Approfitto dell’occasione offerta dalla NextCon-09 per tirare le file di alcune riflessioni sullo stato di salute del Movimento, a ormai quasi 5 anni dalla sua “fondazione”. In apertura, mi permetto innanzitutto di ringraziare Alex “Logos” Tonelli per il solito dispendio di energie, che credo abbia raggiunto stavolta uno dei risultati migliori nella storia delle con connettiviste. Sono stati messi in rilievo alcuni limiti tecnici che probabilmente non hanno permesso di dispiegare il pieno potenziale dell’evento nel corso della serata, ma dal mio punto di vista quello che più conta è lo scambio culturale e il canale diretto con gli appassionati e i curiosi che magari per la prima volta l’altra sera cercavano un contatto con il Connettivismo. E dopo aver visto la partecipazione all’evento, posso dire di esserne uscito ampiamente soddisfatto.

Probabilmente l’esito della serata ci fornisce anche degli elementi validi per mettere a punto la formula degli eventi futuri: rinunciare alla “megalomania” (passatemi il termine, è volutamente iperbolico) in favore di incontri più concentrati e raccolti, a mio modo di vedere è più importante ancora che avvicinare le NextCon al centro pulsante della metropoli. Per il futuro si potrebbe pensare di puntare maggiormente sulle presentazioni/reading in sé, come occasione di incontro e confronto, piuttosto che inseguire il formato più completo, ma sicuramente più oneroso in termini organizzativi ed economici, della convention vera e propria. Anche per questo sarebbe auspicabile ridurre questi eventi a quello che poi, in sostanza, si rivelano sempre essere: un’occasione di incontro per gli appassionati, all’insegna dell’informalità e del riscontro diretto e immediato.

E adesso veniamo a noi.

A distanza di 5 anni, i connettivisti dimostrano una passione immutata e il Movimento si contraddistingue come spazio “privilegiato” per un confronto e una riflessione critica sulla realtà, sul futuro e sulle cose che facciamo. Non voglio parlare di letteratura, arte o video per non sembrare pomposo, e non voglio limitarmi a parlare di scrittura, web-artvideomaking, etc. per non circoscrivere le mie considerazioni al solo processo di “produzione” dei contenuti, giacché la cosa più importante resta - dal mio punto di vista, come ribadivo nel mio intervento nel corso del dibattito finale - il “completamento” dell’opera da parte del fruitore. E’ per questo suo ruolo che trovo salutare l’esistenza del Connettivismo nel panorama italiano di questo inizio di XXI secolo: senza, verrebbe meno un meccanismo di aggregazione che trascende le logiche dei club e/o delle scuderie editoriali che hanno sempre contraddistinto il panorama nazionale, e questo sarebbe per tutti una grande perdita. Mi hanno fatto estremamente piacere le parole di Dario Tonani, che al Connettivismo si è avvicinato da subito con un entusiasmo che non era affatto scontato, e che non perde occasione di metterne in risalto le capacità “aggregatrici”.

Quello che personalmente ho visto, è stato un gruppo in fibrillazione, e su questo saremo tutti d’accordo. C’è voglia di fare, le capacità per fortuna non mancano e gli spazi poco alla volta si stanno aprendo: iniziative editoriali variegate ci vedono coinvolti, le collaborazioni si moltiplicano, il gruppo cresce. Come sfruttare il momento, adesso, è una responsabilità che condividiamo insieme. E qui forse emerge l’unica critica che posso fare a me stesso e ai colleghi, compagni di Movimento, lupi siderali: non bisogna lasciare che le logiche del mercato prendano il sopravvento. Detto in questo blog, potrà suonare come la solita vecchia canzoncina. Ma, come emergeva proprio dal dibattito condotto da Silvio Sosio, il marketing è un nodo cruciale. Dobbiamo sapere che cosa stiamo vendendo e dobbiamo venderlo nel modo migliore. “Venderlo” non è nemmeno la parola più adatta, dal momento che il grosso delle nostre attività non viene nemmeno quantificato economicamente. Quindi fate conto di stostituire il termine con “diffondere”. L’invito che posso rivolgere a tutti è di non perdere di vista il cuore della faccenda: non è importante arrivare al maggior numero di lettori possibile, ma arrivarci con un lavoro che abbia una sua validità, un suo spessore, e tutte quelle caratteristiche più o meno definite che solitamente si fanno ricadere nell’accezione ad ampio spettro di “qualità”. Ed è importante il come ci si arriva: non è quasi mai un male concentrare le energie nel processo creativo, piuttosto che negli sforzi di vendere qualcosa.

Le nostre opere, in altre parole, dovrebbero parlare anche per noi.

Anche Giuseppe Lippi ci ha rivolto un suggerimento che trovo veramente prezioso e di fronte al quale, alla luce di alcune delle ultime cose su cui mi sono trovato a lavorare, mi sono scoperto quasi inerme, come se fossi stato colto con le mani sporche di marmellata: gli autori non devono venir meno alle loro responsabilità verso i lettori e non devono mai precludersi la strada di raggiungerne - attraverso l’opera, da cui il discorso di poche righe sopra - il maggior numero possibile. Dopotutto, è uno dei cardini della teoria delle comunicazioni: un canale ha un mittente e un destinatario, ma per poter essere utile a entrambi il messaggio che viene trasmesso deve risultare accessibile al ricevitore non meno di quanto lo sia per il trasmettitore. Tutti gli altri discorsi sulla qualità, in effetti, vengono dopo di questo punto, che forse è il vero nodo gordiano della fantascienza contemporanea (penso soprattutto alle resistenze incontrate da tante opere ascrivibili al filone postumanista, che negli ultimi tempi hanno riproposto il trattamento già riservato al cyberpunk negli anni ‘80 e ‘90), e del Connettivismo in particolare. Ci sarebbe bisogno di una nuova educazione per il pubblico, ma siccome in ogni settore ormai si tende verso la semplificazione piuttosto che verso la complessità (e se questo è un bene o meno per l’evoluzione culturale della nostra società e dei singoli individui solo il tempo saprà dircelo), è bene non farsi troppi sogni per il futuro e ricordare sempre che, intrattenendo chi legge, abbiamo una chance in più di far transitare il nostro messaggio.

Qualcuno potrà forse vederlo come un’abdicazione allo slancio rivoluzionario del Manifesto, ma la domanda che vi rivolgo io è questa: quanti lettori sono in grado di capire Burroughs, oggi? Quanti sono disposti a leggere Pynchon, dopo averlo comprato? Ecco, ponendoci questi quesiti e rapportandoci in maniera critica al dilemma sapremo senz’altro intercettare qualche lettore in più sulla strada del futuro. Fermo restando che piccole isole di sperimentazione anarchica, nei nostri testi, potranno trovare sempre l’affettuosa ospitalità che la rivoluzione merita.

Accessibilità e qualità, dunque, sono i due cardini su cui dovremmo incentrare i nostri sforzi critici d’ora in avanti. Qualcosa da dire abbiamo dimostrato di averlo. Ora ci tocca lavorare sul come dirlo, tanto sul piano tecnico quanto su quello formale. Dopotutto, se fosse stato un lavoro facile non ci saremmo mica divertiti a farlo.

In chiusura, un ringraziamento a chi ha reso possibile la serata, agli ospiti citati e a Sergio “Alan D.” Altieri, Francesco Verso ed Emanuele Manco per i loro interventi, agli amici che sono accorsi anche solo per cogliere un frammento della serata. E a Sandro e Marco per avere innescato tutto questo.

Per aspera, ad astra.