Dopo il cambio dell’ora, l’autunno è un vortice che avvolge le giornate. Non so a quando risalga con esattezza la mia simpatia, ma sono anni che per me è l’autunno la più dolce delle stagioni. Porta con sé una tenerezza mite che ancora non degenera nel torpore invernale. E’ un mese strano, va bene, e sarò strano anch’io. Al liceo cercavo l’autunno nelle tavole di Dylan Dog e la coincidenza vuole che quest’anno, complice una fortunata razzia alla stazione di Bologna, proprio nei giorni scorsi sia tornato a nutrirmi delle avventure surreali dell’old boy. Preferisco l’autunno perché da sempre porta un presagio di riposo, anche se non ti annega mai nel mare della tranquillità. D’autunno, ho appuntamento con Raymond Chandler. Leggo Marlowe e scrivo. Mentre cammino per strada fiuto l’aria, cerco l’odore dei caminetti e delle foglie cadenti. Per uno strano effetto di slittamento stagionale penso a Italo Calvino. Ricordo l’Irpinia, in ottobre. Indugio in una sospensione ipnagogica in cui le nuvole all’improvviso si aprono e lasciano campo a un cielo immobile. Nell’aria tersa, la luce sgorga dalle cose e spiove obliqua sulla campagna, cristallizza in un sogno d’ambra il canto del cigno della natura. L’autunno non ha bisogno di lune o tramonti per sognare.