Attesissimo titolo di questa stagione cinematografica, District 9 ha cominciato a far parlare di sè prima ancora di approdare nelle sale e continua a essere tuttora al centro di commenti (qui il dossier di Fantascienza.com) i cui toni, il più delle volte, oscillano tra l’entusiasmo e l’acclamazione. Anche per questo dopo la visione ho preferito lasciar passare qualche giorno prima di riportare le mie impressioni. La pellicola di Neill Blomkamp (classe 1979), basata su un suo corto del 2005, è stata protagonista di una campagna di marketing virale che per intensità mi ha ricordato solo The Blair Witch Project, naturalmente con i mezzi aggiornati ai giorni del web 2.0. Provate a dare un’occhiata a questi video virali della MNU, la Multi-National United incaricata, nel film, di gestire l’emergenza aliena, “garantendo la sicurezza agli umani tenendo segregati i non-umani” (e i colleghi del vento prestino attenzione al primo filmato per cogliere una delle linee di innovazione perseguite dalla Compagnia).

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Viral Video: District 9 - MNU Announcements

La MNU è una sorta di riflesso distorto dell’ONU, come succedeva spesso nelle pagine di Philip K. Dick e di K.W. Jeter, costantemente insidiate da deviazioni totalitarie e nazisteggianti del governo unico mondiale (a volte GoFed - Governo Federale, altre USEA - Stati Uniti di Europa e America, altre ancora semplicemente UN - Nazioni Unite), che qui rivive come uno strano ibrido tra agenzia governativa e megacorporazione. Dopo lo sbarco del tutto inatteso di un’astronave aliena, finita chissà perché a parcheggiarsi nel cielo di Johannesburg, la MNU si aggiudica l’appalto per gestire la situazione. La nave è infatti un bastimento in cui sono ammassati qualcosa come un milione di creature aliene, denutrite, in condizioni igieniche disastrose e del tutto disorientate. Le ipotesi degli specialisti col tempo propenderanno verso la teoria di un naufragio, con l’elite aliena che probabilmente è riuscita a mettersi in salvo e riparare in qualche posto più ospitale della Terra. A quelli rimasti indietro, i fuchi dell’alveare, non resta che accettare la dubbia ospitalità degli autoctoni, che si rivela fin da subito tutt’altro che disinteressata. La tecnologia che ha portato queste creature fin qui, dopotutto, promette di essere il Graal per l’industria aerospaziale e le forniture militari, quindi è facile capire che non siano delle semplici ragioni umanitarie a spingere la MNU. Peccato per loro che le armi non-umane funzionino su un meccanismo di riconoscimento del DNA, che di fatto le rende inutilizzabili dagli umani.

Gli alieni vengono confinati in una baraccopoli alle porte di Johannesburg. Nasce così il Distretto 9: ai non-umani non è concesso uscire dai suoi confini, agli umani è sconsigliato addentrarvisi. Gli alieni rivelano un’inconsueta passione per gomma da pneumatici e cibo per gatti, ma presto sviluppano piccole deviazioni nei costumi e nella dieta che li spingono a non disdegnare la carne umana. D’altro canto gli umani non si dimostrano poi tanto migliori: la mafia nigeriana ha fiutato l’affare al pari della MNU ed è penetrata nel Distretto per organizzare una rete di prostituzione a beneficio degli ospiti interstellari, lo spaccio di carne in scatola e la mattanza di carcasse per i palati più fini e i portafogli più capienti. La contropartita verte intorno alle armi e ai rituali di magia nera, che esigono il loro prezzo di fronte alla superstizione che gli organi vitali dei non-umani rechino virtù terapeutiche.

