Archive for Aprile, 2010

Archetipi del sogno: acque pericolose

Posted on Aprile 15th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi | 3 Comments »

Leggevo le parole molto partecipate che Valerio Evangelisti ha dedicato (su Carmilla, un paio di settimane fa) a un misconosciuto romanzo di fantascienza catastrofica riapparso sul mercato editoriale anglosassone dopo la prima apparizione nel 1992 e approdato qui da noi solo adesso sull’onda - è il caso di dirlo - della riscoperta. Mi sono ritrovato per le mani L’anno dell’inondazione nel corso un paio di volte, nel corso delle mie spedizioni librarie di marzo (mese molto intenso, che ha arricchito la mia libreria di molti libri a lungo inseguiti o attesi, come gli ormai introvabili volumi delle Presenze Invisibili - che raccolgono l’opera breve di PKD a cura di Vittorio Curtoni - e la riedizione di Dashiell Hammett curata da Sergio Altieri, a cui facevo riferimento nei giorni scorsi). Entrambe le volte ho lasciato il romanzo di David Ely sullo scaffale, ma una sinistra nube di presagi si sta addensando intorno al tema del contenimento dell’oceano e alla minaccia dell’acqua.

Scrive il Magister:

L’originalità di Ely, quella che conferisce al suo romanzo una struggente forza poetica, sta però nell’avere eletto a protagonista autentica la Barriera: costruzione magnifica e orribile al tempo stesso, ipnotico crinale tra la furia dell’oceano e una vita artefatta che, nel gorgo di una futura catastrofe inevitabile, merita solo di essere sommersa e cancellata.

Al di là del fatto che un altro sbarramento (la diga di Herschel) gioca il ruolo di protagonista nell’Ultima Luce di Altieri, qualche giorno fa su un trenino diesel lanciato attraverso il far west dell’Alto Tavoliere verso le estreme propaggini orientali dell’Irpinia, leggevo Big Sur di Jack Kerouac (e la mia scoperta del buon Duluoz, per assecondare i miei istinti non-lineari, non poteva che partire dal Ti Jean della maturità e del disincanto), dove trovavo nel V capitolo il seguente passaggio:

E come ho detto quell’oceano che ti viene incontro più alto di dove ti trovi simile ai porti delle antiche xilografie sempre più alti delle città (come Rimbaud ha fatto rilevare rabbrividendo)…

Immagini di oceani e abissi giocano da sempre un ruolo centrale nelle mie elaborazioni oniriche. Non penso che sia un evento tanto raro, se è vero che l’acqua è un simbolo talmente forte - anche solo come elemento alla base della vita - da essersi meritato un capitolo tutto dedicato nei vari manuali di interpretazione dei sogni. Proprio di recente mi capitava di assistere nel sogno a una prospettiva, per altro molto lovecraftiana (e trattandosi di acqua e abissi, poteva essere diversamente?), di un’immane massa d’acqua premente contro uno sbarramento ciclopico eretto da ignoti ingegneri a difesa di un golfo, che avrebbe potuto essere quello di Napoli in un universo parallelo. Una tappa quasi obbligata, in questo periodo, per il mio peregrinare notturno.

L’acqua è di solito associata all’amnio materno (l’origine di tutto e per estensione si potrebbe pensare forse alle occasioni di rinascita, all’idea del cambiamento) e allo scorrere della vita (ancora una volta il flusso degli eventi connesso a qualche tipo di cambiamento). Ma nel caso del mio sogno, che ho ritrovato scolpito con una fedeltà sconcertante nelle parole di Kerouac, a predominare era l’idea di una massa statica, una marea poderosa contenuta dallo sbarramento, a incombere sulla città del sogno mentre forze oscure e invisibili ne agitavano gli abissi. Sarebbe bastata una lieve perturbazione esterna per produrre l’esondazione e la catastrofe. La contrapposizione tra le forze della natura e la fragilità dell’opera umana, immortalata nella celeberrima Onda di Hokusai, si trovava perfettamente sintetizzata in quell’immagine. E così forse in questo caso il simbolismo dell’acqua si lega meglio all’insconscio, su un binario ballardiano che conduce direttamente ai suoi psico-cataclismi sommersi.

“La Grande Onda di Kanagawa”, di Katsushika Hokusai.

