Nuova recensione di Avanguardie dal Futuro Oscuro, firmata dallo specialista Giampaolo Rai per Fantascienza.com. Nell’antologia è presente Effetto neve, un racconto di qualche tempo fa. Si tratta del mio primo racconto “sentimentale” in senso stretto, e accidentalmente è una ghost story, in cui l’ombra di Revenant si allunga nel tempo fino a lambire le drammatiche esperienze di Ilaria con la psicofonia. Vi lascio con un brano, estratto in maniera del tutto random dal corpo del testo.

La seconda esperienza di Ilaria con gli EVP ebbe luogo una notte di dicembre. Bisogna trascorrere il Natale in una casa vuota per comprendere quanto si è soli, malgrado le insistenze di amici e parenti.
Ilaria si era addormentata sul divano davanti alla TV accesa. Il vecchio Phillips da 20” aveva continuato a trasmettere le immagini del classico film natalizio finché i capricci della telediffusione notturna, di certo propiziati anche dalle condizioni climatiche poco clementi di quel rigido inverno, non avevano fatto saltare la sintonia.
La neve gelida che era caduta per tutto il giorno continuava ora a scivolare lentamente sui tetti e le strade, danzando placida nella luminescenza ambrata dei lampioni al sodio. Cadeva e nel sogno confuso di Ilaria riusciva a infilarsi – per effetto di un misterioso fenomeno di transustanziazione – nel metallo dell’antenna: captata dai circuiti della Yagi-Uda veniva tradotta in impulsi elettrici sparati poi, alla velocità della luce, contro lo schermo del televisore. E da qui un nuovo miracolo permetteva all’arcaico Phillips di riversare nel soggiorno e su Ilaria, sul suo corpo addormentato sul divano nel rassicurante tepore del plaid, una bufera di neve ipnagogica.
Crogiolandosi nel triste ma sereno stato di raccoglimento che talvolta si accompagna a momenti di particolare sconforto, Ilaria socchiuse gli occhi e rimase così, senza la forza di fare il passo successivo: svegliarsi per poi trascinarsi fino al letto. Con gli occhi socchiusi se ne stette quindi a scrutare la danza di luci e ombre sullo schermo della TV, incantata dallo spettacolo incomprensibile come una bambina di fronte all’esibizione di un clown. Doveva essere un’ora aliena della notte, un momento della giornata sottratto per decreto naturale all’influenza dell’uomo e regalato al dominio dei gufi, dei cani, dei gatti e di tutto quello che provoca rumori notturni. Ilaria si sentiva troppo stanca persino per voltarsi verso l’ora segnalata in nitidi caratteri numerici sul display del videoregistratore.
Rimase a fissare la danza della neve finché qualcuno non la invitò a unirsi al ballo. Un’ombra stava prendendo progressivamente corpo dallo schema casuale dell’effetto neve. Prima si manifestò il contorno di una testa, poi cominciarono ad apparire anche alcuni tratti di un viso a lei familiare. Le ombre sotto gli zigomi e le arcate ciliari, le narici, il mento, le guance e gli occhi tracciarono il volto confuso di Marco.
Ilaria ponderò la situazione: era tutto così irreale e per questo non si sentì spaventata, ma quando un braccio si protese dallo schermo verso di lei, trasalì come se fosse stata colpita dal getto d’acqua di una doccia ghiacciata. Nell’impeto scalciò la pianta di azalea che teneva sul tavolinetto e la spedì dritta contro l’intruso elettromagnetico che si era insinuato nel suo dormiveglia. Il vaso si schiantò contro lo schermo, lasciando sul vetro – troppo duro per potersi infrangere – una mappa di terra umida, per poi abbattersi tristemente sul pavimento.
La prima cosa che Ilaria fece quando fu tornata padrona di sé fu afferrare il telecomando per spegnere l’apparecchio. Rimase lì, sul divano, al buio, incapace di muoversi o di articolare un solo pensiero cosciente, mentre la neve continuava a venire giù fuori dalla finestra, nella fioca illuminazione dei lampioni al sodio.