Mi sta capitando di leggere molto hard-boiled e molto noir, in questo 2010. Nelle mie letture dell’anno in corso, un ruolo preponderante è giocato da Dashiell Hammett. Dopo avere solo parzialmente apprezzato il celebrato Falcone maltese, confesso di averne fatto una questione di principio: leggerne e leggerne ancora per indagare le ragioni del suo successo e della sua popolarità. Mi sono bastati due titoli, inanellati di fila nel breve volgere di un paio di mesi, per riappacificarmi con la sua fama. Il primo, La maledizione dei Dain (già noto come Il bacio della violenza, ripubblicato di recente da Mondadori nella traduzione sontuosa di Sergio Altieri), ripropone l’anonimo detective dell’Agenzia di Investigazioni Continental Op già visto all’opera in Piombo e sangue e, per la solidità del plot se non per la ricostruzione d’atmosfera, eguaglia e a più riprese supera il prototipo di una buona misura. Il secondo, Un matrimonio d’amore, è invece una novella che brilla per scorrevolezza e realismo.

Riscoperto da Andrea Carlo Cappi, che ne ha curato anche l’adattamento per la compianta M - Rivista del Mistero oltre che la riedizione per i tipi di Sellerio, Un matrimonio d’amore (in origine First aide to murder) è una storia di inganni e scoperte in cui si esprime al meglio la scrittura di Hammett, cinica, ironica, essenziale. La stessa scrittura che, penalizzata forse da una traduzione invecchiata male, mi aveva lasciato interdetto nell’impatto con Il falcone maltese (che si segnalava comunque anche per la natura artificiosa della vicenda trattata, gestita con un piglio leggermente macchinoso), qui riesce a coniugare la ricchezza vibrante de La maledizione dei Dain con l’agilità scattante di Piombo e sangue. Un plauso al traduttore, che a una superficiale impressione di lettura sembrerebbe essere stato capace di rendere al meglio le sfumature della lingua di Hammett.

Siamo a Baltimora e il detective Alec Rush, ex agente di polizia, ex pugile, rinomato per un aspetto tutt’altro che gradevole, viene ingaggiato da un anonimo cliente per occuparsi di una giovane donna, sulla quale sembrerebbe gravare una minaccia non meglio precisata. Tra scheletri nell’armadio, vendette innescate dal bisogno, truffe e scoperte, si arriva a un finale amaro dal sapore di redenzione, che produce un effetto davvero singolare in un autore solitamente ironico e disincantato. Nella descrizione dettagliata dei pedinamenti per le strade di Baltimora e nella precisione particolareggiata della messa in scena, Un matrimonio d’amore mi ha inoltre richiamato le parole di William Gibson sull’iperspecificità di Dashiell Hammett e sul ruolo che questa giocò nella sua formazione di autore: “Sono passati forse quindici anni da quando ho letto Hammett, ma ricordo che ne ero affascinato per il modo in cui mischiava tutti questi elementi di ordinaria amministrazione fino a trasformarli in qualcosa di diverso - simile al naturalismo americano, ma strambo intensissimo, quasi surreale. [...] Hammett è stato probabilmente l’autore che mi ha avvicinato all’idea della iperspecificità, estremamente carente nella maggior parte delle descrizioni di fantascienza” [da "Una mistica danza di dati", intervista di Larry McCaffery a William Gibson, 1986, in Parco giochi con pena di morte, Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2001].

Un’ulteriore dimostrazione - se mai ve ne fosse bisogno - del regime di interscambi, di influenze reciproche e di mutua contaminazione in cui è maturata la letteratura di genere, fino a diventare quella che oggi conosciamo. Libro consigliatissimo anche a chi abbia deciso di avvicinarsi al fondatore della letteratura hard-boiled e non se la senta ancora di cimentarsi con uno dei suoi 5 romanzi. In un mio personale percorso di scoperta dell’autore, come si sarà capito consiglio a seguire Piombo e sangue e La maledizione dei Dain, lasciando agli irriducibili il decantato Falcone maltese.