L’Usine, l’officina dei morti e degli affari di Parigi, e la sua emanazione del XII Arrondissement, la Dodicesima, rappresentano la persecuzione da cui non riesce a liberarsi il protagonista di Hugues Pagan, un ex-flic in pensione veterano dell’Algeria, che adesso si barcamena come investigatore privato e consulente per serie televisive di ispirazione poliziesca. Se ne trascina dietro gli anni – un quarto di secolo di servizio – come un’ombra, benché abbia ormai lasciato la divisa e il distintivo (la patacca) per cercare una via alla redenzione impossibile, fuori dalla polizia come dentro i suoi ranghi.

In questo secondo volume della trilogia dedicata al personaggio quasi senza nome (L’étage des morts 1990, Tarif de group 1993, Dernière station avant l’autoroute, 1997), che narra cronologicamente avvenimenti successivi a entrambi gli altri titoli della serie, Pagan porta in scena un uomo nel crepuscolo dei suoi anni, alle prese con il disincanto dell’ultima stagione che – ne è consapevole – gli resta da vivere. Un cancro ai polmoni lo ha ridotto allo spettro dell’uomo d’un tempo, ma la scorza è rimasta intatta: non va più a correre con la stessa frequenza e fuma un po’ meno di prima, ma è ancora capace di usare i pugni quando serve e di sicuro gli anni non hanno incrinato la sua corazza.

– Sei sempre uguale, Chess…

Lo apostrofa a un certo punto Dinah, ovvero Nadine Jansen, poliziotta come lui, un tempo sotto il suo comando e che adesso intreccia con lui una travagliata intesa sentimentale. Ed è una delle rare volte nel romanzo in cui viene fatto il suo nome, che è quello di un’etichetta discografica fondata da Leonard Chess nel 1950. La prima, qualche pagina prima, si è avuta sempre per bocca di lei.

– Sono troppo vecchio per cambiare…

Replica lui, senza scomporsi. E dopo poche righe Dinah lo chiama ancora una volta per nome. È l’ultima ed è importante che a farlo sia stata la donna con cui Chess ha deciso di spartire almeno per il frangente di qualche notte il peso delle comuni delusioni e angosce, in questa storia che procede a ritmo di blues snodandosi per le strade notturne di una Parigi alienata come non mai.

La loro storia non è facile. Se poi finisce per intercettare anche l’indagine che Chess sta conducendo al momento, setacciando una pista decisamente scomoda sul brutale omicidio di una prostituta bellissima – trovata sfigurata e barbaramente seviziata nel Bois de Vincennes, forse per un regolamento di conti, forse per altro – la faccenda si fa più complica. Il coinvolgimento dell’Usine nell’affare rende a sua volta le cose ancora più controverse, considerando che Dinah vi si ritrova invischiata fino al collo, incastrata da un superiore figlio di puttana come pochi.

A Parigi, in questo scorcio dei primi anni ’90, per le strade sospese tra il grigio del crepuscolo e la pioggia della notte si incontrano solo cadaveri ambulanti. Ma fino a che punto può spingersi un uomo nella ricerca della verità, affondando nel fango delle ingiustizie e dei soprusi perpetrati dalle presunte forze dell’ordine che hanno in pugno la città, prima di cedere al loro stesso gioco? Chess lo sa, per quello “sguardo torbido da perdere la testa” che aveva visto negli occhi di Velma, “più viola pallido che azzurro del cielo”; per quella bionda di un metro e settanta che amava andarsene in giro sui pattini a rotelle con una maglietta della UCLA, quando non era occupata a battere; o forse per il suo magnaccia, un antillese che si fa chiamare Fortune, sebbene non sembri in grado di dispensarne granché alla gente che ha intorno, malgrado gli intrugli chimici e le misture di erbe. In una città abbandonata alla disperazione, forse è proprio l’amore spezzato di questo pappa mulatto che ama vestirsi raffinatamente, il legame interrotto con la sua donna che ancora si trascina dietro in forma di ricordo e ossessione, l’unico barlume di una qualche forma distorta di assoluzione che può spingere Chess ad affondare ancora di più nella bolgia infernale del XII Arrondissement.

Il corpo devastato di Velma fissa per Chess la misura delle cose andate perdute, di un’epoca intera che non potrà più tornare (“Avevo due anni meno di adesso e quindici chili di più. Velma fumava le Kool. Nessuno che fumi più le Kool”). E la storia della sua indagine si dispiega in presa diretta tra ripensamenti e progressi, sospetti e rivelazioni, portando a galla un’istantanea sconfortante del marcio che si è infiltrato a tutti i livelli nelle istituzioni cittadine.

Debitore per questo slancio morale tanto verso Dashiell Hammett (citato esplicitamente nella figura di Sam Spade, a cui il protagonista si riferisce per descrivere, con analogo slancio iperrealista, l’arredamento del suo studio-abitazione) quanto verso Raymond Chandler (soprattutto per la cinica ironia che anima Chess, sempre pronto alla battuta fulminante e imprendibile), Hugues Pagan fa proprie le istanze del néo-polar formulate come provocazione ma perseguite con esiti mirabili (quando non proprio straordinari, come in Posizione di tiro) da Jean Patrick Manchette e persegue una propria strada al poliziesco postmoderno che rivela molti interessanti punti di contatto con l’opera di James Crumley. In linea con gli auspici di Valerio Evangelisti e la sua concezione del noir come variante contemporanea della tragedia, Hugues Pagan mette in piedi un teatrino di maschere, in cui i personaggi portano nomi inglesi che spesso e volentieri sono presi in prestito dalla tradizione del jazz e del blues. In questa rappresentazione del quotidiano male di vivere tutti, ma proprio tutti, hanno qualcosa da nascondere nel proprio passato.

Qualcuno, come Chess, imparerà da questa storia a farci i conti. Qualcun altro non sarà altrettanto fortunato. Ma potrà contare su gente come lui per scendere a patti con la vita.

Risorse in rete
Hugues Pagan: Quelli che restano, di Valerio Evangelisti su Carmilla
Hugues Pagan: Quelli che restano, recensione di Fabrizio Fulio-Bragoni su Non Solo Noir
Quelli che restano, recensione di Giovanni Zucca su Thriller Magazine
Hugues Pagan: La notte che ho lasciato Alex, su Carmilla
La notte che ho lasciato Alex, recensione di Fernando Fazzari su Thriller Magazine
La notte che ho lasciato Alex, postfazione di Luca Conti all’edizione Meridiano Zero
• Due domande a Hugues Pagan dal sito di Meridiano Zero
Hugues Pagan nel catalogo Rivages/Noir