Nell’oscurità interstellare, uno sfioraluce attraversa la notte diretto verso un mondo a 10 anni-luce dal Sole, dove potrebbe esserci un rimedio per un morbo nanotecnologico che non risparmia la carne e la mente.

Era la città della sua infanzia, all’inizio della Belle Epoque. Stupende strutture dorate, in lontananza, vibravano per il traffico. Sotto, parchi e giardini a vari livelli scendevano per chilometri verso una macchia confusa di verde e di luce. [pag.22]

Su quel mondo, una città sospesa sull’abisso che ha provato la Peste sul proprio corpo…

Ora che il veicolo si era sollevato al di sopra del gruppo di edifici attorno al suo, si cominciava a vedere anche il resto di Città del Cratere. Era strano pensare che quella foresta di strutture sgraziate fosse un tempo il più prospero conglomerato della storia umana, il luogo da cui, per quasi due secoli, si era diffusa una ricca messe d’innovazioni scientifiche e artistiche.

Oggi persino gli abitanti ammettevano che il posto aveva visto giorni migliori. Senza molta ironia la chiamavano “la Città che non si sveglia mai”, perché molte migliaia dei suoi ex ricchi erano adesso in stasi nelle criocripte, a saltare i secoli nella speranza che quel periodo fosse solo una momentanea interruzione nelle sorti magnifiche e progressive della metropoli.

[...] Il cratere aveva richiamato i primi esploratori e attorno a loro si era pian piano costituito un insediamento permanente, che in breve era diventato una città di frontiera. Pazzoidi, amanti del rischio e sognatori vi erano affluiti, richiamati dalla voce che nel pozzo si trovavano grandi ricchezze. Alcuni erano tornati a casa delusi. Altri erano morti nelle sue viscere velenose e ribollenti. Altri ancora avevano scelto di rimanere perché li attirava la collocazione della città, così vicina al pericolo. Un balzo di duecento anni e quel mucchio di strutture era diventato… quel che Khouri aveva sotto gli occhi.

La metropoli si stendeva all’infinito in tutte le direzioni, un fitto bosco di edifici collegati tra loro, che scomparivano lontano nella foschia. Le più antiche costruzioni erano pressoché intatte. [...] Invece le strutture più moderne sembravano pezzi di legno o tronchi rinsecchiti di forma irregolare e posizionati al contrario. Un tempo quei grattacieli erano lineari e simmetrici, finché la Peste non li aveva fatti crescere in modo folle, con vesciche sporgenti e appendici lebbrose.

Tutti gli edifici erano morti, adesso, bloccati in forme che sembravano studiate per inquietare. [pag. 51-52]

Mentre a 21 anni-luce da lì un uomo rinuncia alla propria umanità per scoprire i limiti del postumano.

Sylveste si accorse che invece dell’irritazione era scesa su di lui una calma glaciale. Ma era la calma degli oceani di idrogeno metallico dei giganti gassosi più lontani da Pavonis. Una calma mantenuta dalla pressione schiacciante che proveniva da sopra e da sotto. [pag. 17]

Sullo sfondo di un mistero cosmico che affonda novecentomila anni nel passato, quando la civiltà degli Amarantini conobbe la fine.

Sono solo una manciata di spunti campionati dalle prime pagine di Revelation Space (nella traduzione di Riccardo Valla), ma credo siano abbastanza per cominciare ad apprezzare le proporzioni del capolavoro di Alastair Reynolds.

[Immagine da KB Arts Webdesign.]