Ancora su Nova Swing, attualmente in piacevolissima per quanto ardua (o proprio per quello…) lettura. Un’esperienza estraniante, intrisa di quel senso di nostalgia del futuro che da queste parti troverà sempre un soggetto a rischio di assuefazione. La storia gioca con gli stereotipi del noir e della fantascienza e con questi ingredienti l’autore confeziona un congegno alieno da maneggiare con estrema cautela. E dopotutto sarebbe impossibile un’alternativa per un romanzo incentrato sulla condizione di “essere un meme e non saperlo”…

M. John Harrison: “A key element I wanted to extend from the first book was the idea of human behaviour as code, further undermining conventional ideas we have of personality, character and consciousness. I liked the idea of a kind of life based on complex algorithms which can run themselves on any platform. The Kefahuchi Code is imagined as preceding physics in some way. Reality is just another substrate it can run on.

Il resto dell’intervista raccolta da Jeff VanderMeer è su Omnivoracious. Una consultazione propedeutica per chiunque si accinga a leggere il libro.