Il numero di luglio di Wired attualmente in edicola merita l’acquisto anche solo per il fulminante servizio su Vinton Cerf, a cura di Cyrus Farivar, dal titolo paradigmatico: Deep Space Internet. Se fate mente locale, ricorderete che anche su queste pagine se ne è parlato (era lo scorso novembre e il titolo dell’articolo era Internet ai tempi della Frontiera Spaziale) e che l’argomento è stato ripreso in maniera un po’ più organica anche su Next International (e magari prima o poi mi decido a pubblicare quel pezzo anche in questa sede, come primo post internazionale dello Strano Attrattore).

Vint Cerf è uno dei padri fondatori della Rete e a 66 anni suonati (per l’esattezza… ieri) non vuole saperne di starsene buono. Continua così a dispensare le sue rivoluzionarie visioni del progresso di Internet a noi semplici utenti assetati di futuro. Ed è in quest’ottica che, nei progetti in corso di sviluppo per l’Internet Interplanetaria, l’InterPlaNet (IPN) e il Disruption-Tolerant Network (DTN), Cerf non ci nega il sogno di un obiettivo ambizioso al punto da sembrare più fantascientifico di qualsiasi cosa fatta finora.

A metà anni ‘90, nel riflettere sul futuro di Internet, lo scienziato ebbe un’intuizione brillante. “Mentre ci pensavo, mancavano 25 anni al 2020 e stava risorgendo un programma spaziale,” racconta. “Forse, quello che dobbiamo fare, mi sono detto, è capire come estendere internet al sistema solare“. E ora che DTN muove i primi passi, mentre il protocollo IPN a cui Cerf sta lavorando è annunciato per il prossimo anno, lui sta cominciando a “pensare a una missione interstellare” che dovrebbe avere per destinazione Alfa Centauri.


Alpha Centauri (la stella luminosa più a sinistra)
e la vicina costellazione della Croce del Sud.

Alfa, la stella più vicina al Sole, dista 4,4 anni-luce e, immaginando di sospingere una sonda a una velocità ancora fantascientifica come un decimo della velocità della luce, sarebbe raggiungibile solo in un tempo di diversi decenni. Ma Cerf non si abbatte di fronte alla prospettiva e sogna questo esperimento della durata di un secolo, con l’invio del primo nodo interstellare della futura internet galattica e lo scambio di dati attraverso un abisso di oscurità, gelo e silenzio profondo 4,4 anni-luce. Un sogno da vertigini, che non può non richiamarmi alla mente lo stupefacente finale di Neuromante. E darmi un brivido in più al pensiero che qualcosa di simile, ma di alieno, si può ritrovare nell’ultimo romanzo breve che ho scritto, mixato con le suggestioni dell’archeo-tecnologia di matrice sovietica (ricordate i fari nucleari, gli RTG e le radiostazioni a onde medie?). Ma questa è un’altra storia.