Plugged into the Zeitgeist

Posted on Aprile 14th, 2010 in False Memorie, Fantascienza | No Comments »

Riprendo la citazione dal passaggio finale di questa tripla recensione di Paul Di Filippo per la rubrica The Speculator (dedicata al ritorno di tre “vecchie” glorie del cyberpunk), per segnalarvi un suo attualissimo intervento sullo steampunk. Di questo stravagante filone della fantascienza si parlava solo ieri sul blog di Loredana Lipperini con il contributo di avveduti compagni di viaggio, ed è da lì che riprendo il link all’ultima multi-recensione di Di Filippo incentrata su quattro libri che hanno nuovamente richiamato nel 2009 l’attenzione di critica e lettori sul punk a vapore.

Al di là dei ghiotti consigli di lettura che se ne possono ricavare, il richiamo alla World’s Columbian Exposition tenutasi a Chicago nel 1893, di cui Di Filippo fa cenno in merito a Boilerplate, mi ha sorpreso perché quell’anno nello stesso posto accadeva anche qualcos’altro che avrebbe originato una storia completamente diversa… Una storia destinata a dispiegarsi nel cuore a vapore del Regno d’Italia. Per saperne di più, vi converrà attendere ancora qualche tempo. In the meawhile, stay plugged into the Zeitgeist!

Strategie di annientamento di massa

Posted on Aprile 13th, 2010 in Agitprop, Criptogrammi | 10 Comments »

Quella che vedete qui sotto è una base missilistica, nome in codice Launch Position 10. Per la stagione più intensa della Guerra Fredda, nei primissimi anni ‘60, fu uno dei centri nevralgici dell’operazione NATO classificata come “Pot Pie”, che vide l’istituzione della 36ma Aerobrigata Interdizione Strategica (Abis) per presidiare 10 campi missili sotto la supervisione della V Armata Area Tattica, formata per decisione del Consiglio atlantico nel 1956. L’operazione riguardava l’installazione di basi missilistiche nel teatro europeo e maturò nell’ambito dell’escalation di paranoia di quegli anni.

La Launch Position 10 fotografata con chiarezza dai satelliti per Google Map, come forse avrete già scoperto cliccando sull’immagine, è situata alle porte di Matera, non distante dalla strada statale che collega il capoluogo lucano a Metaponto e alla costa. Il campo dei missili n. 10, ricavato in una collinetta decapitata e sventrata a formare un cratere, fu l’ultimo a essere realizzato, il 20 giugno del 1961. Gli altri erano dislocati nei comuni di Gioia del Colle, Mottola, Laterza, Altamura (2 basi), Gravina, Spinazzola, Acquaviva delle Fonti e Irsina.

Ciascun impianto - come si legge anche nella geolocalizzazione operata da Foscus, a cui sono risalito dal blog di Antonella Beccaria - ospitava tre missili, uno di lancio e due di riserva. Tre tubi di lancio, per alloggiare missili PGM-19 Jupiter (bestioline da 18 metri di lunghezza e quasi 50 tonnellate di peso al lancio, che potete ammirare in tutto il loro splendore qui di fianco). Operativi con l’USAF come SM-78, i missili Jupiter erano equipaggiati con una testata termonucleare da 1,44 megaton (equivalenti a più di 100 volte la bomba sganciata su Hiroshima) e avevano una gittata di 3.180 km.

Erano tutti puntati su Mosca, come altri 15 dislocati in Turchia nell’ambito della medesima strategia NATO di accerchiamento del blocco sovietico. La loro posizione non era ignota ai russi, viste le molteplici testimonianze raccolte dalla gente del luogo che ricorda di un continuo andirivieni di stranieri nella zona, indice di una intensa attività spionistica nei centri e nelle campagne della Murgia. E lo stesso presidente sovietico dell’epoca, Nikita Kruscev, protestò formalmente con l’Italia per aver accordato l’installazione dei missili sul proprio suolo, dando a intendere a Segni e Fanfani, in visita ufficiale a Mosca nell’agosto 1960, di essere al corrente dell’area geografica destinata alle basi missilistiche prima ancora che queste venissero impiantate. 

Guerra Fredda, primi anni ‘60, testate nucleari nel giardino di casa e sulla testa ricognitori aerei nemici. Un aereo bulgaro attrezzato per la fotografia aerea precipita sulla Murgia ma le autorità riescono a bloccare la fuga di informazioni. Silenzio assoluto. Gli occhi del mondo sono puntati su Cuba, dove tra il 17 e il 19 aprile 1961 JFK incorse nella Baia dei Porci nella prima disfatta politica della sua amministrazione, con il fallimento dello sbarco degli esuli cubani organizzato dalla CIA. Il 2 dicembre del 1961, per ragioni di opportunismo politico, Fidel Castro proclamò Cuba Stato Marxista-Leninista, ottenendo l’appoggio dell’URSS per fronteggiare l’ingerenza statunitense. Il 14 ottobre 1962 Washington apprese da una ricognizione aerea  della presenza di rampe di lancio sull’isola, destinate a ospitare i missili nucleari già in viaggio su una nave sovietica.

