[Avvertenza: il titolo non si riferisce al Bruce Sterling scrittore di fantascienza, critico, blogger e guru di tendenza, ma ad Andrea Sterling, personaggio di finzione nel romanzo Confine di Stato.]

Torno a parlarvi di Confine di Stato, ora che a lettura ultimata penso di avere acquisito ulteriori elementi, sebbene non definitivi, sulla storia dei grandi segreti italiani del dopoguerra romanzata da Simone Sarasso. A freddo, mi sento di confermare il giudizio estremamente positivo che avevo già anticipato a lettura in corso, ma alle prime impressioni se ne sono aggiunte altre ed è su questo che adesso vorrei soffermarmi.

La struttura del libro è digressiva in ossequio ai canoni del postmoderno, delle inchieste nere in stampo realista a cui già facevo riferimento nel post precedente, e tale natura determina una mutevolezza nell’effetto della lettura, con il libro che cambia pelle a più riprese con la stessa frenesia con cui si concede salti e transizioni del punto di vista, per arrivare nel finale a una virata nei territori più classici della spy-story. E insieme al libro subisce una parallela metamorfosi anche la figura enigmatica di Andrea Sterling. Il personaggio-chiave del romanzo entra in scena gradualmente e all’inizio lo vediamo solo per interposta persona, attraverso gli occhi dello psichiatra che se ne prende a cuore le sorti e che, inconsapevolmente, metterà sulla breccia la peggiore macchina da guerra su cui i Servizi Segreti abbiano mai potuto fare affidamento.

Progressivamente l’autore ne mette in luce il passato oscuro, i traumi della reclusione in orfanotrofio prima e in un istituto di igiene mentale poi, l’arruolamento, l’addestramento, la formazione e la militanza.

Ma è nelle pagine che anticipano il finale (e che si riallacciano in un ideale cortocircuito alla scena del prologo, nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana) che il personaggio mi ha spinto a dare forma alle questioni che cercherò di affrontare adesso, che sollevano interrogativi e dubbi utili per una riflessione sulla scrittura, nella fattispecie sulla definizione e l’impiego dei personaggi. Sterling - e l’uso che di Sterling fa Sarasso - è per molti versi emblematico. Nasce come ombra: incarnazione dei peggiori incubi della nostra società, ci ricorda come il terrorismo, rimosso a più riprese e tornato di stringente attualità internazionale a cavallo del cambio di Millennio, già aveva avuto modo di sedimentarsi nella nostra memoria nazionale all’epoca degli anni di piombo e poi, più avanti, con le varie stagioni stragiste ideate dalla cupola di Cosa Nostra. Sterling è un fantasma che attraversa i peggiori delitti della nostra storia ed evolve quindi in allegoria, arrivando a sfiorare lo status di metafora del Male Assoluto. Ma nel finale, pur senza determinarne la natura e senza risolverne l’ambiguità, Sarasso riesce a mettere in discussione tutto quanto precedentemente acquisito sul suo conto. Continua, in altre parole, a preservarne la dimensione sospesa tra realtà e immaginario, tra persona e leggenda, tra vita e incubo, riconoscendo a Sterling una «dimensione umana». In questo modo Sarasso opera una svolta che mi ha dato molto da pensare, trasformando il cacciatore, il carnefice, l’eversore, nel simbolo della coscienza sporca del nostro Paese, l’icona di tutti i brutti sogni sepolti nel nostro passato

Fino alla ripresa dell’episodio di Piazza Fontana, Andrea Sterling è l’uomo nero che si nasconde dietro vent’anni di delitti all’italiana, dall’assassinio di Wilma Montesi alla «rimozione» di Enrico Mattei: un vero demonio, uno spirito maligno che opera nelle tenebre, si sporca le mani senza troppe esitazioni e muove le sue pedine al fine di preparare l’avvento a un nuovo ordine autoritario, totalitarista, che resta vago anche nelle sue concezioni ma che non è difficile associare alle inquietanti insegne del neofascismo. Sterling agisce implacabile, un’arma umana micidiale. Un personaggio di fiction, senza spessore. Ma dopo la strage di Piazza Fontana lo ritroviamo ai funerali impegnato a dimostrare a se stesso la propria (in)capacità di partecipare emotivamente allo strazio delle vittime e dei loro familiari. Un demonio non si sarebbe cimentato in quest’attività, tantomeno un fantasma. Ma il tentativo di confrontarsi con il dolore rende in qualche misura conto dell’appartenenza di Sterling a quell’umanità che ha disconosciuto dopo essere stato a sua volta rifiutato. Manca l’empatia che lo renderebbe a tutti gli effetti un essere umano, coscienza e spirito senziente. Ma il quid che lo aliena al discorso sovrannaturale e metaforico si dimostra frutto della scelta più coraggiosa compiuta dall’autore: il suo rifiuto di ricadere nello stereotipo facile e consolatorio, anche se il romanzo ben si presterebbe a una decisione di questo tipo; e la volontà di sporcarsi e di ferirsi maneggiando la realtà quando questa sa dimostrarsi dura, perfino più del previsto.

La cosa più difficile da digerire, in Confine di Stato, risulta alla fine proprio la consapevolezza che uomini come Andrea Sterling possano essere esistiti e possano esistere tuttora, indaffarati ad attraversare con la loro ombra lunga e affilata gli eventi della Repubblica. Oscuri manovratori, chiamati in azione ogni qual volta un articolo o una legge o una sentenza potrebbero non bastare a sistemare le cose. Chiamati a servire gli interessi di qualche fazione politica o loggia di potere.

Per la causa.

Perché, come sentenzia lui stesso al termine della sua iniziazione sul campo, “Il mondo è cattivo con gli inermi“. Parole che gelano il sangue.

Anche solo contemplare questa possibilità è angosciante, quanto riesce inquientante la presenza di Sterling nelle pagine del libro: rarefatta, elusiva, prima; e poi deflagrante, agghiacciante, ma sempre feroce e comunque enigmatica. Non c’è niente di consolatorio in questa figura sinistra, capace di compiere il viaggio di ritorno dopo avere raggiunto la dimensione ideale del simbolo, prodotto oscuro dello stato di schizofrenia in cui dal Dopoguerra versa inalterata la coscienza italiana.

[Nelle immagini, fotogrammi tratti da A Beautiful Mind (2001). Nel film di Ron Howard, Ed Harris è William Parcher, l'eminenza grigia che perseguita gli incubi schizofrenici di John Nash.]