Bastardi senza gloria, ovvero L’arcobaleno della gravità rivisitato in chiave pop (e giustificherò più avanti questa affermazione balzana), è il film che dopo avere amato alla follia Kill Bill non oseresti nemmeno aspettarti da Quentin Tarantino. Invece, allo spettatore scettico tocca ricredersi, perché dopo 2 ore e 33 minuti di western ambientato nel cuore d’Europa (la Zona psichica di Pynchon) si esce dalla sala quasi con la sensazione che, dopotutto, l’esaltante esperienza dei 2 volumi di Kill Bill non fosse altro che un lavoro di preparazione e avvicinamento a un film simile. Che è allo stesso tempo ambizioso, divertente, scanzonato e complesso. In una parola: entusiasmante.

Come recita lo strillo sulla locandina italiana, il film racchiude “la delirante storia di una vendetta senza gloria”. Per scoprire in quale relazione questa storia di vendetta si trovi con i Bastardi del titolo non basta guardare il trailer. Lo script intreccia queste due linee narrative in un meccanismo fuori sincrono e si ha la netta sensazione che Tarantino si sia divertito un sacco a farle convergere verso l’ecatombe finale. Dopotutto, sia il sogno di vendetta di Shosanna Dreyfus (interpretata da un’incantevole Mélanie Laurent, attrice francese 26enne), unica sopravvissuta allo sterminio della sua famiglia da parte del “cacciatore di ebrei” Hans Landa, sia la missione dei Bastardi senza gloria al comando del tenente Aldo Reine tra le linee nemiche della Francia occupata, si prefiggono lo stesso obiettivo: approfittare dell’anteprima dell’ennesimo film di propaganda di Goebbels, organizzata in un cinema di Parigi per l’Alto Comando delle truppe di occupazione, con la partecipazione straordinaria del Führer e dei suoi gerarchi, per liberare il mondo in un colpo solo di tutta la feccia nazionalsocialista. Le due storie procedono parallele ma rischiano di confliggere catastroficamente nello scioglimento, che invece arriva liberatorio e puntuale, per quanto amaro.

Bastardi senza gloria si configura come il migliore esercizio di equilibrismo narrativo finora congegnato da Quentin Tarantino. Un’autentica prova di acrobazia intellettuale, per come riesce a imbastirci una storia implausibile eppure convincente, regalandoci quello che almeno una volta nella vita tutti abbiamo sognato: la giusta condanna di un’ingustizia, accompagnata da un castigo commisurato alla colpa. Un miracolo riservato alla fantasia e al cinema migliore, di cui quello di Tarantino è da sempre espressione.

Il regista americano si trova ormai talmente a suo agio con i meccanismi della mitopoiesi da confezionare un autentico generatore di miti: dal plotone di soldati yiddish che semina scompiglio tra le SS (e memorabile resta l’introduzione all’entrata in scena dell’Orso Ebreo) al sergente tedesco Hugo Stiglitz che semina morte direttamente tra i suoi superiori; dal cecchino squallido eroe della propaganda nazionalsocialista alla vendicatrice ebrea, a metà strada tra la Pulzella d’Orléans e la Sposa/Black Mamba. I cattivi di Tarantino sono davvero cattivi e una menzione d’onore spetta al colonnello Hans Landa, il terribile “cacciatore di ebrei” intrepretato da un istrionico Christoph Waltz destinato, a quanto pare, a portare nuova linfa nelle schiere degli antagonisti hollywoodiani. I buoni, invece, non sono così buoni come ci hanno abituati a credere decenni di schematismi narrativi. Sfumature di grigio attraversano i loro caratteri: come accade per il tenente Aldo “L’Apache” Reine, il mezzosangue sceso dalle Smoky Mountains del Tennessee per organizzare i Bastardi senza gloria su mandato dell’OSS (l’embrione storico della CIA), a cui presta mascellone e accento Brad Pitt, in stato di grazia.

La pellicola, come spesso accade per Tarantino, procede per accumulazione di situazioni e magari disturba un po’ solo il tasso di mortalità in cui incorre la galleria di personaggi, dalle cui file solo in 2 sono destinati a scampare illesi. Il terzo superstite, invece, è destinato a portare il marchio dell’infamia, l’atto definitivo di giustizia nella pellicola che, implicitamente, l’autore a buon diritto rivendica come il suo capolavoro. Gli arnesi del mestiere, Tarantino li sfoggia tutti: divagazioni, regressioni, rimandi al limite dell’auto-citazione (lo stallo messicano che ormai marchia le sue opere non meno della consueta dose di retifismo), gli inserti metanarrativi, film nel film (il fake goebbelsiano Stolz der Nation, diretto da Eli Roth), il cinema che riflette e si flette su se stesso. Perfino didascalie che vanno dall’omaggio leoniano all’ipertesto. E qui arriviamo infine all’impegnativo paragone che facevo in apertura.

Tarantino non è il primo a osare un’operazione del genere: rendere giustizia ai caduti della storia attraverso l’arte, alla memoria dei preteriti. Thomas Pynchon lo aveva fatto nel monumentale Arcobaleno della gravità (National Book Award nel 1974), portando in scena gli ultimi giorni del Terzo Reich, sia dalla prospettiva dei gerarchi nazisti con le loro depravazioni, che delle linee alleate con le loro debolezze umane. Tarantino, che può essere considerato per certi versi l’equivalente cinematografico di Pynchon, al pari del Grande Maestro Invisibile della Letteratura Americana non teme di investire di una chiara connotazione morale le sue opere. E il parallelo forse è più fondato di quanto potrebbe apparire al primo impatto, se a un certo punto con raffinato gusto postmoderno Tarantino fa parlare il tenente inglese Archie Hicox (Michael Fassbender, in una memorabile scena con nientemeno che Winston Churchill e… Mike Myers) di un saggio ipertestuale sul cinema tedesco. Nel 1945. Questa finezza, chi ha letto Pynchon, la apprezzerà ben oltre il pur esilarante gioco del paradosso cronologico.