Se a quel punto Kennedy avesse optato per una prova di forza con l’URSS sul suolo cubano, non è infondato ipotizzare che, all’attacco degli USA contro le basi missilistiche cubane, Mosca avrebbe risposto con una rappresaglia contro le basi missilistiche della Murgia.

Se in un’ora qualsiasi di quegli anni, a 7 minuti dall’apocalisse, la NATO avesse optato per un attacco all’URSS e i missili di “Pot Pie” fossero stati lanciati, il tempo per la risposta militare sovietica sarebbe stato dell’ordine di mezz’ora. Poi una bolla di fuoco avrebbe inghiottito questo angolo di Bassitalia e il vento radioattivo avrebbe spazzato la penisola. Le natiche dei nostri eminenti governanti ne avrebbero avvertito il calore anche nei loro rifugi antiatomici dispersi tra la campagna romana e i Colli Albani.

Scenari apocalittici di olocausti termonucleari ardevano tra i possibili destini del territorio di Matera e dintorni, ancora all’epoca tra le zone più depresse del Mezzogiorno d’Italia, dove nessuno era a conoscenza della spada di Damocle che si ritrovava sospesa sulla testa.


Matera, foto di Paolo Màrgari.

In quell’ottobre 1962 si ebbero frenetici contatti tra Kennedy e Kruscev. In cambio della rinuncia sovietica a posizionare i missili a Cuba, JFK s’impegnò a ritirare i 30 Jupiter della Murgia e i 15 dislocati in Turchia. La Terza guerra mondiale era stata sfiorata, gli analisti spostarono indietro di 12 minuti le lancette dell’Orologio dell’apocalisse.

L’operazione “Pot Pie” ebbe termine nel 1963 e le basi della Murgia furono smantellate tra l’aprile e il giugno di quell’anno. L’ex-campo dei missili di Santa Lucia, alle porte di Matera, è tuttora servitù militare, benché gran parte delle installazioni militari siano state rimosse Al suo interno ospita un deposito d’auto. Ma nei suoi dintorni, così come nelle aree delle altre Launch Position di “Pot Pie”, sono ancora ben visibili le tracce lasciate dalle destinazioni d’uso d’un tempo: le torrette di guardia lungo il perimetro, con i nomi e le date incisi nel cemento dagli avieri impegnati nei turni di guardia, e tre piazzole al centro della base, con una superficie di cemento e in bella vista i tre grandi plinti su cui poggiavano le strutture di sostegno dedicate ai Jupiter.

Tutta questa storia, ricostruita a partire dall’esaustivo intervento di Pasquale Doria dal titolo “Matera e la Guerra Fredda” (riportato in appendice al volume I giorni di Scanzano) e dall’opera di documentazione di Giorgio Nebbia, mi ha evocato scenari da ucronia molto, molto cupi e fortemente debitori del Missile Gap di Charles Stross. Al di là delle suggestioni, è comunque confortante sapere che, prima della mia nascita e dell’avvento dei più sofisticati espedienti della guerra netcentrica, qualcuno già lavorava per ipotecare il futuro di una terra e della sua gente ignara. Le armi di distruzione di massa garantiscono un senso di continuità e di sicurezza, in questi tempi così incerti.

Houston, abbiamo un problema

Posted on Aprile 12th, 2010 in Micro, Transizioni | No Comments »

Lo Strano Attrattore, come sapete, è affetto da sindrome lunare, tuttavia c’è voluto il bel post commemorativo di Luigi Rosa per ricordarmi che oggi ricorre il quarantennale della missione dell’Apollo 13, una delle pagine più eroiche ed emozionanti dell’epopea spaziale. Per chi non avesse visto il film omonimo di Ron Howard, sul sito dell’ANSA c’è una ricostruzione di quei giorni che tennero il mondo con il fiato sospeso, fino all’ammaraggio nel Pacifico.

Era il 17 aprile 1970 e l’era spaziale aveva appena visto concludersi la missione più sfortunata e gloriosa della sua breve storia. L’occasione è giusta per rivedersi anche un video dei Foo Fighters: eccezionalmente per voi, oggi, doppia razione di clip. L’incorporamento è stato disattivato da YouTube, quindi per spararvi Next Year a tutto volume cliccate direttamente qui.

