[Tempo fa, spinto dall’invito di Danielepase, mi sono interessato all’introvabile Perramus. Con il consueto formidabile supporto di Maurizio “Gunman” Fontanella, mio fornitore di fiducia di letture fumettistiche, sono riuscito ad agguantare il terzo episodio della saga dedicata all’enigmatico antieroe argentino, spezzato in dieci puntate sulle uscite de L’Eternauta, tra il 1988 e il 1989. Per il momento non sono riuscito a fare di meglio, ma so che alla pubblicazione cominciata nel 1984 dovrebbe essere seguita una raccolta in quattro volumi e l’obiettivo è entrarne in possesso, prima o poi. Per il momento, mi sono goduto questa terza avventura di Perramus, che porta sull’Isola del Guano l’uomo senza memoria, in fuga dal passato, che si è dato il nome di un impermeabile. “È un marchio, non un nome”, protesta un personaggio. In tempi di crisi dell’individuo e di esasperato individualismo, fa qualche differenza?]

Di ritorno da Stoccolma, dove l’Accademia Svedese gli ha tributato l’atteso Nobel premiando “l’opera letteraria di un creatore eccezionale, lungamente emarginato per equivoci ideologici e d’altro genere”, Jorge Luis Borges scampa per un pelo a un agguato teso dai Marescialli di Santa Maria, indispettiti da una dichiarazione rilasciata dal Maestro al momento della consegna. La scomoda affermazione recita testualmente: “Un tempo mi preoccupavano i governi che facevano sparire certi libri dagli scaffali… poi ho capito che era più grave far sparire i lettori dalle loro case” e viene pronunciata con un sorriso reso serafico dal tratto fortemente espressionista e caricaturale di Alberto Breccia. E questo è solo l’inizio del terzo di quattro episodi dedicati da Breccia, su testi del romanziere e poeta Juan Sasturain, all’enigmatico Perramus, al fosco Canelones e al paradossale Nemico, compagni di viaggio di Borges in un’avventura surreale e paradossale che fotografa i contrasti tra le luci e le ombre, tra le angosce dietro le tende e le speranze oltre i vetri dell’Argentina appena uscita dalla Guerra Sucia. Nella finzione, i tre sono protagonisti della raccolta di racconti Fricciones, che vale appunto il Nobel al grande scrittore argentino, “e se abitualmente i personaggi esistono e sono determinati dalla scrittura dell’autore, nel caso delle mie Fricciones sono stati invece i personaggi stessi a segnare per sempre colui al quale è toccato in sorte di essere, per puro accidente, il semplice autore”. Finiscono così per accompagnare il Maestro in quest’avventura che li precipita di male in peggio, spedendoli dopo il tentativo di sequestro da parte degli scherani del governo sull’Isola di Mr. Whitesnow, la capitale mondiale del guano.

Non dobbiamo dimenticare che Alberto Breccia era stato strettissimo collaboratore di Hector Oesterheld e che proprio con il padre dell’Eternauta aveva lavorato su una vita a fumetti del Che che, molto probabilmente, fu una delle ragioni che portarono al rapimento e alla successiva sparizione dello sceneggiatore nel 1977. Quando si mise all’opera su Perramus, nel 1983, il ricordo dell’amico desaparecido doveva vibrare intenso, e possiamo ritrovarlo ancora nitido in una dichiarazione rilasciata dallo stesso artista a Milano nel 1988, in occasione di una mostra dedicata alla sua opera: “Non volevamo che calasse la tensione, che gli argentini tornassero a veder rosa troppo presto”.

E se la minaccia sinistra della dittatura dei generali si staglia sullo sfondo anche di questo terzo episodio ambientato fuori dall’Argentina, su un’immaginaria isola che potrebbe essere un paradiso caraibico come un’immaginaria reinterpretazione delle Malvinas/Falkland, Breccia e Sasturain trovano nel paradosso la chiave di lettura della storia. L’Isola è un luogo non meno emblematico delle figure dei quattro protagonisti, nella cui allegoria vive trasfigurata la tragicomica situazione di ogni repubblica delle banane. La repubblica del guano basa sugli escrementi dei volatili la propria precaria economia e i suoi abitanti sono pertanto costretti ad attendere con ansia una pioggia fecale per vedere risollevate le sorti stagnanti della propria nazione. “Il problema non è la merda. Al contrario, è la soluzione!” insegna il lacchè di Mr. Whitesnow. Paradigmatico e attualissimo tuttora, non è vero?

A contrapporsi al regime, si batte ormai solo il Circo Isolano Clandestino, erede spirituale dell’antica tradizione circense dell’Isola messa al bando dalla dittatura (che è arrivata a dichiarare fuorilegge la stessa parola “pagliaccio”, come se fosse la più affilata delle armi contro il governo… e forse è davvero così), che oppone una strenua ed eroica resistenza all’assenza di fantasia di “un’isola di merda”. Caduto nelle mani di Mr. Whitesnow, Borges è costretto a tenere conferenze a una platea di nani, il simbolo vivente dell’antica cultura abolita dal nuovo regime, sorvegliato da un Perramus sempre più disincantato e cinico, mentre Canelones e il Nemico finiscono nelle mani del C.I.C. e si lasciano coinvolgere nella causa persa della resistenza. E quando un tentativo di scuotere le coscienze con un blitz circense in una fabbrica di guano fallisce davanti all’incapacità degli operai di divertirsi, la critica della rivoluzione vive il suo requiem nelle parole definitive del Nemico, già avversario del regime prima di ritirarsi in esilio: “Sappiamo che abbiamo ragione, forse… Ma oltre ad avere ragione, bisogna convincere la maggioranza… Una verità per pochi è quasi una menzogna…”

Da qui in poi è tutta una concatenazione di episodi, con continui capovolgimenti di fronte tra la resistenza e il regime di Mr. Whitesnow, finché questi non accusa di tradimento Borges e Perramus e li condanna all’esilio per cannoneggiamento fuori dalle frontiere dell’Isola e una provvidenziale pioggia di guano interrompe la cerimonia ricoprendo di merda gli astanti. È solo il presagio dello sbarco sull’Isola dei gringos di Mr. Mastershit (la cui fantasia diplomatica richiama in una certa misura la figura-chiave di Henry Kissinger), che porta un progetto innovativo per sfruttare il “fenomeno fisiologico” che si scontra presto con i piani di predominio di Mr. Whitesnow, obbligando quest’ultimo ad abbracciare la causa della resistenza per scacciare gli invasori dall’Isola. La sontuosa sarabanda finale è il culmine prodigioso del caos e del grottesco, che porta all’unica soluzione possibile: una rivoluzione dal sapore amaro di restaurazione.

E il senso della storia orchestrata con estro e impreziosita da tocchi di dirompente ironia da Sasturain e Breccia è tutto concentrato in uno scambio tra Borges e Perramus, collocato proprio nel fulcro narrativo attorno a cui si dipana l’intreccio.

Perramus: «Maestro, stanno dormendo… Perché insiste sull’argumentum ornithologicum?»
Borges: «Io non parlo affinché mi ascoltino, così come non mangio affinché mi pesino o sono cresciuto affinché mi misurassero… Capisce?»
Perramus: «No.»
Borges: «Non importa. Non le spiego affinché capisca.»

C’è altro da aggiungere?