Alla fine, buon ultimo a due mesi dall’uscita e uno dalla release italiana, anch’io ho sperimentato la visione immersiva di Avatar. A essere sinceri, dopo l’iniziale attesa per l’evento, da qualche settimana era subentrato in me uno spirito di fatalistica rassegnazione: i pareri degli amici che già avevano avuto modo di vederlo erano concordi nel rilevarne la schematicità narrativa e contrapporla allo stato dell’arte della tecnica 3D adottata nelle riprese e nella resa video. Un giudizio che posso tranquillamente confermare, senza però rinunciare alla soddisfazione per lo spettacolo goduto.

Cominciamo col dire che Avatar è il classico film di James Cameron: le situazioni rivestono nell’economia della storia più importanza dell’intreccio e l’efficacia dei singoli momenti prevale decisamente sulla plausibilità dello sviluppo. D’altro canto, è ciò che nel suo cinema accade dai tempi di Aliens - Scontro Finale, The Abyss e Terminator (soprattutto il secondo, Il Giorno del Giudizio): al primo posto negli interessi del regista c’è la costruzione di uno scenario di profondità, con il worldbuilding che si spinge a definire una mitologia interna imprescindibile per consolidare un immaginario autonomo su cui posare le fondamenta della storia (l’innesto dell’orrore alieno concepito da Ridley Scott sul mito della colonia perduta, il confino negli abissi sotto la minaccia di una testata nucleare, la leggenda del salvatore dell’umanità che guida la resistenza contro Skynet); quindi viene il dato scientifico/tecnologico, inteso tanto al livello di elemento drammatico (l’avamposto umano trasformato in alveare alieno, la base sottomarina che entra in contatto con una civiltà abissale, il soldato cyborg mandato indietro nel tempo per assassinare/proteggere il futuro leader della resistenza umana alle macchine) che come tecnica cinematografica (emblematiche, in questo senso, le rivoluzioni operate prima con la CGI di Terminator 2, adesso con il 3D in alta definizione di Avatar); in ultima istanza la storia, vista sempre come interazione elementare tra i personaggi, da cui deriva lo schematismo consapevole in cui spesso si giocano le trame di Cameron e che, a fronte del contrappeso tecnico e immaginifico instillato nell’opera, può dirsi indubbiamente funzionale alla sua fruizione. Questo è in fin dei conti il suo marchio di fabbrica, che resta immutato anche in una pellicola come Avatar che prende le distanze dal techno-thriller in cui si erano mosse le sue precedenti prove fantascientifiche (in cui, non dimentichiamolo, dobbiamo annoverare anche la sceneggiatura e produzione di quello che è stato il miglior film di fantascienza degli anni ‘90, Strange Days, diretto da Kathryn Bigelow, come pure della serie TV cyber-gibsoniana Dark Angel che nei primi anni Zero lanciò alla ribalta una Jessica Alba ancora in erba), per virare verso i territori di una fantascienza spaziale quasi classicheggiante esteticamente ispirata dalle atmosfere dell’artista inglese Roger Dean.

