Da Uomini di paglia (The Straw Men, 2002) di Michael Marshall (Smith), traduzione di Rino Serù (sottolineature mie):

“A volte penso agli Uomini di paglia cercando di non indagare su cosa ci sia di vero o di falso, voglio credere che ciò che sta alla base di tutto questo sia qualcosa di più profondo del Manifesto dell’Uomo: che le idee in esso espresse siano solamente un modo da psicotico per giustificare le differenze che ci caratterizzano. Ma poi mi viene in mente che il libro che molti ritengono essere il primo romanzo della storia della letteratura, La Peste di Londra di Daniel Defoe, fu scritto all’indomani di un’epidemia che dilagò in tutta Europa, e che poteva essere imputata al nostro sistema di vita in comune, gomito a gomito; e che entrambe le nostre maggiori forme di intrattenimento, film e televisione, ebbero un reale sviluppo dopo le guerre mondiali. Mi domando se i paesaggi immaginari e le utopie siano diventati importanti non appena abbiamo cominciato a vivere insieme nei villaggi e nelle città, e se questo non spieghi la quasi contemporanea nascita delle religioni. Più la nostra vita è affollata, più siamo interdipendenti, e più i nostri sogni sono diventati fondamentali – come se tutto questo costituisse un vincolo, un aiuto per aspirare a ciò che ci manca, per condurci verso un’umanità che va ben oltre l’essere semplicemente umani. Oggi Internet connette il mondo intero, cercando di ridurre ancora di più le distanze, e mi chiedo se non sia una coincidenza che questo accada proprio quando abbiamo decifrato il nostro codice genetico, e cominciamo a manipolarlo. Più ci avviciniamo gli uni agli altri e più sembriamo aver bisogno di capire cosa siamo. Spero vivamente che sappiamo cosa stiamo facendo con i nostri geni e che nel momento in cui cominceremo a eliminare le parti che sembrano degli errori, delle imperfezioni, non distruggeremo anche le cose che ci rendono vitali. Spero sia il nostro futuro, e non il nostro passato, a determinare le nostre decisioni. E spero che adesso, quando mi accorgerò che manca qualcosa nella mia vita, continuerò a cercarla; anche se so che potrebbe essere solo una speranza, e non essere affatto lì pronta per realizzarsi. Altrimenti diventiamo tutti uomini di paglia, donne ombra, piantati in mezzo a campi desolati dove non vengono nemmeno gli uccelli; in attesa di un’estate senza fine, quando l’inverno è già arrivato. Visto come viviamo, così lontani da ciò che una volta era autentico, è sconcertante che riusciamo a cavarcela. Sogniamo i nostri sogni per rimanere sani di mente e anche per tenerci in vita. Come disse mio padre una volta, non si tratta di vincere, ma di credere che esista qualcosa per cui vincere.”

Malgrado la confusione tra la Grande Peste (che portò alla morte di un numero di persone compreso tra 75.000 e 100.000 tra Londra e il resto dell’Inghilterra nel biennio 1665-1666) e la Peste Nera che tra il 1347 e il 1352 imperversò in Europa uccidendo almeno un terzo della popolazione dell’intero continente (stimata all’epoca in circa 100 milioni di abitanti), si tratta di una pagina dall’impatto notevole. Di un romanzo che vi consiglio caldamente di leggere.