La scomparsa di J.G. Ballard non è passata inosservata. Ne hanno parlato diffusamente quotidiani, radio, siti web. La copertura mediatica è stata ampia e, tutto sommato, all’altezza dell’importanza dell’Autore, del suo ruolo nella Letteratura del Novecento, nel nostro immaginario e, direttamente o indirettamente, nella nostra percezione del mondo e delle psicopatologie contemporanee. Se c’è qualcosa da recriminare, probabilmente è solo l’eccessiva prudenza con cui il suo nome è stato associato alla fantascienza.

Non potendo occultare la stagione più prolifica della sua produzione - e forse anche la più significativa, dalla tetralogia degli elementi alla Mostra delle Atrocità e oltre, con tutta la narrativa breve in cui l’immaginario fantascientifico ha continuato a rivestire, fino a pochi anni fa, un ruolo predominante - i commentatori degli organi di informazione sono ricorsi all’escamotage di affiancare al nome di Ballard l’etichetta del cyberpunk. E questa cosa mi ha dato un po’ da pensare.

L’infatuazione per il cyberpunk non sono ancora riuscito a lasciarmela alle spalle. Sono ancora dipendente dalla SF di Gibson e soci: come risulterebbe da un semplice esame del sangue, ho un tasso di nanosomi e neurochim ancora oltre il livello di guardia. Ma comincio a capire un po’ meglio, adesso, una certa resistenza che s’incontra al Movimento degli anni ‘80 nel mondo - sempre più striminzito, a onor del vero - della fantascienza italiana. Credo che sia un effetto di questa celebrazione acritica, in cui occasionalmente capita di imbattersi nelle dichiarazioni di chi si muove ai margini dell’immaginario fantascientifico, cullandosi nel sufficiente privilegio di ignorarlo a oltranza fino a quando, per esigenze di interpretazione o di comprensione, non diventa inevitabile farne riferimento. A quel punto risulta senz’altro più facile riferirsi al cyberpunk (che, come dice Iguana Jo, fa molto più cool e probabilmente aiuta a darsi un tono), piuttosto che al genere di cui il cyberpunk è una diretta evoluzione (e che evidentemente i più continuano ad associare nelle loro percezioni - come le vogliamo definire? infantili, semplicistiche, schematiche? - a un universo fatto di fantasie adolescenziali, di razzi, di omini verdi o al massimo - se si sono tenuti al passo con l’aggiornamento delle mode - grigi, e di pistole laser). Il cyberpunk, insomma, due volte vittima: degli abusi da parte di chi la fantascienza non la conosce o non la ama, della diffidenza da parte di chi per la fantascienza nutre una passione che si estende al di là dei confini temporali delle mode.

Ciò non toglie che gli esiti rasentino il grottesco. I risvolti di una disinformazione involontaria possono essere imprevedibili e paradossali. Piangere Ballard come “il padre del cyberpunk” imporrà forse agli stessi detrattori del genere di etichettare un giorno - spero remoto - Gibson e Sterling come ”figli della New Wave”? Potrebbe essere comunque un atto di giustizia soprattutto nei confronti dei lettori, visto che la definizione presupporrebbe un certo lavoro di studio e di documentazione da parte del giornalista.

Una misera speranza?

Be’, in tre miliardi di anni siamo passati dal brodo primordiale alla consuetudine di comunicare in uno spazio che fisicamente non esiste in nessun luogo, senza porci troppe domande (e forse questo è uno dei problemi, se non il problema, al cuore di tutto), passando per il fuoco, la ruota, la stampa di Gutenberg e il tressette: basta solo un piccolo sforzo ancora e tra qualche anno tutti potremo concepire l’idea di una letteratura scritta per parlare del presente dalla prospettiva del futuro. Ce la possiamo fare?