In questo scenario estremamente volubile, in seguito dell’esplosione demografica del Distretto e ai continui problemi di ordine pubblico e sicurezza sollevati dai suoi occupanti, la MNU e il governo decidono di trasportare i non-umani in un un nuovo centro di accoglienza 200 km a nord della città. Mentre è intento a eseguire le pratiche per lo sfratto, l’inetto burocrate Wikus Van De Merwe (Sharlto Copley, destinato al ruolo di Murdock nell’imminente adattamento cinematografico della serie anni ‘80 A-Team) resta contagiato dal fluido destinato ad alimentare i propulsori della scialuppa di comando della nave e si ritrova alle prese con un corpo in mutazione: non più umano, non ancora alieno. A metà del guado, dovrà imparare a sopravvivere e a fare la cosa giusta.

Cominciamo col dire che District 9 è un film importante. Siamo di fronte a una rilettura del contatto alieno, che ingenuamente fin da La Guerra dei Mondi di Byron Haskin (1953) e L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel (1956) si presta a letture più o meno faziose sull’attualità. In questo senso, è interessante vedere come, caduta la minaccia sovietica, il tema dell’incontro/scontro di civiltà venga ora declinato secondo i termini dell’immigrazione clandestina, dell’obbligo di accoglienza e del dibattito segregazione/integrazione. L’analogia con l’apartheid è fin troppo esplicita e potremmo quasi dire che District 9 s’inserisce nel solco di Alien Nation (1988), aggiornando la tematica del confinamento nel ghetto a questi tempi di masse umane in movimento dal Terzo Mondo. E in Italia, con un’opinione pubblica sempre più strumentalizzata sulla questione delle carrette del mare e dei gommoni della speranza, l’argomento assume una valenza amplificata.

Quello che non mi fa strepitare dall’entusiasmo come tanti altri spettatori, appassionati e non, è invece lo sviluppo dello spunto. Sappiamo tutti che un’idea forte richiede un trattamento adeguato, intelligentemente bilanciato tra l’importanza delle cose che ha da dire e la necessità di riuscire a comunicare il messaggio. In questo caso, però, mi sembra che la produzione abbia voluto concedere uno spazio eccessivo alla semplificazione. Il contagio che innesca la metamorfosi di Van De Merwe è risolto in maniera un po’ troppo sbrigativa. Anche se il tenore si risolleva con il graduale scivolamento del protagonista verso una condizione aliena, la definizione di un’alleanza d’occasione con un non-umano scienziato (fuco illuminato) e dei suoi termini (una nuova quest) fanno scivolare la pellicola dalle cupe sfumature di una fantascienza sociologica d’altri tempi verso i toni più soffusi di un fantasy senza troppe pretese. Il fatto che arrivino esoscheletri ed armi aliene a rilanciare ritmo e storia con una lunga ma travolgente sequenza di action game degna di uno sparatutto la dice lunga. Impossibile non parteggiare per il burocrate infuriato quando scatena la forza di fuoco della sua bioarmatura non-umana contro le milizie paramilitari al soldo dell’MNU, all’urlo di battaglia di “Umani di merda!”. Ma le premesse, sulla carta, lasciavano presagire comunque qualcosa di più di una sperimentale commistione tra estetica da videogame e linguaggio pseudo-documentaristico.

Va comunque dato atto alla regia di non averci voluto consegnare un finale prevedibile. Anzi, nel finale la figura del protagonista raggiunge il pieno completamento della sua metamorfosi e il processo di acquisizione di coscienza si chiude alla perfezione, mentre i toni da fantastici si fanno perfino lirici. Forse si sente la mancanza di un pizzico di coraggio in più, perché la soluzione non si limiti solo al non-più-umano Van De Merwe ma coinvolga la comunità aliena e la società umana nel loro complesso. Ma tutto sommato, forse, per una volta possiamo accontentarci e sorvolare sui difetti oggettivi e le divergenze di gusto, grazie a un film che non ha paura di parlarci degli abomini dell’odio, del senso dell’integrazione, della complessità del futuro. Lasciando abbastanza carne a cuocere per un secondo capitolo.