Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

Queste parole pronunciate con tono solenne sulle note inconfondibili di Alexander Courage (Where No Man Has Gone Before) segnavano poco più di una decina di anni fa l’inizio dell’ora-cuscinetto interposta tra i compiti a casa (e le imprecazioni annesse) e la cena in famiglia. Con la serie classica di Star Trek ci sono in pratica cresciuto, dopo che in età non ancora del tutto consapevole avevo consumato grandi quantitativi della Next Generation (ma era stato ai tempi in cui poteva passarmi sotto gli occhi una sequenza di Blade Runner lasciandomi del tutto impassibile, mentre potevo trascorrere serate intere a contemplare le fughe nel deserto di Tremors…). Per scoprire le carte fin da subito, non sono mai stato un grande esperto della serie creata da Gene Roddenberry, perché non ho mai avuto la costanza richiesta all’appassionato per addentrarsi con cognizione in un mondo tanto complesso e variegato come quello che fa da sfondo alla missione quinquennale della USS Enterprise e alle vicende delle generazioni successive, fino al grandioso Deep Space Nine che trovai all’epoca stupefacente per la commistione di atmosfere noir e scenari interplanetari.

Ciò premesso, sono riuscito a vedere Star Trek sul grande schermo per un pelo. Lo Star Trek che avrebbe dovuto essere l’XI episodio cinematografico della longeva quanto travagliata saga, lo Star Trek che J.J. Abrams ha trasformato in una rifondazione dell’immaginario trekker: un punto zero in linea con i tempi che corrono e con i nuovi mezzi. Ne sono uscito soddisfatto e sorpreso. Alex Kurtzman e Roberto Orci hanno fatto un ottimo lavoro sul materiale originario, senza tradirne lo spirito, dedicando a ciascun personaggio della serie classica il doveroso approfondimento psicologico, esagerando forse solo un po’ nell’asservire il finale alla gloria di James T. Kirk (ma la megalomania è comunque una caratteristica del personaggio, spaccone come è sempre stato). I set ridonano smalto al futuro, attualizzandolo nell’estetica e nell’architettura, tanto nello spazioporto tra i campi dell’Iowa quanto su Vulcano o nella San Francisco minacciata dai romulani transfughi nel tempo. Le soluzioni registiche di Abrams sono da manuale, molto studiate ma realizzate con grande maestria e senza che il tocco del regista risulti mai invadente, ma sempre funzionale al risultato. Abrams è stato in grado di massimizzare la resa spettacolare delle scene e di regalarci un punto di vista insolito in sintonia con l’estraneità dell’ambientazione spaziale: camera quasi mai ferma, inquadrature prese secondo angolazioni oblique e inconsuete.

Per un assaggio di quanto detto sul piano estetico, si rimanda al trailer. Qualche difetto lo si può comunque trovare in alcuni buchi di sceneggiatura (come la necessità di coinvolgere Spock nell’abbattimento della trivella, non giustificata sul piano narrativo se non nell’economia degli equilibri della trama), nella scarsa verosimiglianza di alcuni scontri a fuoco in spazio aperto (pur nella sontuosità iconografica) e in una manciata di momenti che diventano particolarmente fumosi in coincidenza con le fasi più concitate della pellicola. Niente, comunque, che impedisca di apprezzarne l’essenza e - dopo Watchmen mi sembra davvero di ripetermi - la fedeltà allo spirito del prodotto originario. Con in aggiunta il pegno doverosamente pagato all’immaginario abramsiano, con lo slusho servito nei bar e le creature aliene che tradiscono la loro somiglianza con l’incubo mutante di Cloverfield. Intromissione ingiustificata per qualcuno, valore aggiunto per chi come il sottoscritto crede nell’intreccio dei riferimenti, nella rete sotterranea che connette il nostro immaginario oltre la soglia del Terzo Millennio.

Non dirò nulla sulla trama per non guastare la visione a chi non ne avesse ancora avuto il piacere. Basti sapere che nella pellicola anche un appassionato non particolarmente edotto come il sottoscritto troverà richiami espliciti agli eventi o anche solo agli accenni che puntellano la mitologia trekkie; che i personaggi principali ci sono tutti: Spock, McCoy, Chekov, Uhura, Sulu e Scottie; e che l’iniziazione allo spazio di Kirk e del suo equipaggio avviene rinnovando l’espediente del viaggio nel tempo già utilizzato a più riprese in passato dagli autori della saga, tanto sul piccolo quanto sul grande schermo. Poco male: il meccanismo funziona e la chiusura sui titoli di coda che riprende il tema di apertura della serie classica ha il sapore dell’omaggio, suggellando questo antefatto e concedendo allo spettatore - fuori dal film - un viaggio nella memoria.

In estrema sintesi, credo che al di là dei suoi meriti intrinseci, questo Star Trek firmato da J.J. Abrams renda giustizia al genio e all’opera di Roddenberry e che lo faccia con grande rispetto, mettendo al servizio dell’immaginario trekker e della sua tradizionale sensibilità nel bilanciare tensione morale, speculazione sociologica e spirito dell’avventura, quella tecnologia degli effetti che, per necessità o ingenuità, al franchise in passato è sempre difettato.

Lunga vita e prosperità.