Tutta questa vicenda che sta monopolizzando l’attenzione della stampa nelle ultime settimane mi sembra paradigmatica dello stato di schizofrenia che vive il nostro Paese fin da tempi poco sospetti, prima che paradossalmente proprio Tagentopoli schiudesse la strada al più compromesso uomo politico che la Repubblica abbia mai avuto. Se tutto andrà come spero, e come sembra che le cose si stiano mettendo, sono certo che un giorno sapranno anche ricavarne un buon film a suggello di tutto: qualcosa a metà strada tra Tutti gli uomini del Presidente, W. e Il Divo, naturalmente.

Se il lavoro metodico, tenace, ostinato, che stanno conducendo i giornalisti della Repubblica coordinati da Giuseppe D’Avanzo (e questa non è la prima volta che celebro il giornalista napoletano su queste pagine, per cui accusatemi pure di parzialità) merita la massima attenzione, è anche perché sta portando a galla quelle fatuerie che puntellano la vita di un Premier che la sua naturale megalomania ha indotto milioni di italiani a credere “primo tra i suoi pari”, uomo di successo perché infaticabile lavoratore, modello da imitare per la sua dedizione a tutte le cause abbia abbracciato nella vita, si trattasse di boom edilizio, di TV commerciale o delle meno redditizie sorti dell’Italia.

Torno mio malgrado sull’argomento per l’ennesima volta in questi giorni (sembra che lo Strano Attrattore riesca ormai ad attirare principalmente i sintomi del cedimento strutturale e istituzionale del nostro Paese) perché leggendo l’editoriale odierno di D’Avanzo su Repubblica.it mi sono imbattuto nel seguente passaggio:

Come tanto tempo fa, quando nei giardini della villa Olivetta di Portofino lo sentirono gridare: “Dài, colpiscimi, stupido. È tutta questa la tua forza? Colpisci più forte, ancora più forte”. Quelli di casa pensano a un ladro, a una rissa. Accorrono. Lo vedono lì sul prato. Solo. Lui saltella, arretra, avanza, scarta di lato in un’immaginaria rissa. Le gambe flesse, i passi corti, il pugno destro ben stretto a protezione della mascella e il sinistro che si allunga veloce contro l’avversario che non c’è.

Questo brano mi ha colpito per due ragioni.

La prima: coglie un aspetto insospettato della vita privata del Cavaliere, di una vanità non inferiore a quella dimostrata dalle sue telefonate serali a una ragazza conosciuta sulle pagine di un book fotografico passatogli dal suo fedele maggiordomo mediatico. Proprio come in W. l’indomito Bush sognava di acciuffare la palla vincente in un match di baseball, meritandosi in questo modo la gloria, B. viene sorpreso in un momento di intimità novello don Chisciotte, alle prese con il suo sogno di sbaragliare nemici invisibili. D’altro canto, se il culto della personalità e la dieta di disinformazione sono i pilastri cardine del suo regime, non è difficile risalire all’ascendenza che deve avere avuto sulla sua formazione politica il motto “molti nemici, molto onore“. Ma è proprio questa immagine di lui intento a opporsi ai fantasmi che mina la credibilità di uomo prammatico che sta alla base della sua fortuna politica e mediatica.

La seconda: mette in luce un aspetto drammatico della vita politica italiana di questi anni. La logica dello scontro su cui è sempre stata impostata la dialettica parlamentare (ben più becera di quella extra-parlamentare, come hanno dimostrato in aula gli assalti frontali a Romano Prodi) è una chiara espressione di questa necessità, da parte del Cavaliere, di uno spettro a cui contrapporsi per potere guadagnarsi la simpatia degli elettori e in questo modo prevalere. Tutta la sua parabola amministrativa, dopotutto, è un rosario snocciolato facendo leva sulla paura: dei comunisti, dei clandestini, della magistratura. Lui che ha sempre fatto vanto nazionale e internazionale delle sue frequentazioni assidue con l’ex-KGB Vladimir Putin, che ha stipendiato un latitante di Cosa Nostra e che il suo entourage di avvocati se lo è portato subito in Parlamento. Il Premier ha plasmato la politica italiana a sua immagine e somiglianza, come dimostra la progressiva deriva al centro del principale partito di opposizione nel vano - anzi controproducente - tentativo di azzardare un inseguimento alla mediocrità. Lo ha fatto dopo avere plasmato a somiglianza del suo mondo i sogni e le fantasie di milioni di italiani pasciuti dalle sue TV, da modelli di comportamento e successo che oggi possiamo vedere purtroppo riprodotti dappertutto.

