[Approfitto del richiamo fatto nell'ultimo post per riproporre - e, con l'occasione, aggiornare - questo vecchio articolo apparso sullo Strano Attrattore 1.0, in data 07-03-2008.]

L’interazione elettronica riscrive le regole dei rapporti sociali. Offre nuove opportunità ed evolve verso nuovi equilibri. La Rete è un laboratorio sociale in cui rivivono, trasfigurate e opportunamente declinate, le attitudini umane di base. Così può prestarsi, di volta in volta, a un’applicazione sempre diversa: può diventare laboratorio culturale, centro di aggregazione, foro, piazza del mercato, bar, sezione politica, galleria. Lo spazio delle nostre città viene mappato sulla Rete. Ma il medium informatico si presta con una facilità senza precedenti anche all’assunzione di forme di comportamento che nel mondo reale (= tempo-lento) richiederebbero una costanza e un’applicazione “patologiche”, oppure una forte determinazione.

Se fin dagli albori della Rete capita di imbattersi nei troll che infestano forum, gruppi di discussione e ogni altra comunità come spiritelli maligni del luogo, la fucina di talenti non ha smesso un solo istante di sfornare nuove categorie. Erano utenti di Usenet i primi a clonarsi per generare attraverso una pletora di sockpuppet o doppelgänger l’illusione di un fronte molto più vasto di quello effettivamente riscontrato a sostegno delle proprie posizioni, oppure per creare eserciti di nemici-fantocci pronti all’uso (straw men, “uomini di paglia”) per essere sbaragliati. A conti fatti, per quanto fastidiosi possano essere, i troll risultano tra le più innocue manifestazioni del fenomeno, specie quando risultano identificabili fin dalla loro prima apparizione (anche se le contromisure da adottare per affrontarli sono ancora argomento di dibattito e talvolta possano riuscire inefficaci nel prevenire una flame war). Più infide sono invece queste loro evoluzioni incrementali, i ventriloqui, che traspongono nel contesto della Rete comportamenti di natura schizofrenica che potrebbero risultare radicati anche nella loro vita reale. Ma ancora più subdole sono le recenti figure emerse dalle onde del web, dirette emanazioni dell’archetipo del fake: l’utente che falsifica ad arte la propria identità. Eccone una breve panoramica.

- Gender-bait: categoria illustrata da William Gibson nel suo Pattern Recognition. Parkaboy è l’utente del FETISH:FOOTAGE:FORUM con cui la protagonista Cayce Pollard instaura un canale privilegiato, che presto si sviluppa in un nodo di complicità. Ma la sua figura dietro lo schermo resta ambigua fino all’incontro tra i due. E, per un certo intervallo di tempo, anche dopo. I gender-bait sono quegli utenti che, in modi e con sfumature diverse, tendono ad assumere atteggiamenti e/o identità non rispondenti al proprio sesso e alla sua espressione nel mondo reale: agevolati dall’ambivalenza del nickname e dal distacco garantito dal mezzo, i gender-bait maschi simulano identità e comportamenti femminili per fare leva sul retaggio psicologico e le più istintive reazioni ormonali degli utenti maschi e, viceversa, le gender-bait femmine si fingono uomini nell’ambito di una strategia di compensazione, per mostrare i muscoli che nella vita di tutti i giorni non possono esibire, per imporre il proprio dominio sul territorio virtuale con la prepotenza e l’aggressività che solo in un maschio dominante potrebbero essere “tollerate”. C’è anche chi assume identità non rispondenti al proprio sesso per spirito di provocazione o per vocazione anticonformista.

- Faith-bait (o belief-bait): categoria che racchiude quanti professano una fede (religiosa, ideologica, politica) in cui nella realtà non si riconoscono. I faith-bait possono essere mossi dalle più svariate motivazioni: oltre al banale desiderio di accettazione, il loro comportamento può rispondere a una forte esigenza di identificazione e appartenenza. La suggestione di sentirsi parte di qualcosa è spesso più forte della razionalità. Ma talvolta capita che qualcuno finga di professare una certa convinzione semplicemente per accedere a un punto di osservazione privilegiato su un certo fenomeno o una certa comunità, virtuale o non. I faith-bait, come pure i gender-bait ma più facilmente di questi ultimi, possono essere degli embedded e la loro definizione può quindi sfumare attraverso la gamma del giudizio dall’accezione negativa (tipica di una personalità complessata, dissociata, etc.) a quella positiva (tipica invece di una tendenza all’indagine e all’esplorazione).

- Age-bait: categoria che comprende quanti fingono un’età diversa dalla loro età anagrafica. I più vecchi si spacciano per giovani imberbi nel tentativo di aggirare i filtri critici degli altri utenti, accattivandosene le simpatie, pronti ad approfittare dell’abbassamento della soglia analitica o della sospensione dell’incredulità al fine di inassarne il consenso e/o il sostegno e/o l’ammirazione. I più giovani si fingono più vecchi per ostentare l’autorevolezza che può derivare da un’esperienza e da conoscenze di cui difettano, ma che potrebbero risultare implicite o almeno attendibili in virtù di un ingannevole diritto di anzianità. In entrambi i casi, sia che si aspiri all’innocenza sia che si pretendano stima e prestigio, si tratta di un atteggiamento assunto al fine di colmare le proprie lacune culturali, emotive e/o relazionali. Per questo, pur partendo dalle premesse alterate delle precedenti due, in definitiva è la categoria meno costruttiva delle tre e con i gender-bait tende a rivelarsi la più opportunista.

L’oceano virtuale è pieno di plancton, ma anche di pesci più o meno grossi, più o meno disposti ad abboccare. E in qualità di pesce, nessuno di noi può aspirare alla visione completa della situazione, ignorando tutto ciò che si muove e agita sulla superficie. Diffidate quindi delle simulazioni: la prossima esca potrebbe essere per voi.