L’originalità di Cameron e del suo staff creativo (ricordiamo che la produzione di Avatar si è avvalsa del contributo di specialisti nei rispettivi settori: biologi, antropologi, linguisti, com’è il caso del dottor Paul Frommer, artefice del linguaggio Na’vi) risiede nell’ideazione di un mondo al contempo alieno e plausibile, capace di trasfigurare in un colpo solo tematiche come l’integrazione, lo sviluppo sostenibile e l’evoluzione della civiltà attraverso le reti di comunicazione. L’intero mondo di Pandora, satellite del pianeta Polyphemus in orbita nel sistema di Alfa Centauri, è una rete di organismi viventi in grado di esprimersi al meglio in simbiosi tra loro. I connettori organici di cui sono provviste tutte le specie indigene consentono loro di interagire a un livello sconosciuto agli invasori umani, approdati sulla superficie per far valere la causa della compagnia RDA, interessata ai preziosi giacimenti di unobtanium che rappresentano la ricchezza mineraria di Pandora. I terrestri sono intenzionati a procurarsi il minerale con tutti i mezzi possibili, calpestando senza riserve l’ecologia del pianeta; i Na’vi, la specie umanoide dominante, oppongono da anni la loro resistenza passiva al programma di sfruttamento della RDA. Mentre l’esercito si prepara a un’azione risolutiva, la dottoressa Grace Augustine (interpretata da una Sigourney Weaver in stato di grazia) rappresenta la più agguerrita sostenitrice del Programma Avatar, volto a instaurare un contatto pacifico e diplomatico tra terrestri e Na’vi attraverso l’impiego di cloni ibridi, eterodiretti da scienziati umani attraverso una tecnologia di proiezione mentale. Il segreto della proiezione mentale è il link genetico esistente tra ogni avatar e il proprio pilota ed è questo l’espediente che cala nella storia il protagonista, il caporale Jake Sully (Sam Worthington), ex-marine costretto sulla sedia a rotelle da una ferita di guerra, arruolato nel programma in sostituzione del fratello assassinato durante una rapina.

Lo svolgimento è convenzionale: il protagonista invalido scopre di nuovo la libertà di un corpo funzionante e per di più provvisto di facoltà precluse agli umani (i Na’vi sono alti 3-4 metri, più forti e più agili dell’uomo, per non parlare dei connettori…); incontra la bella del villaggio e si fa introdurre da lei nella comunità; supera le canoniche prove, passando per un addestramento agli usi e ai rituali dei Na’vi, fino all’iniziazione decisiva; sperimenta la crisi di coscienza di fronte all’opportunità di tradire la fiducia di chi lo ha accolto tanto benevolmente; vive una storia d’amore ostacolata dalla gelosia dell’ex-promesso sposo dell’indigena che si è legata a lui; viene visto come traditore dai Na’vi e come rinnegato dai terrestri; sospeso nel mezzo, si schiera definitivamente a favore dei primi, ma manca la prima opportunità di riscatto non riuscendo a impedire la distruzione della loro epocale città-albero; si guadagna nuovamente la stima dei superstiti riuscendo in un’impresa legata alla leggenda dei loro antenati e infine, tra gli immancabili sacrifici fuori campo di umani e Na’vi, guida la difesa estrema di Pandora e la riscossa finale, resa possibile dalla difesa dell’equilibrio naturale da parte del pianeta stesso.

Convenzionale per fortuna non fa rima con banale, per James Cameron: le vicende narrate si seguono con leggerezza e curiosità, malgrado la lunghezza della pellicola di ben 162 minuti. L’attenzione probabilmente si lascia cullare più dal lavoro di ricostruzione d’ambiente che non dall’essenzialità dell’intreccio. Al parallelo con la coscienza sporca sullo sfruttamento delle terre dei nativi, che già è stata rilevata (anche nei paralleli - comunque riduttivi - con il mito di Pocahontas e con il western Balla coi lupi), mi sentirei però di aggiungere anche gli echi del Vietnam che scivolano sotto la superficie di Avatar, soprattutto per quanto concerne l’ossessione bellica e la volontà di distruzione distillate nella figura del Colonnello Miles Quaritch (uno Stephen Lang spietato, a cui va riconosciuto il merito di non aver voluto giocare a rifare il Kurtz di Marlon Brando). La riflessione sulla memoria e il senso di appartenenza non resta alla superficie dell’opera ma viene anzi condotta a un livello più profondo: basti ricordare che il primo attacco dell’esercito terrestre ai Na’vi mira alla devastazione del bosco sacro, che conserva le voci e i ricordi degli antenati della comunità; che il secondo passo è l’abbattimento dell’albero-casa del clan, in cui si sono succedute le generazioni della comunità; che l’ultima fase è l’assalto, sventato da Pandora, all’Albero della Anime, una sorta di router attraverso cui i Na’vi possono instradare le loro coscienze e collegarsi al resto del pianeta e a un biospazio (un po’ noosfera, un po’ cyberspazio) capace di immagazzinare ogni informazione biologica e nervosa transiti attraverso di esso.

