Pur essendo un lettore di fumetti da quasi vent’anni, mi rendo conto di non averne mai letti tanti prima come mi è successo nel 2009. Effetto di un interesse crescente, della curiosità indotta di riflesso da alcune uscite cinematografiche, ma anche di un’accresciuta capacità di orientamento (resto per molti versi un neofita, ma una fortunata serie di scelte indovinate e il mentoring di appassionati più esperti mi hanno regalato una maggiore sicurezza in materia). Mi sembra quindi giusto partire da qui per elencare le cose di maggiore interesse che mi è capitato di leggere nel corso dell’anno appena concluso.

AVVERTENZA: Questa non è una lista del meglio del 2009, né di quello che secondo me sarebbe stato il meglio del 2009. In molti casi si tratta di titoli storici. Rifiuto inoltre l’approccio classico - che io stesso ho adottato in passato - di organizzare i titoli in una classifica: stilare graduatorie ha perso senso per quel che mi riguarda, e non provo più il divertimento che un tempo avrei potuto pure associare a questa pratica. Trovo quindi preferibile fermarmi a una semplice compilazione di indicazioni utili. Ha senso un’operazione del genere? Per me ne ha, permettendomi di fissare le idee e fornirmi punti fermi su cui magari tornare un giorno con maggiore calma e dettaglio. Per chi legge, forse: siccome piccoli tesori si nascondono spesso sotto i nostri occhi, anche una banale segnalazione potrebbe tornare utile per scoperte interessanti.

Ciò detto, si parte…

Terminal City, miniserie Vertigo scritta da Dean Motter per i disegni di Michael Lark. Il volume uscito a settembre per la Planeta DeAgostini raccoglie i 12 episodi della “prima stagione” (1996-1997), a cui ne ha fatto seguito nel 1998 una seconda in 5 albi che non mi risulta sia stata ancora pubblicata in Italia. Le matite di Lark ci proiettano in una città decadente sospesa sull’orlo del tempo, una metropoli degli anni ‘90 del secolo scorso in cui la tecnologia o è rimasta ferma agli anni ‘50 oppure ha subito un’evoluzione atipica. Robot e aeronavi convivono a Terminal City, mentre non si vede ombra di un cellulare o di un computer. Il risultato è un effetto retrofuturistico alienante, ben reso dai colori primari di Lark nelle atmosfere urbane che devono molto tanto alla Gotham City del Cavaliere Oscuro quanto alla Metropolis di Fritz Lang. La trama è tenuta in piedi da un solido intreccio hard-boiled in cui Motter fa interagire spericolatamente una galleria di personaggi stereotipati al punto giusto: gangster spietati, politici corrotti (paradossalmente il sindaco di Terminal City si chiama Huxley, il suo predecessore Orwell), immigrati sprovveduti, temerari caduti in disgrazia e in cerca di riscatto. Le strizzate d’occhio al genere dei supereroi regalano gustose chicche a un’operazione nostalgia che non lesina tuttavia sulle trovate originali, anche se purtroppo le più promettenti restano relegate sullo sfondo. Due per tutte: l’elettrocaina (una nuova, potentissima droga capace di garantire una vera e propria scarica di piacere) e la sindrome di Escher (che porta i sonnambuli che ne soffrono a camminare in bilico sulle superfici esterne dei grattacieli di Terminal City). Una scelta sicuramente voluta da parte dei creatori, forse per non penalizzare la storia con un sovraccarico di elementi, che permette così di apprezzare ancora meglio la profondità del loro universo.

