Ho scoperto Richard F. Hugo grazie a L’ultimo vero bacio di James Crumley, che dai versi di Degrees of Gray in Philipsburg attinse per il titolo e il mood del suo capolavoro, e attraverso l’esperienza di Hugo maturò la propria passione per la crime fiction. Riprenderemo il discorso sugli echi della poesia cupa ed elegiaca di Hugo che percorrono l’opera di Crumley in un articolo per Next-Station.org, che si appresta finalmente a ripartire.

Nel frattempo vi rimando alla pagina dedicata a Dick Hugo sul sito della Poetry Foundation, dalla quale apprendo solo ora che prima di passare a insegnare letteratura inglese all’Università del Montana di Missoula, Hugo lavorò per 13 anni circa, dal 1951 al 1963, presso gli stabilimenti di Seattle della Boeing. A quanto ci è dato sapere, in quella stessa sede lavorò per un paio di anni all’inizio dei Sessanta niente meno che Thomas Pynchon. Non sappiamo se i due siano entrati in contatto prima di avviare le rispettive carriere letterarie. Di certo resta l’interessante coincidenza di due talenti della letteratura al servizio per il colosso aerospaziale statunitense.

Philipsburg, Montana (via Western Mining History)

Nel 1964, dopo un anno trascorso a Matera, Hugo si spostò nel Montana per dedicarsi all’insegnamento e qui ebbe modo di toccare con mano la drammatica condizione dei minatori, degli operai e degli allevatori di una delle regioni meno sviluppate d’America. I critici hanno elogiato la sua poesia per il controllo della parola e del ritmo, per la densità dei dettagli con cui riusciva a rendere “l’incontro tra i paesaggi” (F. Garber) esteriori (della natura selvaggia) e interiori (dell’animo umano), senza risparmiare nei suoi quadri intrisi di tragica ironia blande note di speranza ispirate dalla constatazione della resistenza della specie umana. Viene da riportare per intero un passo scritto da Salvatore Proietti nel suo saggio dedicato a Philip K. Dick (in Voci dagli Stati Uniti), che si sposa perfettamente alla propensione di Hugo a usare l’umorismo come “un tentativo di immaginare strategie di resistenza, sopravvivenza e speranza (di endurance, diremmo con Faulkner) di fronte a mondi possibili e a un mondo reale sempre più in preda della disumanità”.

La città dipinta in Degrees of Gray in Philipsburg è una comunità di minatori che sorge nella contea di Granite (Montana occidentale), di cui è anche capoluogo. La zona conobbe una rapida esplosione demografica verso la fine dell’800, con la scoperta di giacimenti d’oro, argento e magnesio. Ma già al giro di boa del XX secolo il successo aveva cominciato a sfumare e i centri della regione si stavano trasformando in ghost town. Al censimento del 2000 Philipsburg contava appena 914 anime. Hugo la ritrae con una manciata di pennellate, precise però al punto da evocare l’atmosfera dimessa e la rassegnazione dei suoi abitanti condannati a un destino di stenti dalla progressiva chiusura delle miniere. Ne esce un affresco in cui possono rispecchiarsi migliaia di città simili sparse per il mondo, che dopo il sogno di una rinascita hanno conosciuto il triste tratto discendente della parabola.

Philipsburg, Montana (via Western Mining History)

Il Montana, come l’Irpinia, come la Val d’Agri, come…

Sfumature di grigio a Philipsburg

di RICHARD F. HUGO
(traduzione di Salvatore Proietti e Giovanni De Matteo,
rivedendo la prima strofa tradotta da 
Luca Conti per Einaudi)

Magari vieni qui, domenica, per sfizio.
Diciamo che la tua vita è andata a rotoli. L’ultimo vero bacio
te l’hanno dato anni e anni fa. Percorri queste strade,
tracciate da dementi, passi davanti ad alberghi
che non sono durati, a bar che invece sì,
agli angosciosi tentativi della gente del posto
di dare un’accelerata alla propria vita.
Soltanto le chiese sono ben tenute. Quest’anno
la prigione ne ha compiuti 70. L’unico prigioniero
è sempre dentro, senza sapere cos’abbia fatto.

Il principale affare trainante adesso
è la rabbia. L’odio per i diversi grigi
inviati dalla montagna, l’odio per la fabbrica,
l’abrogazione della Legge sull’Argento, le ragazze più apprezzate
che ogni anno partono per Butte. Un solo
buon ristorante e i bar non riescono a spazzar via la noia.
Il boom del 1907, otto miniere d’argento in attività,
una pista da ballo costruita su molle –
tutti i ricordi si trasformano in sguardo,
nel verde del panorama distingui il bestiame al pascolo
o i due comignoli alti sulla città,
due forni spenti, l’enorme fabbrica da cinquant’anni
sul punto di crollare che alla fine non verrà giù.

Non è questa la tua vita? Quel vecchio bacio
che ancora ti brucia gli occhi? Questa sconfitta non è così precisa
da far sembrare la campana della chiesa niente più di un
un puro annuncio? Suona e non viene nessuno.
Non fanno rumore le case vuote? Bastano il magnesio
e il disprezzo per sostenere una città,
non solo Philipsburg, ma città
di sventole bionde, vero jazz e liquori
che il mondo non ti lascerà mai avere
finché la città da cui vieni non sarà morta dentro?

Risponditi di no. Il vecchio, ventenne
quando costruirono la prigione, ride ancora
malgrado le labbra rotte. Un giorno di questi,
dice, mi metterò a dormire e non mi sveglierò.
Digli di no. Stai parlando con te stesso.
La macchina che ti ha portato qui funziona ancora.
Il denaro con cui ti sei pagato il pranzo,
non importa da quale miniera venga, è d’argento
e la ragazza che ti ha servito
è snella e i suoi capelli rossi illuminano il muro.

 Edward Hopper, El Palacio (1946).