Basta questa trovata a compensare l’ansia messianica che è stata imposta dal successo di Matrix come un marchio irrinunciabile per tanta fantascienza dell’ultimo decennio, impronta che purtroppo anche Avatar condivide. Insieme ai pregi di cui sopra, infatti, nella pellicola convivono anche delle sbavature, particolarmente evidenti nell’eccesso di toni new age che si respira nelle scene delle adunate mistiche e nell’eccesso di “parlato”, che trova comunque una sua giustificazione nell’intento di raggiungere un pubblico vastissimo, dai non appassionati di fantascienza ai più giovani. E in almeno tre-quattro punti della trama mi è capitato di pensare a soluzioni alternative che avrebbero potuto migliorare il mio apprezzamento per l’opera finale. Ma con quelle modifiche il film sarebbe risultato quasi certamente meno immediato per la maggioranza degli spettatori. E in fin dei conti, come rilevava il BosS* nel suo commento, i numeri sono dalla parte di Cameron. Senza dubbio.

Dopotutto, forse il pregio principale di un film come questo è nel consentire anche ai non addetti al settore, alla gente che solitamente non solo non legge fantascienza ma tende anche ad evitarla al cinema, di apprezzare gli aspetti tipici del genere, come la costruzione dello scenario e le facoltà di trasfigurazione insite in esso, qui alle prese con temi come il confronto con l’altro, la sostenibilità del progresso e il futuro globale della civiltà in relazione all’ecosistema che la ospita. La prova dei protocolli, insomma, per Cameron può dirsi pienamente superata.

Considerazioni alla rinfusa.

a. Cameron è tornato a fare Cameron: il duello finale con l’esoscheletro ribalta i ruoli visti in Aliens e apre un interessante spiraglio di riflessione sulla sincronicità per via dell’accostamento all’altra grande attesa della scorsa stagione: District 9.

b. Il sistema di ripresa in 3D messo a punto da Cameron e dal suo team con il supporto della Sony dispiega fin da subito le proprie potenzialità allo spettatore nella scena dell’arrivo in orbita dell’astronave dalla Terra: la profondità di campo esaltata dalla prospettiva della crio-stiva è il punto zero di tutto il cinema che vedremo d’ora in avanti (e per la definizione dell’importanza di questa scena devo ringraziare l’occhio fotografico di Marco Moskatomika Moschini).

c. L’invalidità del caporale Sully serve come pretesto narrativo per innescare il meccanismo nei primi venti minuti, ma perde poi ogni utilità ai fini drammatici della vicenda. L’impressione è che il personaggio fosse nato prima del film e Cameron abbia voluto conservarlo inalterato più per ragioni affettive che per reali esigenze funzionali.

d. La presenza di H.P. Lovecraft aleggia su questo mondo da sogno nell’appellativo dato dai Na’vi agli avatar, che suona pressappoco come cammina-nei-sogni.

e. Le donne ci fanno una figura molto migliore degli uomini, come quasi sempre accade quando c’è di mezzo una guerra di qualche tipo: oltre alla summenzionata Grace Weaver, memorabile resta l’uscita di scena di Michelle Rodriguez.

f. Cameron starebbe già pensando ad almeno un sequel. In tutta onestà, potrei farne anche a meno.

g. Per finire, una chiosa sul ritardo dell’uscita nelle sale italiane: se la Georgia è stato l’unico paese al mondo che ha dovuto aspettare più di noi per vedere - legalmente - il film più importante di questi ultimi anni, e se la causa di questo ritardo è la premura del distributore (20th Century Fox) di evitare sovrapposizioni con le boiate cinematografiche che puntualmente allietano le festività natalizie degli italiani, allora ne risulta una fotografia tanto impietosa quanto purtroppo prevedibile per il quadro culturale del Belpaese.