La settimana scorsa, sul blog collettivo di Tor.com, la scrittrice Jo Walton ha lanciato un’illuminante riflessione sulla specificità letteraria della fantascienza, interrogandosi sulle caratteristiche che rendono il nostro genere così spesso inaccessibile a un lettore mainstream. Si tratta di un argomento su cui, prima o poi, chiunque scriva SF ha finito per soffermarsi. Ed è di quelli da perderci sopra le notti.

Riallacciandosi all’esempio di Samuel R. Delany, l’autrice canadese (gallese di nascita) scrive:

Because SF can’t take the world for granted, it’s had to develop techniques for doing it. There’s the simple infodump, which Neal Stephenson has raised to an artform in its own right. There are lots of forms of what I call incluing, scattering pieces of information seamlessly through the text to add up to a big picture. The reader has to remember them and connect them together. This is one of the things some people complain about as “too much hard work” and which I think is a high form of fun. SF is like a mystery where the world and the history of the world is what’s mysterious, and putting that all together in your mind is as interesting as the characters and the plot, if not more interesting. We talk about worldbuilding as something the writer does, but it’s also something the reader does, building the world from the clues. When you read that the clocks were striking thirteen, you think at first that something is terribly wrong before you work out that this is a world with twenty-four hour time—and something terribly wrong. Orwell economically sends a double signal with that.

Quello che riesce difficile da capire per i lettori con una scarsa dimestichezza con il genere, è l’assegnazione del giusto livello di importanza ai dettagli di una storia di fantascienza. Come valutare la rilevanza di un motore a curvatura e del suo funzionamento nell’economia narrativa di un romanzo? Un lettore di fantascienza saprà rispondere senza esitazioni: non è importante il modo in cui funziona, ma quali sono gli effetti che produce, quali le possibilità drammatiche che mette a disposizione dell’autore e - soprattutto - come queste potenzialità vengono sfruttate e sviluppate. E un lettore di fantascienza ne è consapevole in quanto lo ha appreso nel corso del suo progressivo apprendistato di lettore, lasciandosi gradualmente plasmare dalle letture. Ci siamo passati tutti.

L’interesse per il dato scientifico è minimo, rapportato al piacere di scoprire esponenti di altre società e membri di civiltà aliene, ciascuno con la propria rappresentazione del mondo e le proprie aspettative, inevitabilmente diverse dalle nostre. Mondi in cui rivive trasfigurato il nostro, in un gioco di specchi che, proprio attraverso i rimandi, ci regala una prospettiva nuova sulla realtà che ci circonda. E questo è quanto giustamente sostiene la Walton. Poi, quando anche il dato scientifico diventa un elemento drammatico, come accade sovente in Greg Egan, abbiamo la quintessenza del genere. E questo aspetto è stato accuratamente esaminato da Andrea Bernagozzi nella sua tesi (seconda segnalazione accademica in due giorni, ma non vi abituate) sullo scrittore australiano.