“Raccontare deliberatamente menzogne ed allo stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile.”

George Orwell - 1984

In tempi di egemonia del bispensiero, non dovrebbe sorprendere più di tanto il trattamento vergognoso riservato alla Resistenza da una larga parte della classe politica che ci ritroviamo. Una parola voglio tuttavia spenderla lo stesso e voglio farlo oggi per non imbrattare il pensiero (non doppio) che ho intenzione di lasciare in bacheca domani per il 25 aprile, nella ricorrenza del 65° anniversario della liberazione dal giogo nazifascista.

Quello che vedete qui di fianco è Edmondo Cirielli, parlamentare del PDL che ricopre contemporaneamente le cariche di presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati e di presidente della Provincia di Salerno. Proprio a Salerno Cirielli ha dato prova del suo rigore intellettuale in occasione dei preparativi per le celebrazioni del 25 aprile. La storia dei manifesti predisposti dalla Provincia e affissi per la città è rimbalzata sulle principali testate nazionali, da Repubblica al Corriere della Sera. In questi manifesti, nessun riferimento al ruolo dei partigiani nella lotta di liberazione dell’Italia, ma un fin troppo zelante ringraziamento all’esercito americano “per l’intervento nella nostra terra che ha sancito un’alleanza che ha garantito un luogo periodo di pace e di progresso economico e sociale, senza precedenti e che ha salvato l’Italia, come l’Europa, dalla dittatura comunista”.

La minaccia più grande, mentre una generazione di italiani dedicava la propria vita alla libertà nelle nostre città e nelle nostre campagne, sarebbe stata quindi per Cirielli quella comunista, in un saggio di manipolazione dell’informazione che incanta e che ribadisce - proprio come un disco incantato - sulla sua pagina di Facebook:

“Il senso del manifesto per la celebrazione del 65° anniversario della Liberazione è molto chiaro ed è reso palese dalla lingua italiana. La presa di distanza dalle conseguenze nefaste per la democrazia dell’esperienza fascista è, inequivocabilmente, scritta nel manifesto. La realtà è che una certa cultura antidemocratica, per anni a servizio (a volte anche a pagamento) della Russia comunista, vuole negare alle giovani generazioni la possibilità di conoscere una serie di verità storiche, che io invece ho inteso sottolineare. Se ci avesse liberato l’Armata Rossa, anziché gli Americani, per 50 anni non saremmo stati un paese libero.”

Un vero campione delle verità storiche, non c’è che dire. Davvero. Ma delle verità riscritte a regola d’arte e spacciate come fatti inoppugnabili. E che dietro questo ennesimo episodio di revisionismo storico si celi la consueta miscela di malafede e di semplice ignoranza, al momento non fa alcuna differenza. Quello che resta come dato di fatto è la vergogna per la mia terra provocatami da chi la rappresenta e l’amministra come se fosse il proprio feudo, con la licenza di riscrivere la storia e infilare su un manifesto pubblico le peggiori oscenità culturali, replicando a livello territoriale quello che ormai è un paradigma nazionale imposto, accettato e tollerato da tutti.

E non consoliamoci al pensiero che Orwell lo aveva previsto. Contro chi vuole riscrivere la nostra storia, bisogna ribadire il valore della Resistenza, della responsabilità individuale e della coscienza civile di cui ciascuno di noi è provvisto. Resistere, resistere, resistere: all’amnesia collettiva, alla rimozione di Stato, all’oblio come istituzione fondante di un presente effimero. Oggi, con la stessa tenacia di 65 anni fa.