Hellboy: Il seme della distruzione. Il 2009 ha segnato il mio incontro con il personaggio creato nel 1994 dal grande Mike Mignola. Ed è stata una folgorazione immediata. Il demonio rosso partorito dall’inferno che si nasconde al di là delle dimensioni conosciute, evocato nel corso di un folle esperimento nazista nella Seconda guerra mondiale, è in assoluto il personaggio più intrigante in cui mi sia capitato di imbattermi sulle tavole di un fumetto (okay, Cap… perdonami, ma contro l’inferno nemmeno l’America può niente…). Suggestioni lovecraftiane, pseudoscienze, esoterismo e un’ironia costante convivono nelle avventure del BPRD (il Bureau for Paranormal Research and Defense, di cui Hellboy fa parte insieme al centenario anfibio telepatico Abe Sapien e alla pirocinetica Liz Sherman). I chiaroscuri di Mignola fotografano l’azione in negativo, mentre Hellboy sventa a suon di cazzotti le minacce sovrannaturali che di volta in volta mettono in pericolo il destino del pianeta. Oltre alla storia di esordio, segnalo entrambi gli altri volumi che ho letto: Il risveglio del demone (che ne rappresenta l’ideale continuazione) e Il verme conquistatore. Elementi di tutte queste storie sono stati fusi nel primo ottimo film in cui Guillermo Del Toro ha adattato l’opera di Mignola.

DMZ: Sulla Terra è il primo volume (2005) di una serie Vertigo giunta all’ottavo albo in America, con un nono annunciato e un decimo previsto dal creatore Brian Wood per concludere definitivamente il ciclo. DMZ è la sigla che in gergo militare indica una Zona Demilitarizzata. La DMZ del fumetto è Manhattan, il cuore della Grande Mela, sprofondata nell’incubo della guerra civile, con enclave in lotta tra di loro per accaparrarsi gli aiuti umanitari delle UN, l’acqua pulita più preziosa del petrolio, cecchini appostati ad ogni angolo di strada e l’esercito degli Stati Liberi schierato sulla sponda meridionale del fiume Hudson. 5 anni dopo lo scoppio delle ostilità, Matty Roth è un fotoreporter che giunge sull’isola al seguito di una troupe della Liberty News Network che viene presto sterminata con tutti i soldati della scorta. Da quel momento in poi è solo e dovrà barcamenarsi nella difficile realtà di Manhattan, alle prese con le più banali questioni di sopravvivenza, ma sempre più intenzionato a fornire all’esterno un punto di vista embedded della situazione. Wood ha spiegato il background storico della sua opera parlando di un’insurrezione da parte di gruppi militari del Midwest contro i rispettivi governi statali, che ha potuto avere successo grazie all’assenza dei corpi di Guardia Nazionale impegnati nelle guerre preventive in Afghanistan e Medio Oriente. Gli Stati Liberi sarebbero il risultato di questa coalizione trasversale, che malgrado si sia data una sede governativa nel Montana manca tuttavia di una connotazione geografica ben precisa. Gli Stati Uniti e il governo federale centrale sono in difficoltà, dopo che il conflitto si è assestato in una posizione di stallo. Per descrivere lo scenario, magistralmente reso da Riccardo Burchielli con un senso per il dinamismo che in alcune sequenze sfiora il fotorealismo dei documentari di guerra, Wood suggerisce di pensare a “parti uguali di 1997: Fuga da New York, Fallujah e New Orleans dopo l’uragano Katrina”. Al modello di John Carpenter, mi sentirei di aggiungere il seminale Transmetropolitan di Warren Ellis. Impegno civile e spessore politico sono senz’altro i punti di forza di un’opera matura e imperdibile tanto per gli amanti del Day After, quanto per quelli della fantapolitica. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Ex Machina: Il marchio. Secondo volume delle avventure di Mitchell Hundred, l’ingegnere newyorchese vittima di un incidente che gli conferisce il controllo su ogni apparato elettronico, rendendolo di fatto il solo e unico supereroe del pianeta. Dopo l’11 settembre, mosso dalla volontà di mettere i suoi poteri al servizio del mondo, scende in campo e diventa sindaco di New York, dividendosi tra l’attività politica di giorno e i congegni della Grande Macchina di notte. Meno apocalittico di Wood, ma altrettanto impegnato nel trasfigurare con efficacia la situazione reale in un’opera di fantasia, Brian K. Vaughan realizza una miniserie avvincente e ricca di spunti inquietanti, di cui Il marchio rappresenta il 2° volume. Le matite di Tony Harris e le chine di Tom Feister sono al servizio della storia: tavole pulite, scansione dettagliata. Se DMZ è Black Hawk Down su carta, Ex Machina ha un taglio più convenzionale, quasi televisivo nel seguire i retroscena della politica (e il parallelo con la sitcom Spin City, portata al successo da Michael J. Fox, non mi sembra del tutto inappropriato). Una citazione per rendere al meglio il carattere del protagonista: “Quando ti ho chiesto di essere il mio vicesindaco, ti ho avvisato che non ero un liberale né un conservatore. Sono un realista. Agli ingegneri insegnano a pensare ai fatti, non all’ideologia”. Condivisibile o meno, un punto di forza della caratterizzazione.