The Call of Cthulhu

Posted on Aprile 12th, 2010 in Graffiti, Proiezioni | 3 Comments »

Proseguiamo la nostra cthulheide segnalando questa clip di tecnoramanet. La voglio dedicare al Circolo degli Abissi di Bassitalia…

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Penso che la cosa più misericordiosa… (The Call of Cthulhu)

Fantascienza italiana: il punto della situazione

Posted on Aprile 11th, 2010 in Fantascienza, ROSTA | 4 Comments »

Sul numero 123 di Delos il direttore Carmine Treanni cura un ricco e approfondito speciale sullo stato di salute della fantascienza in Italia, raccogliendo le testimonianze degli autori e i pareri degli esperti (Salvatore Proietti e Giampaolo Rai). Il mio intervento parte da qui. Oltre alle mie considerazioni potrete leggere quelle di un numero di colleghi: Fabriani, Tonani, Fambrini, Catani, Altomare e molti altri.

Qui è invece l’editoriale del direttore, intitolato esplicitamente Un sogno per la fantascienza italiana. Nel numero online anche l’ultimo racconto del compagno Fazarov: I want you (dead). Buona lettura!

Zero History: il ritorno di Gibson

Posted on Aprile 11th, 2010 in Letture, Micro | No Comments »

William Gibson ha consegnato nei giorni scorsi il suo ultimo romanzo, che da quanto si era vociferato ai tempi dovrebbe proseguire la stessa linea drammatica iniziata con Pattern Recognition e continuata da Spook Country: grande attenzione per i cambiamenti in atto nel mondo contemporaneo e le sottoculture elettrizzate dalle nuove tecnologie, respiro globale, riflessione politica e trame spionistiche.

Zero History arriverà nelle librerie americane il 7 settembre prossimo e nel frattempo Gibson (che comunque è sempre rimasto molto attivo su Twitter) è tornato anche a bloggare, con una sessione di Q&A che ormai si dispiega da qualche giorno, da cui emergono molti aspetti interessanti. Per esempio:

Writing novels is a painful and anxiety-ridden process, for me. There are *moments* of enjoyment. I very much enjoy the state of having written.

Nel segno di Kilgore Trout

Posted on Aprile 10th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | No Comments »

In una delle rubriche che tiene per Thriller Magazine, intitolata programmaticamente Pseudobiblia, l’enigmatico Lucius Etruscus sta progressivamente compilando dalla scorsa estate un’enciclopedia dei falsi libri, testi inesistenti immaginati in altri libri per burla, espediente narrativo o semplice invenzione.

Dopo una puntata dedicata agli pseudobiblia in Philip K. Dick (a cui mi viene spontanea l’aggiunta di Come Sono Risorto da Morte nel Mio Tempo Libero e Come Potete Farlo Anche Voi, il Libro sacro di A.J. Spectowsky, “il grande teologo comunista del XXI secolo”, che gioca un ruolo non secondario in Labirinto di morte), Lucius ci parla di un autore immaginario, quel Kilgore Trout ideato dal compianto Kurt Vonnegut e capace di costruirsi una sua vita autonoma, indipendente dalla volontà del suo stesso creatore. Potete leggerlo qui.

L’articolo si sofferma anche sul pesce d’aprile dedicato a “Urania Collezione”, messo a punto lo scorso anno con la complicità del grande Franco Brambilla. Buon divertimento!

Breece D’J Pancake: La cava

Posted on Aprile 8th, 2010 in Letture | 3 Comments »

[La notte tra il 7 e l'8 aprile 1979 Breece D'J Pacake moriva misteriosamente a Charlottesville, Virginia, per le conseguenze di una ferita da arma da fuoco, in circostanze non ancora del tutto chiarite. Lo scorso anno abbiamo preparato con il compagno Fazarov uno speciale su Next-Station.org per commemorare l'evento. Quest'anno voglio riproporvi un brano da uno dei suoi racconti, apparso postumo nel 1982 sulle pagine dell'Atlantic Monthly e ambientato nel mondo dei minatori del West Virginia, purtroppo tornato di tragica attualità proprio in questi ultimi giorni.]

