La recensione che Iguana Jo ha dedicato a Underworld, nell’ambito dei suoi rapporti mensili di lettura, mi ha spinto a riprendere tra le mani quest’opera monumentale di Don DeLillo e il risultato è stato che, a oltre cinque anni di distanza dalla prima - parziale - lettura, mi sono ritrovato ancora una volta invischiato nella prosa seducente e criptica del grande autore newyorchese. Aprire un libro di DeLillo è un rischio enorme. Inoltrarsi nel labirinto della postmodernità che è Underworld (1997, ediz. Einaudi 1999, traduzione di Delfina Vezzoli) è un rischio ancora maggiore e la consapevolezza dell’impresa non è di alcun aiuto per affrontarlo.


Il trionfo della morte, Pieter Bruegel il Vecchio (1562)

Underworld è un libro di contrappunti, che evoca l’eco della contemporaneità attraverso un percorso di regressione lungo circa mezzo secolo e che allo stesso tempo non teme di confrontarsi con gli spettri del futuro. Una storia complessa, che abbraccia lo Zeitgeist del Novecento e lo decodifica per noi, giostrandolo tra la mitologia del baseball e l’universo dei rifiuti in cui finisce per sedimentarsi l’immaginario dell’uomo postmoderno: la memoria individuale e collettiva della nostra civiltà come uno spaccato di strati geologici. E ad abbracciare il tutto un’ossessione di ispirazione religiosa (”Nel nostro mestiere era una convinzione religiosa, che questi depositi di salgemma non avrebbero lasciato trapelare le radiazioni. I rifiuti sono una cosa religiosa. Noi seppelliamo rifiuti contaminati con un senso di reverenza e timore. E’ necessario rispettare quello che buttiamo via”), che affonda le radici nel passato personale del protagonista, un manager dei rifiuti che incarna l’alter ego dell’autore, a cui i gesuiti “hanno insegnato a esaminare le cose alla ricerca di un secondo significato, di collegamenti più profondi“. E DeLillo non può eludere il dubbio che sorge da queste considerazioni, arrivando a chiedersi: “Chissà se pensavano ai rifiuti?

Affondando nell’oceano di visioni e suggestioni richiamate dalle storie a incastro di Underworld, si resta sedotti malgrado il trattamento riservato al lettore da una struttura narrativa raffinata quanto complessa. Il contrappunto di cui dicevo non è limitato alla dimensione totale del romanzo, ma si ripercuote come uno sciame sismico a livello profondo, innescando un gioco di echi e di richiami tra il presente il passato e il futuro che tocca il suo culmine nelle parti dedicate a Nick Shay, riportate in prima persona con un flusso di coscienza che oserei definire strutturato. Prodotto della lettura è la sensazione di trovarsi di fronte a un moltiplicatore di memi, che riprende storie piccole e grandi, segrete o pubbliche, e le intesse con frammenti di psicopatologia di massa e suggestioni da urban legend nel telaio universale del Novecento, dai sintomi della Guerra Fredda fino alla dissoluzione dell’URSS.

Fin dal titolo Underworld allude esplicitamente all’oltretomba e un senso di morte pervade la narrazione di DeLillo, come già accadeva in Rumore Bianco (1985). Nello sfogliare le pagine ci si vede sovrastati dalla prospettiva replicante di innumerevoli vicoli ciechi evolutivi, come se le storie raccontate da DeLillo non potessero sottrarsi all’impatto fatale con il non-senso della Storia. E forse è stata questa la ragione subliminale che all’epoca mi spinse a sospenderne la lettura. Il programma sempre più fitto di must da scoprire o assaggiare non ha concesso margini alla noia, nel frattempo, ma adesso ho deciso di dare un taglio ai buoni propositi continuamente rimandati.

Nel riprendere la lettura dal punto a cui la avevo lasciata, richiamerò nei prossimi giorni le immagini del libro che sono sopravvissute nella mia mente al logoramento del tempo. Underworld è stata a lungo una grande macchia nella mia coscienza sporca di lettore. Un libro cominciato, amato, ammirato, studiato, ma per qualche motivo oscuro mai portato termine. Mi prefiggo di porvi rimedio.