Iron Man: Extremis. Scritto con la consueta attenzione per l’immaginario fantascientifico e la tecnologia da Warren Ellis, illustrato con tecniche da iperrealismo cinestetico da Adi Granov, Extremis è la saga postcyberpunk dedicata al più fantascientifico dei supereroi Marvel: Iron Man. Già cyborg, personaggio controverso nella Guerra Civile che ha stravolto le sorti dell’universo Marvel, industriale di successo e figura politica, Tony Stark veste ora i panni del prototipo del postumano, senza perdere le sue ossessioni e le sue ambiguità. In una storia dinamica che non manca di lampi speculativi illuminanti sul futuro e sull’utilizzo delle tecnologie, sull’importanza del progresso scientifico e sulla simbiosi tra conoscenza e società, Ellis ci mostra Iron Man sulla soglia dell’ennesima rivoluzione paradigmatica. Ottimizzate le caratteristiche dell’armatura red and gold, non gli resta che agire sull’unico campo che gli lascia ancora margini di miglioramento: l’uomo che la veste. E l’opportunità gli viene offerta da un virus tecno-organico che qualcuno ha già pensato di iniettarsi per diventare una macchina biologica da guerra. Nanotecnologie, psichedelia, mutazioni e augmented reality saranno per Iron Man gli ingredienti del salto verso una Singolarità molto umana. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Santuario. Grande sorpresa macchiata da una piccola delusione, questa miniserie del duo francese Dorison/Bec. L’elegante volume della Planeta DeAgostini, copertina rigida, formato medio e carta lucida, raccoglie l’intera storia in tre episodi usciti sul mercato americano nel 2007 e la impreziosisce con una confezione capace di mandare in sollucchero i feticisti del libro. La storia intreccia un mistero sottomarino con un’antica maledizione mesopotamica legata alla città di Ugarit, e già solo questo basta a spingere i cultori del Solitario di Providence verso l’altare per immolare il giusto tributo al grande Cthulhu. Gli elementi per un’esperienza memorabile ci sarebbero in teoria tutti, peccato che alcune inesattezze tecniche rovinino un po’ il godimento al lettore più smaliziato (o spacca-maroni, se vogliamo, come può essere il sottoscritto). Le colpe come i meriti vanno equamente ripartite tra lo sceneggiatore e l’illustratore. Se Christophe Bec pecca di generosità nella resa degli ambienti claustrofobici del sottomarino USS Nebraska, i cui interni troppo spesso somigliano a una base militare terrestre con conseguente calo nella resa dell’atmosfera, d’altro canto Xavier Dorison risolve precipitosamente la fuga del sommergibile verso la salvezza con un espediente non del tutto convincente (al di là delle atomiche, come possano le eliche spingere un colosso da 10.000 tonnellate e più attraverso un muro di sabbia resta un quesito senza risposta). Peccati comunque minori, se confrontati alle atmosfere suggestive di una storia capace di proiettarci nelle spire di un orrore millenario, verso un epilogo apocalittico. Ma posso comunque lamentare la scarsa precisione come il difetto che pregiudica all’opera il rango di capolavoro e rimandare Bec alla scuola di Giménez (vedere scheda di Asso di picche, più in basso) per limare le proprie lacune e affinare una tecnica in grado di nobilitare un talento fuori discussione. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Secolo XX. Due storie scritte da Pierre Christin e disegnate dall’immenso Enki Bilal. Due diversi punti di vista sui totalitarismi del Novecento: da una parte Le Falangi dell’Ordine Nero (1979) che riemergono come un incubo dai giorni della guerra civile spagnola; dall’altra, in una Battuta di caccia (1983) riemergono gli spettri delle lotte di potere nell’Unione Sovietica. La forza degli ideali contro la crisi degli ideali, il realismo sostenuto dallo slancio romantico contro il prammatismo che giustifica compromessi e corruzione.

