L’aurea mediocritas è stato uno dei massimi valori negli ultimi anni della Roma repubblicana, prima dei fasti dell’Impero, cantata tra gli altri dal mio illustre conterraneo Quinto Orazio Flacco come “giusto mezzo” tra gli eccessi di ogni tipo. Ispirato dalla filosofia epicurea, Orazio invitava i suoi contemporanei a godere dei piaceri della vita nel rifiuto degli estremi, in una posizione ottimale intermedia tra il massimo e il minimo. Oggi, duemila anni più tardi, l’espressione è diventata sinonimo sarcastico di mediocrità perdendo l’originario riferimento alla moderatezza, e ovunque intorno a noi si affollano i fieri propugnatori dell’eccesso. Non credo che le due cose siano scollegate: la perdita del significato originario delle parole e la corrispondente crisi del valore.

Questo ha dei riflessi anche nel mondo delle lettere. Non basta essere dei buoni scrittori, si deve essere degli Artisti, e se l’opera è un libro soddisfacente può tranquillamente essere ignorata o demolita nel nome dell’eterna ricerca del Capolavoro. Di gente convinta della legittimità di questo modus operandi la rete è piena: lanciano le loro campagne dai loro blog, sfruttano gli spazi altrui per uniformarsi all’audacia degli ultras più violenti e si giovano della cassa di risonanza delle loro corti per inquinare il dibattito pontificando su ogni cosa, contribuendo a conservare litigiosa, provinciale e dilettantesca la scena del fantastico italiano.

L’ultimo libro di “Urania” (il n. 1555 di febbraio) ha offerto ai soliti arcinoti l’occasione di tornare alla carica, ribadendo la loro azione a difesa del fantastico e/o della purezza dei generi. Questo mi spinge quindi a parlarne come, nel futuro, mi sforzerò di parlarvi ogni volta che se ne presenterà l’occasione di quei libri non perfetti e nemmeno memorabili, ma comuqnue degni di nota e soddisfacenti per trascorrere qualche ora in buona compagnia. Parlo di libri nella norma o magari anche al di sopra della norma, che vanno a costituire quella massa che con il loro numero va a comporre la vera rappresentanza del genere. Sono i libri che, quando si rivelano validi, assolvono al compito di ricacciare indietro il kipple che altrimenti tenderebbe alla saturazione e al soffocamento dei generi stessi (ben oltre, quindi, il famigerato 90% di Sturgeon). Sono questi libri a fornire lo stato di salute di un genere, essendo per la massa molto più facile condizionare la percezione esterna di quanto non lo sia per un singolo titolo (per quanto vicino al capolavoro possa arrivare) o per un singolo autore (per quanto raffinate possano essere le sue capacità artistiche). E questo I predatori del suicidio (The Suicide Collectors in originale), opera d’esordio di David Oppegaard, rientra a pieno titolo nel novero delle opere che oppongono un argine alla marea di kipple che minaccia le coste dei nostri generi. Per questo, se solo qualche tempo fa mi sarei sentito legittimato a sorvolare sui suoi meriti, nella condizione attuale del panorama italiano avverto la necessità di parlarvene.

Come ho scritto sul Blog di “Urania”, nutrivo grandi aspettative intorno a questo romanzo. Per quanto abusato sia il tema dell’apocalisse, fin dall’inizio Oppegaard sembrava aver voluto cercare una sua personale strada verso la fine del mondo: un morbo non meglio specificato e noto solo come Disperazione ha sterminato il genere umano attraverso una sequenza impressionante di suicidi. In ogni parte del mondo, all’improvviso, la gente ha semplicemente deciso di averne abbastanza e ha cominciato a togliere il disturbo. A raccogliere i cadaveri arrivano presto i Predatori del titolo, figure emaciate e inquietanti che battono le strade della Terra avvolti nei loro neri mantelli, rimuovendo i corpi dei suicidi per i loro fini oscuri. Il protagonista, Norman, affronta un ultimo viaggio alla ricerca della speranza dopo aver ucciso un Predatore venuto a raccogliere il cadavere della moglie. Con lui il vecchio Pops, l’unico altro sopravvissuto della loro cittadina, e presto la giovanissima Zero, sopravvissuta al suicidio di entrambi i genitori.

Malgrado le alte aspettative, la mia partenza a razzo nella lettura ha subito una battuta d’arresto dopo le prime cento pagine a causa del sovrapporsi di altri libri (effetti collaterali dello scheduling in multitask…), ma adesso, in prospettiva, mi sento di poter dire che in effetti la storia di Oppegaard patisca un calo di ritmo intorno a metà libro, quando il pellegrinaggio dalla Florida a Seattle giunge a metà strada e s’impantana tra le praterie e le Montagne Rocciose, per poi risollevarsi all’arrivo a destinazione dove, dopo aver sfiorato la morte e aver perso i suoi compagni di viaggio, Norman si trova davanti una città devastata. A risollevare il ritmo ci pensa la figura del dottor Briggs, nel classico ruolo strumentale del deus ex machina, che offre a Norman il proprio provvidenziale aiuto per i suoi progetti di vendetta. Malgrado un ricongiungimento con Zero decisamente troppo forzato nella tempistica e nelle modalità per risultare credibile, l’ultima parte si dispiega con slancio rinnovato fino al finale, perfettamente in linea con il tono dimesso del resto del romanzo. Forse è questa moderatezza dei toni la particolarità più significativa de I predatori del suicidio, che non manca comunque di sussulti ora orrorifici negli incontri inquietanti con le comunità di sopravvissuti regredite a uno stadio primitivo o all’oscurantismo di un nuovo medioevo, ora lirici ed elegiaci nella descrizione del viaggio on the road attraverso il cuore dell’America.

La prima e l’ultima parte sono quelle che mi hanno convinto di più, e probabilmente sono proprio quelle in funzione delle quali Oppegaard ha costruito il suo romanzo. L’Isola della Morte è decisamente efficace come rappresentazione e trae la sua forza dall’essere delineata proprio con la massima economia di pennellate. Ma è l’intero lavoro di Oppegaard a essere sintonizzato su questa frequenza: I predatori del suicidio è una storia sussurrata, nel silenzio che ha preso il posto dell’umanità sull’orlo dell’estinzione. Un romanzo che non aspira al rango del capolavoro epocale, ma che resta un discreto prodotto di fattura artigianale, privo di velleità o aspirazioni filosofiche, fruibilissimo dalla maggior parte dei lettori come dimostrano i commenti lasciati su Urania Blog da chi il libro l’ha letto davvero senza soffermarsi alla quarta di copertina.

Credo che gran parte delle critiche di fronte a scelte come questa nascano dal fraintendimento di fondo che un Oppegaard di meno avrebbe significato un Vinge o un Egan o un MacLeod di più. Mai convinzione fu più sbagliata o in malafede, perché sono proprio gli Oppegaard, i Somers, i Sawyer, a giustificare le punte di diamante di una collana, che avrebbero altrimenti difficoltà a ripagarsi. Ce ne fossero quindi di libri come I predatori del suicidio, capaci di consolidare a questi livelli la media della fantascienza, anche sposando la strada delle contaminazioni come accade in questo caso con l’horror. Lungi dall’inno alla Disperazione intonato con instancabile dedizione dai Pred(ic)atori di ogni fede.