L’intervista rilasciata alla Dandini dal grande Joe R. Lansdale, segnalata oggi dal Corriere della Fantascienza, è ricca di spunti interessanti. Oltre a darci una misura di come andrebbe affrontata la TV per appassionare gli spettatori alla scrittura, Lansdale ci regala non poche perle di saggezza, dall’affresco della violenza all’importanza delle radici nella composizione dell’ambiente per le proprie storie.

Senza le storie di questo texano, la mia esperienza di lettore sarebbe senz’altro più triste e meno interessante. Non so, onestamente, quanto la sua influenza possa trasparire dalle cose che mi sforzo di scrivere, ma posso assicurarvi che l’insegnamento tratto dalla sua opera guida da tempo il mio approccio alla pagina. La commistione tra i generi, la suggestione per i risvolti oscuri dei panorami che ci sono così familiari, la trascrizione letteraria della violenza, sono solo alcune delle caratteristiche di Lansdale che mi hanno conquistato e che mi piacerebbe imparare a riprodurre in una mia dimensione personale. E se qualcuno un giorno volesse rimproverarmi che i miei quadri di Bassitalia somigliano al Texas, si senta pure libero di citare questa dichiarazione.

Per tornare alle considerazioni che vengono fuori dalla discussione televisiva, trovo particolarmente interessante il discorso sulla violenza. Questo è un argomento che di tanto in tanto torna alla ribalta, in genere propugnato da una delle ormai consuete campagne di pseudo-moralizzazione che trovano come valido alfiere d’occasione questo o quel politico in cerca di visibilità. Ciò a cui subito si pensa parlando di violenza è un misto di sopruso, sopraffazione, brutalità. E in genere ci dimentichiamo che la violenza che si limita a lasciare cicatrici in superficie non è mai altrettanto pericolosa di quella che scava in profondità, andando a ledere i nostri stessi meccanismi comportamentali, alterando le nostre semplici routine caratteriali, stravolgendo in altre parole la nostra percezione di noi stessi, del prossimo e del mondo.

Parto dal presupposto che sia sicuramente una cazzata l’idea pretestuosa che la trasposizione letteraria/cinematografica/artistica della violenza richiami altra violenza in un circolo vizioso. Non penso ci sia bisogno di soffermarsi su questo punto, ma credo piuttosto che possa essere interessante interrogarsi sull’efficacia della rappresentazione della violenza. La resa scenica e quella emotiva. Ed è una domanda che chiunque abbia maturato la consuetudine con certe tematiche deve essersi posto ben più di una volta, nel corso del suo lavoro.

Esiste un modo per parlare di violenza senza risultare violenti a nostra volta? Si può veicolare attraverso la violenza un messaggio antitetico, prendere insomma le distanze dalla violenza stessa mentre la si dipinge con scrupolo e precisione? Chi ha letto Lansdale conosce già la risposta. Lansdale non si sforza mai di edulcorare le sue scene e i suoi ritratti, come si compiace di fare invece la nostra TV avvinta ormai nella spirale dello squallore senza ritorno. Uno dei modi per riuscirci è modulando con sapienza la neutralità di fronte all’azione con la simpatia per le vittime. Potremmo parlare di strategia del chirurgo: isolare il male per curarlo, senza trascurare il rapporto umano con il paziente. Un paradosso? Non credo, se si ha a disposizione la libertà di giostrare i punti di vista. Questo equilibrio trovo sia determinante per la riuscita del risultato finale. Eliminando l’elemento empatico, perderemmo l’amplificazione dell’esperienza che può derivare dall’immedesimazione nei personaggi, la ricaduta della rappresentazione (fallout). Rinunciando alla neutralità, si perderebbe quel distacco salutare che pone l’autore su un piano altro rispetto alla materia di cui scrive, compromettendone la posizione con la rappresentazione stessa (meltdown). Ma questo è solo il mio punto di vista, al quale chiunque può aggiungere il proprio.

Joe Lansdale ha da pochi giorni aperto un suo blog. Un’altra interessante occasione per immergere lo sguardo nel lavoro di una delle penne più appassionanti ed eclettiche di questa nostra epoca.