Se pure questa vicenda saprà bonificare la vita politica dalla figura di Berlusconi, il berlusconismo risulta ormai profondamente radicato nella mentalità italiana. Ci vorrà molto più tempo per depurarci dall’inquinamento psichico a cui siamo stati esposti nel corso di questi anni. E non è affatto detto che ne usciremo illesi.

Le campagne di odio, la dieta di menzogne e falsità, i sogni spacciati a buon mercato ci hanno fiondati in un Paese Virtuale, trasformandoci tutti nei surrogati di un atroce sogno berlusconiano: automi con un solo idolo, senza memoria, ma provvisti in compenso di ambizioni effimere. Siamo tutti vittime di uno sogno inconsistente e per questo mi domando quanti potrebbero essere oggi gli italiani con il coraggio di condannare Berlusconi per i suoi comportamenti privati e quanti sarebbero invece quelli disposti a riconoscergli ancora la loro stima e ammirazione incondizionate, con un tocco di invidia per quelle feste di Capodanno organizzate in Sardegna almeno in parte a spese dei contribuenti (ci sarebbero delle foto, rimaste in giro nelle redazioni delle testate italiane per mesi, che mostrerebbero tra le altre cose l’aiuto-giullare Apicella scendere da un aereo con i contrassegni dell’Aeronautica Militare). In quest’Italia da soap opera e notti piccanti non ci si scandalizza più se il Premier promette agli sfollati de L’Aquila crociere gratis mentre il termovalorizzatore di Acerra (spacciato come monumento al provvidenziale risolutore della Crisi Rifiuti) viene travolto dall’ennesima ondata di scandali e accuse (con Bertolaso, udite udite, costretto ad ammettere alcuni problemi con le ”emissioni del­l’inceneritore”), la Campania riprende a boccheggiare sotto i rifiuti e altre regioni si apprestano a imitarne gli exploit. In Berlusconistan nessuno alza la voce se un premio Nobel viene rifiutato da una delle più prestigiose case editrici - nonché suo storico editore, con l’unico difetto di essere caduto nel frattempo sotto il controllo del Cavaliere - per avere espresso giudizi poco accondiscendenti sull’operato del Premier e sui suoi influssi malefici sulla vita e la coscienza degli italiani.

Viviamo tutti nel sogno ebbro di una coscienza collettiva narcotizzata, se siamo disposti ad accettare tutto questo con una scrollata di spalle.

Sempre in W., c’è una scena esilarante e tragicomica in cui Bush convoca un vertice dello staff nel suo ranch in Texas: con un certo stupore da parte dei suoi collaboratori li conduce in una riunione itinerante in cui dimostra qualche limite di comprensione sulle loro strategie di esportazione della democrazia, ma alla fine dà il suo assenso distratto all’attacco preventivo ai danni dell’Iraq, con la massima disinvoltura e leggerezza immaginabili. Solo a quel punto si rende conto di non sapere più come fare per tornare a casa: immaginatevi l’Amministrazione americana dispersa nella prateria, al tramonto, senza un riferimento o un’idea sulla via del ritorno. Ecco, il panorama da decadenza che in questi giorni traccia la stampa estera dell’Italia non mi sembra poi molto diverso.

Il Premier è pronto come sempre a inventarsi nemici immaginari per restare in sella, per non cadere dal suo trono. Ma il nemico dell’Italia è uno spettro in carne e ossa, con un’eco psichica che non sarà facile estirpare. Questo più che mai è il momento di esercitare doti di Resistenza da contrapporre all’egemonia indiscriminata di una dittatura morbida ormai alla frutta.

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