Asso di picche. Ovvero, l’aviazione della Seconda guerra mondiale immaginata da Ricardo Barreiro e rappresentata con cura maniacale da Juan Giménez. Niente fantastico, in quest’opera realizzata da due maestri che hanno raggiunto i vertici delle loro carriere con la fantascienza. Un lavoro di grande precisione tecnica, che trova nella ricchezza delle tavole il valido contraltare per una storia di denuncia degli orrori della guerra. Le dinamiche personali tra i membri della squadriglia di un bombardiere alleato si intrecciano con la Storia, scandita dalle esplosioni dei raid sui cieli della Zona. Pynchon e Vonnegut sono lontani anni-luce dal crudo realismo di questa storia, eppure è a loro che viene da pensare vedendo l’Asso di picche in azione sopra Dresda e la soggettiva delle bombe sganciate sulla città dell’Elba. Il peccato è che dal 1977 quest’opera ha subito una pubblicazione sporadica e confusa in Italia e l’Eura Editoriale che ce l’ha in catalogo sembra intenzionata ad alimentare l’interesse degli appassionati sottraendola alla loro vista, tenendola segregata in quarantena nei suoi magazzini.

L’uomo di Tsushima. La storia della guerra russo-giapponese del 1904-05 vista attraverso gli occhi di Bonvi, che ideò questo racconto per la serie “Un uomo un’avventura” (1978), si tinge di sfumature comiche che rendono ancora più efficace l’impatto drammatico di quegli eventi. La sensibilità dell’artista emiliano confeziona una storia solida, affidando a Jack London - all’epoca corrispondente di guerra - il commento sulla tragica spedizione che vide le 50 sgangherate navi al comando dell’ammiraglio Rozestvenskij mandate allo sbaraglio contro la flotta del Sol Levante dopo un viaggio “epico e pazzesco”. Jack London diventa un alter ego dell’autore, in un gioco di specchi molto postmoderno, e Bonvi diverte e fa pensare, come accade nelle opere migliori. L’epilogo nella notte carioca aggiunge un tocco fantastico a una storia cruda malgrado il tratto caricaturale di Bonvi.

E infine due sorprese da parte di un editore che aspira a ritagliarsi un ruolo di sicuro rilievo nel panorama indipendente. Parlo di Nicola Pesce Editore, che sotto le cure di Massimo Perissinotto ha avuto una stagione a dir poco prolifica. Tra i titoli dati alle stampe, ho avuto modo di apprezzare lo straniante Enigma del condominio, firmato dall’artista marchigiano Mauro Cicarè (illustratore, copertinista per Einaudi e Feltrinelli), storia lirica e delirante al contempo, un distillato di poesia nera che fonde millenarismo e allucinazioni, metafisica e surrealismo, in pagine ora sensuali, ora disperate, dal sapore di avanguardia; e Namtar Rising, nel volume che inaugura la collana in flip book Voodoo Studio, un mix dal sapore molto pulp di orrori di guerra e manipolazioni mentali, che richiama le suggestioni da sindrome del Vietnam affrontate nel film Allucinazione perversa dal controverso Adrian Lyne. Alessio Landi scandisce una storia adrenalinica con taglio cinematografico, reso con puntuale iperrealismo dalle matite di Elia Bonetti.

Nota di chiusura per due miniserie Bonelli: Caravan di Michele Medda (che ne gestisce anche il blog) e Greystorm di Antonio Serra e Gianmauro Cozzi. Sindrome da assedio ed echi di Jericho nella prima, giunta ormai all’ottavo numero; suggestioni steampunk e fantascienza à la Verne nella seconda, di cui è in uscita il quarto episodio. In entrambi i casi si tratta di ottimi esempi di fumetto popolare, letture da intrattenimento che talvolta possono regalare anche un qualcosa di più. Quel qualcosa non sempre arriva. Ma l’intervallo di 12 numeri riservato a questi progetti garantisce uno spazio ottimale per sviluppare al meglio un arco narrativo lontano dai vincoli dell’uscita unica o della serie infinita, risparmiandoci così la lunga morte che sta affliggendo la serialità del loro Nathan Never.