Buddy schiacciò il grasso tra i denti della forchetta, cercando di recuperare la carne in mezzo a tutta quella poltiglia, e osservò Sally mentre mangiava. «Ci saranno dei soldi, Sal.»
«Non ricominciare. Sempre ci saranno, ma non ce ne sono mai.»
«Questa volta di sicuro. Estep e io abbiamo lavorato quella roba oggi. Una scavatrice D-nove e una pala meccanica ci farebbero finire alla svelta. Curt ha il contratto e tutto.»
«Pensavo che i tuoi genitori avessero già regolato i conti con le colline qui intorno.»
Lui si rivide in piedi a un funerale sotto il sole, non riusciva a dire chi, ma il profumo di Vitalis che veniva dalle mani di suo padre gli aveva rivoltato lo stomaco e le scarpe nuove gli facevano male ai piedi.
«Mai avuto un tetto sopra la testa, neppure quello. Rimani, Sal.»
Con la forchetta, Sally disegnava curve pigre nella zuppa di fagioli. Scosse la testa. «No, sono stanca di vivere di parole.»
«Queste non sono parole. Che cosa ti ha fatto stare con me così tanto tempo?»
«Le parole.»
«E l’amore? L’amore non è parlare.»
«Fare la puttana è parlare.»
La sua mano schizzò sopra il tavolo; per il colpo, la testa di Sally si girò da un lato e lei diventò tutta rossa. Si tirò su con calma, mise il piatto nel lavello e camminò per l’ingresso fino alla stanza da letto. Buddy la sentì accendere la televisione, ma il brusio diminuiva e lasciava spazio soltanto al guaire dei cani. Osservò il suo piatto che diventava freddo, mentre il grasso si incrostava sui bordi.
[…]

Il colpo riscosse Sally dal dormiveglia, ma si rimise giù, guardando la luce azzurra della tv che giocava contro i fiori rugginosi delle crepe del soffitto, mentre gli ultimi grani di cocaina le entravano in testa. Si allungò, si sentì galleggiare in un oceano di luce azzurra che gorgogliava attorno al suo corpo, si rilassò. Sapeva che era più carina delle ragazze al Thunderball Club o di quelle alla televisione; e molto più divertente.
«Moltisssssimo» sussurrò, più e più volte.
La sagoma di Buddy apparve sulla porta. «Non torneranno» disse.
«Chi?» Sally si sedette, lasciando che le lenzuola le scivolassero via dai seni.
«I cani.»
«Ah, sì.»
«Non ci fai i soldi così, Sal. Troppa roba gratis che ci gira intorno.»
«Sì? E tutto il denaro che fai tu mi terrà qui?»
Lui tornò verso l’ingresso.
«Buddy» disse lei. E lo sentì fermarsi. «Vieni.»
Mentre lui si toglieva le scarpe, lei fu colpita molto più del solito dal suo dorso arcuato; ma quando lui si girò verso di lei, il suo petto si gonfiò mentre si sbottonava la camicia. Da dove stava, la luce dell’ingresso si mischiava con quella della tv, colpendo i suoi occhi con lampi bianchi e rosa mentre lei si muoveva tra le onde delle coperte per fargli posto.
Lui entrò nel letto, le mani fredde le accarezzarono la vita e lei sentì piccoli tremiti nei muscoli di lui. Gli passò un dito giù per la spina dorsale per farlo eccitare.
«Quando parti?»
«Abbastanza presto» disse lei, tirandoselo più vicino.

Da La cava (Hollow) di Breece D’J Pancake. Traduzione di Ivan Tassi per Trilobiti (ISBN Edizioni, 2005). Foto di Dixon Marshall, “Mountain Icecap: South Branch Mountain”.

Altri articoli dedicati a Pancake:
Breece D’J Pancake, trent’anni dopo, 05-04-2009
Pancake: una riflessione sul tempo, 10-04-2009

Concetti spaziali, oltre

Posted on Aprile 6th, 2010 in Connettivismo, ROSTA | 11 Comments »

E’ la prima silloge di poesie connettiviste, scelte e curate da Alex Tonelli per i tipi di Kipple Officina Libraria e in uscita proprio in questi giorni come apripista della nuova collana supereconomica “Capsule”.

La poesia connettivista si scompone, si danna, grida, si crogiola nei proprisogni/incubi, libera le parole e utilizza il foglio come tela, ma lo fa scomparendo nelle apparenze stesse, utilizzando parole in disuso, frasi criptiche, codici, linguemorte o linguaggi per macchine, ridicolizzando e rifuggendo l’ordinaria quotidianità con l’ermetismo esoterico.

Il volumetto è agile ed elegante, un piacere da sfogliare e risfogliare come dovrebbe essere ogni raccolta di poesie. Ormai sono anni che non butto giù un verso in maniera sistematica, ma la passione e la fiducia di Alex mi hanno permesso di prendere parte a questa iniziativa con materiale già apparso in varie forme, sul vecchio blog come su Next. Cose un po’ borderline, devo dire, come questa.