Gli anni ‘60 hanno regalato al nostro immaginario almeno due degli episodi mediatici più dirompenti del Novecento: l’assassinio di Kennedy e lo sbarco dell’uomo sulla Luna. Entrambi hanno avuto un loro ruolo nella definizione del nostro mondo, essendosi meritati il ruolo di perno rispettivamente nelle teorie del complotto e nell’anelito allo spazio che è un po’ un aggiornamento del vecchio spirito d’avventura che contagiava gli uomini del Vecchio Continente ai tempi dell’espansione coloniale.

Con la Luna, però, il Vecchio Continente è diventato il mondo. E per la prima volta nella storia, probabilmente, gli uomini di tutto il mondo hanno avuto un obiettivo e un sogno che non confliggesse con quello di qualcun altro. Un sogno che la NASA mise in piedi affidando le vite dei tre astronauti dell’equipaggio a un computer non più potente di uno di uno di quegli aggeggi che usiamo per scambiarci SMS.

A distanza di 40 anni da quel 19 luglio 1969, ci sono ancora fantasmi di uomini in tuta lunare a muovere i loro passi lassù, nelle distese di “magnifica desolazione” del Mare della Tranquillità. Le loro ombre virtuali codificate nelle onde elettromagnetiche irradiate nello spazio, come una promessa di vincere il tempo. Quasi un impegno a tornare lì fuori, un giorno.