Si approssima l’8 ottobre e per la Rete imperversa il TotoNobel: Roth, Vidal, Oates, Atwood, Vargas Llosa, a chi toccherà quest’anno? Come ogni anno da un pezzo a questa parte, torna a farsi il nome di Bob Dylan, utile a richiamare l’attenzione delle falene dell’informazione. E per fortuna ancora non sono spuntati né il nome di Pynchon, né quello di DeLillo, perché quest’anno mi rendo conto di un radicale cambio di atteggiamento da parte mia nei confronti del massimo riconoscimento al mondo per la Letteratura. Saranno state le beghe provinciali che hanno tenuto banco in questa litigiosissima marca d’Europa, oppure lo strascico di polemiche che ha sempre accompagnato ogni assegnazione a cui mi sia ritrovato a prendere parte, ma ormai sento di avere raggiunto la mia soglia di tolleranza anche nell’ambito dei “presunti” riconoscimenti di merito.

Non è che del Nobel di quest’anno non me ne freghi niente, capiamoci. E’ che preferirei non vederlo assegnato a titani come DeLillo o Pynchon. Magari è per continuare a crogiolarmi nell’idea dell’ingiustizia di ogni concorso letterario e di questo più degli altri, con la sua pretesa di misurare il valore di un autore in termini relativi, mettendolo a confronto con i suoi colleghi e facendo rientrare nell’algoritmo anche fattori extraletterari come sofisticati giochi di equilibrismo geopolitico. O forse è solo perché coltivare un piacere è più appagante, quando il suo valore è riconosciuto da pochi. Di certo, però, sarei curioso di assistere alla reazione di Pynchon e di scoprire chi potrebbe mandare a tenere il discorso di ringraziamento, dopo il comico Irwin Corey… Quello sì che varrebbe il sacrificio di un piacere segreto!