Ho ripetutamente rimandato l’appuntamento con questo post in attesa che le acque si calmassero e il superamento del primo impatto emotivo agevolasse la lucidità dei pensieri. Ora che altri drammi e paure hanno guadagnato l’attenzione degli organi d’informazione, a quasi un mese di distanza dalla tragica notte del 6 aprile, credo che sia giunto anche per me il momento di fare i conti con il terremoto. Non per una questione di opportunità o perché ne senta il bisogno: semplicemente, perché ci sono delle cose (poche, a dire il vero, sicuramente meno del solito e probabilmente pure meno profonde o interessanti, oppure solo altrettanto scontate delle altre finora espresse - sulla questione decida pure l’internauta approdato su questi lidi) che vorrei dire e questo blog, che per il sottoscritto è un po’ cassa di risonanza, un po’ finestra sul mondo e un po’ semplice blocco di appunti ipertestuali, è il luogo adatto per farlo. Quello che ho da dire parla di futuro, ma parla anche di passato.


Panorama di Onna (foto ANSA).

Quello che penso deriva dalla mia esperienza con il sisma. Mi ritengo, senza mezzi termini, figlio del terremoto io stesso, essendo nato nemmeno 2 mesi dopo che l’Irpinia era stata travolta dalla catastrofe: interi paesi, incluso Castelnuovo, cancellati via dalle mappe nel giro di una manciata di secondi. I soccorsi, quella volta, impiegarono giorni per raggiungere i comuni colpiti. Ma ci fu subito una generale e concreta dimostrazione di generosità da parte dell’Italia intera, per non parlare del resto del mondo (non dimentico di avere studiato in un liceo ricostruito - anni dopo - con fondi americani). Ci furono Pertini e Montanelli che diedero conforto a un popolo che aveva perso la luce e che per questo, da allora, tiene le loro foto appese in casa, come se fossero parte della famiglia: degli zii illustri, di cui è importante tenere in vita il ricordo ancora adesso - o proprio adesso - che l’Italia e la politica sono diventate quello che noi tutti sappiamo.

Il baraccone mediatico ha battuto il ferro caldo e tutto quello che per il momento ne abbiamo ricavato sono state le statistiche di popolarità del premier snocciolate dal diretto interessato, salvo poi incorrere nella dura realtà della contestazione del suo operato. Eventi come questo amplificano la portata delle reazioni e non ci sarebbe quindi da sorprendersi del teatrino tragicomico inscenato a uso e consumo dell’elettorato. Che la leva psicologica fosse l’unico strumento nelle mani del Presidente del Consiglio (uno strumento universale, buono per le elezioni come per il governo) era risaputo. Ma l’indifferenza con cui tutti noi stiamo reagendo a una simile esibizione di cinismo è deplorevole.

Per questo diffido dagli annunci. Per credere al programma di Ricostruzione propagandato nei giorni scorsi vorrei vedere l’Imperatore e la sua corte trasferirsi nei campi di accoglienza per tutta la durata dei lavori: è l’unica garanzia che sarei disposto ad accettare sulla celerità degli interventi. Tra le luci e le ombre a cui siamo ormai abituati, dovrebbe essere chiaro a tutti che questo non è ancora il momento di spegnere i riflettori sull’Abruzzo. Il terremoto non è circoscritto alla catastrofe che porta la morte e semina distruzione. Il terremoto è un evento destinato a protrarsi nel tempo, anche per trent’anni come dimostra il caso dell’Irpinia.

La minaccia è che anche le terre colpite dal sisma del 6 aprile scorso si ritrovino tra qualche anno con il futuro azzerato. Se c’è una cosa che l’Abruzzo e la sua gente devono fare in questo momento, è quindi assumersi il carico di una responsabilità ulteriore, aggiungere quest’altro onere al loro orgoglio e imparare la dura lezione che altrove ha lasciato cicatrici ancora aperte. Per questo sono importanti i provvedimenti annunciati per tutelare la ricostruzione. Forse non è la cosa più appropriata da dire in questo momento, ma il peggio non è passato. La parte più difficile viene adesso ed è adesso che l’attenzione dei media si è spostata altrove che gli italiani dovrebbero far sentire ancora più forte il loro sostegno ai terremotati. In ultima istanza, al di là di tutti gli strumenti che le istituzioni competenti possono predisporre, devono essere i cittadini a vigilare su quanto verrà fatto, perché la Ricostruzione non si ferma ai muri, alle case e alle strade, ma interessa il futuro loro e delle generazioni che li seguiranno.

Per ricordare come sono cambiati i costumi, linko solo quest’altro documento d’epoca. Nel 1980 c’era un Presidente della Repubblica che si aggirava tra gli sfollati e ascoltava le loro richieste, le loro lamentele, le loro critiche. E ne faceva tesoro, riversandole sul pessimo operato del governo.

Altri tempi… Complici il malaffare dei feudi e la consuetudine alla rassegnazione, le cose non sono poi migliorate molto. Ma avercelo nei paraggi, oggi, un altro Pertini.