Leggevo le parole molto partecipate che Valerio Evangelisti ha dedicato (su Carmilla, un paio di settimane fa) a un misconosciuto romanzo di fantascienza catastrofica riapparso sul mercato editoriale anglosassone dopo la prima apparizione nel 1992 e approdato qui da noi solo adesso sull’onda - è il caso di dirlo - della riscoperta. Mi sono ritrovato per le mani L’anno dell’inondazione nel corso un paio di volte, nel corso delle mie spedizioni librarie di marzo (mese molto intenso, che ha arricchito la mia libreria di molti libri a lungo inseguiti o attesi, come gli ormai introvabili volumi delle Presenze Invisibili - che raccolgono l’opera breve di PKD a cura di Vittorio Curtoni - e la riedizione di Dashiell Hammett curata da Sergio Altieri, a cui facevo riferimento nei giorni scorsi). Entrambe le volte ho lasciato il romanzo di David Ely sullo scaffale, ma una sinistra nube di presagi si sta addensando intorno al tema del contenimento dell’oceano e alla minaccia dell’acqua.

Scrive il Magister:

L’originalità di Ely, quella che conferisce al suo romanzo una struggente forza poetica, sta però nell’avere eletto a protagonista autentica la Barriera: costruzione magnifica e orribile al tempo stesso, ipnotico crinale tra la furia dell’oceano e una vita artefatta che, nel gorgo di una futura catastrofe inevitabile, merita solo di essere sommersa e cancellata.

Al di là del fatto che un altro sbarramento (la diga di Herschel) gioca il ruolo di protagonista nell’Ultima Luce di Altieri, qualche giorno fa su un trenino diesel lanciato attraverso il far west dell’Alto Tavoliere verso le estreme propaggini orientali dell’Irpinia, leggevo Big Sur di Jack Kerouac (e la mia scoperta del buon Duluoz, per assecondare i miei istinti non-lineari, non poteva che partire dal Ti Jean della maturità e del disincanto), dove trovavo nel V capitolo il seguente passaggio:

E come ho detto quell’oceano che ti viene incontro più alto di dove ti trovi simile ai porti delle antiche xilografie sempre più alti delle città (come Rimbaud ha fatto rilevare rabbrividendo)…

Immagini di oceani e abissi giocano da sempre un ruolo centrale nelle mie elaborazioni oniriche. Non penso che sia un evento tanto raro, se è vero che l’acqua è un simbolo talmente forte - anche solo come elemento alla base della vita - da essersi meritato un capitolo tutto dedicato nei vari manuali di interpretazione dei sogni. Proprio di recente mi capitava di assistere nel sogno a una prospettiva, per altro molto lovecraftiana (e trattandosi di acqua e abissi, poteva essere diversamente?), di un’immane massa d’acqua premente contro uno sbarramento ciclopico eretto da ignoti ingegneri a difesa di un golfo, che avrebbe potuto essere quello di Napoli in un universo parallelo. Una tappa quasi obbligata, in questo periodo, per il mio peregrinare notturno.

L’acqua è di solito associata all’amnio materno (l’origine di tutto e per estensione si potrebbe pensare forse alle occasioni di rinascita, all’idea del cambiamento) e allo scorrere della vita (ancora una volta il flusso degli eventi connesso a qualche tipo di cambiamento). Ma nel caso del mio sogno, che ho ritrovato scolpito con una fedeltà sconcertante nelle parole di Kerouac, a predominare era l’idea di una massa statica, una marea poderosa contenuta dallo sbarramento, a incombere sulla città del sogno mentre forze oscure e invisibili ne agitavano gli abissi. Sarebbe bastata una lieve perturbazione esterna per produrre l’esondazione e la catastrofe. La contrapposizione tra le forze della natura e la fragilità dell’opera umana, immortalata nella celeberrima Onda di Hokusai, si trovava perfettamente sintetizzata in quell’immagine. E così forse in questo caso il simbolismo dell’acqua si lega meglio all’insconscio, su un binario ballardiano che conduce direttamente ai suoi psico-cataclismi sommersi.

“La Grande Onda di Kanagawa”, di Katsushika Hokusai.