Non credo di aver trascorso mai tanto tempo immerso nelle pagine di un libro quanto ne sto trascorrendo su Underworld, di Don DeLillo. Ho intervallato ad altri libri la sua lettura tante di quelle volte che le sue pagine devono essere finite per impastarsi con la polpa di tutti gli altri libri che continuano ad accumularsi sui miei scaffali, le mie scrivanie, i miei comodini e i miei armadi. Ed è stupefacente come il tutto si combini alla perfezione, in un amalgama coerente che riesce a inglobare e assimilare ogni cosa, a incorporare e giustificare ogni frammento di realtà venga a trovarsi nel suo campo gravitazionale.

Mentre mi appresto a concluderlo, la trama continua a dispiegarsi davanti ai miei occhi con una coerenza e un rigore che ha del sovrannaturale, a giudicare dal caos di situazioni, episodi, riflessioni, ricordi e storie che DeLillo interseca nelle sue pagine, portando la storia degli uomini a scontrarsi con quella di una città, di una nazione e del mondo intero, mentre l’immaginario collettivo decanta intorno a nuclei minimi di significato di varia rilevanza (il fuoricampo di Bobby Thomson, la bomba H dei sovietici, la figura di J. Edgar Hoover, le performance di Lenny Bruce). Come testimonia l’insistenza sul Botto che ha Fatto il Giro del Mondo e il focus sugli acronimi che raggiunge il suo apice nel bellissimo brano di pag. 255, DeLillo costruisce una gabbia memetica per imbrigliare il mondo e la storia.

Retrovirus nel sangue, acronimi nell’aria. Edgar sapeva cosa rappresentava ogni singola lettera. AZidoThymidine. Azt. Human Immunodeficiency Virus. Hiv. Acquired Immune Deficiency Syndrome. Aids. Komitet Gosudarstvennoj Bezopastnosti. Sì, il Kgb faceva parte dello sciame che si moltiplicava, dell’esplosione cellulare che doveva essere distillata e contrassegnata da iniziali per essere vista.

Quando poco sopra mi riferivo alle sovrapposizioni di Underworld con le altre letture fatte nel frattempo, pensavo a due passaggi significativi che riguardano la figura di Albert Bronzini (che poi fu in qualche modo la ragione per cui acquistai il libro nel remoto 2002, in una libreria appena aperta nell’atrio della Stazione Tiburtina, dopo aver letto queste parole che sono l’inizio della Parte sesta del romanzo: “Bronzini pensava che camminare fosse un’arte. Quasi ogni giorno dopo la scuola usciva all’aperto, lasciando che la strada producesse un miscuglio di suoni, forme e movimenti, lasciando che le voci cadessero e gli aromi si spandessero in modi che variavano, ma non troppo, da un giorno all’altro.“).

Il primo si trova a pag. 718:

I bambini trovano sempre un modo. E’ come se riuscissero a schivare il tempo e le devastazioni del progresso. Ho l’impressione che operino in uno schema temporale completamente diverso.

L’altro a pag. 745-746 si riferisce a una partita di scacchi ma subito ne trascende i confini:

Ascoltò Mr. Bronzini in soggiorno. Stava parlando della verità di una posizione. La radio trasmetteva un serial intitolato «Orizzonti radiosi» o «Un radioso domani» o «Giorni radiosi», e ogni posizione ha una verità, disse Bronzini a Matty. E devi cercare una verità profonda, non una verità superficiale. Una posizione degna di essere difesa fino alla morte.

Se il primo non può mancare di stimolare nell’orecchio dell’appassionato di fantascienza delle assonanze fin troppo eloquenti (a Ballard, a W.S. Burroughs e a tanto cyberpunk), nel secondo colgo riferimenti a situazioni personali che nella loro banalità avvalorano le caratteristiche di universalità che da sempre investono la grande letturatura.