguinario triangolo amoroso in una Tokyo crepuscolare e surreale come quasi sempre avviene con il cineasta giapponese, che trasfigura il pugilato in una ridefinizione dei ruoli nella società, celebrando al contempo un’elegia di corpi riscritti, feriti, massacrati.

Ottima riproposizione di un titolo pubblicato nel 2007 dalle Edizioni BD (traduzione di Marco Schiavone) all’interno di una collana popolare di genere come i Gialli Mondadori, che conferma la lungimiranza della linea editoriale conferita dalla conduzione Altieri alla più longeva delle collane italiane da edicola. Se lo scorso giugno vi foste distratti e lasciati scappare Fighter, ve ne consiglio caldamente il recupero dal mercato dei remainders, dove la prima edizione del libro viene venduta a poco più di 5 euro in una pregiata rilegatura rigida. Sperando di vedere un giorno tradotto in italiano anche The Preserve.