Un bel titolo altisonante, no? Era da un pezzo che non ce ne capitava l’occasione. E probabilmente per un altro pezzo mancheranno tentativi di approfondimento e di critica sul panorama culturale nazionale (o quel che ne resta). Superato il tour de force internazionale, sono finalmente tornato al lavoro sui progetti narrativi lasciati in sospeso. Siccome si parla di diversi racconti in attesa di completamento o in varie fasi di revisione, e qualcos’altro di più lungo che sarebbe ora di estrarre dal suo limbo elettronico, considerando che non ho ancora raggiunto quella padronanza relativistica sul tempo che da tempo mi prefiggo, nelle prossime settimane mi toccherà diradare ulteriormente l’impegno sul fronte web-diaristico. Non so ancora bene che piega prenderanno gli eventi, ma sto considerando la possibilità di postare in questo spazio, se non altro di tanto in tanto, pezzi di quanto vado scrivendo prima ancora di capire se troveranno un incastro da qualche parte, in un racconto o in un romanzo (l’intenzione, ovviamente, è di sfruttare il vostro feedback e giovarmene). Ci sono inoltre delle novità sul fronte personale che mi terranno piuttosto impegnato nei prossimi mesi (e magari anche nei prossimi anni) lontano dal web, ma a parziale compensazione della ridotta presenza in rete posso ribadirvi che l’intenzione di rilanciare Next Station con cadenza mensile è seria e sarà altrettanto seriamente perseguita con la forza di una squadra di primo livello, con tutta probabilità già a partire dal mese di maggio.

E adesso veniamo a noi.

Da qualche tempo si fa un gran discutere delle logiche sottese all’assegnazione dei riconoscimenti in ambito letterario. In ballo ci sono prestigio, visibilità e un minimo di speranza di memoria futura. Questo almeno per quel che riguarda gli annali del Premio Strega. Nell’ambito della nostra amatissima - e litigiosissima - nicchia, la discussione non è stata molto diversa e, come fanno notare i veterani, si protrae così da un po’ più di tempo, malgrado la posta in palio sia decisamente più bassa. Credo che sia naturale, quando si vogliono applicare a un dominio culturale le logiche di una mentalità monopolizzata dalla competizione (chiamatela darwinista o, se preferite, capitalista): buona per il mercato e, al massimo, per lo sport. Michael Crichton, che di libri e successo se ne intendeva, scriveva già diversi anni fa (si era negli anni ‘90 e se non erro il libro in questione era Il mondo perduto) che nella nostra società ormai tutto quello che conta è confinato nelle prime 10-20 posizioni delle classifiche di vendita. La logica della competizione applicata alla cultura fa sì che prevalga la concezione che tutto quanto resti fuori dalla Top Ten non si giovi nemmeno di quella fugace parentesi di visibilità che, agli occhi dell’acquirente medio, coincide con un’implicita attestazione di merito e di importanza. Quale futuro può avere una civiltà che fonda su questi principi il metro di crescita della propria dimensione culturale?

I lettori deboli (ma se è per quello anche gli spettatori acritici o i musicofili senza preferenze precise di genere) è scorrendo le classifiche di vendita che fanno le loro scelte, finendo col rinforzare un meccanismo commerciale che taglia inesorabilmente fuori il grosso della produzione, spesso insieme a materiale degnissimo di apprezzamento. Ma nelle classifiche la qualità incide poco, a creare il successo è molto più spesso la combinazione di promozione (le strategie di marketing sono in grado di valorizzarne l’immagine e compiere miracoli) e fattori accidentali (per esempio la scarsità di eventuali contendenti). La volontà del produttore e il caso, insomma, pesano molto più del valore intrinseco del prodotto sulla sua affermazione nei circuiti della distribuzione. Non c’è da stupirsene, dopotutto. E chi scrive prima o poi finisce col farsene una ragione.

Sarebbe veramente importante che tutti se ne rendessero conto, ma ciò che può essere dato per scontato nella cerchia degli addetti ai lavori, all’esterno finisce quasi sempre per destare scalpore e sconcerto alla prima percezione delle dinamiche per niente trasparenti che vi sono sottese. Esiste allora un modo per sottrarsi a qualsiasi sospetto di macchinazione, compromesso, intrallazzismo di varia natura? Daniele Del Giudice, dato per vincitore dello Strega 2009 prima ancora che il suo lavoro arrivasse nelle librerie, nei giorni scorsi ha dato un esempio cristallino di integrità ritirandosi pubblicamente dalla competizione con una lettera aperta pubblicata da Repubblica. Una bella prova di coraggio, un vero atto d’amore verso la propria opera. Una riscoperta della valenza più profonda della scrittura, che è quella di arrivare al libro, non di smerciarlo con gli stratagemmi testati sulle bibite gassate. Ammesso che con il tempo il valore di un’opera emerge sempre all’attenzione dei lettori e della critica, come insegna la lunga lista dei trionfi postumi (da Kafka a Dick) non è affatto detto che il giusto valore venga tributato con il giusto tempismo. Ma se all’autore può bastare come dimostrazione il riconoscimento tardivo di avere bene operato, le case editrici devono sottostare alle dinamiche del mercato, con tutto il corollario di battage promozionali e premi letterari. Non possiamo quindi aspettarci dagli editori dei soprassalti di etica, ma da parte degli autori una condotta come quella di Del Giudice è quanto di più salutare ci possa essere nell’ottica di un risveglio di coscienza del nostro panorama culturale.

La promozione della cultura (a tutti i livelli, fino ad abbracciare nell’accezione anche la narrativa di genere) non può essere vincolata agli indici di vendita. E non si può scegliere il miglior libro dell’anno come risultato di un torneo a squadre sovvenzionato dagli stessi partecipanti. Anche perché per annate di produzione eccelsa possono esistere altrettante annate di più discutibile qualità. Che qualcuno cominci a rendersene conto, e a darne prova con gesti anche clamorosi, può essere un buon segno. Altrettanto positivo sarebbe se gli autori cominciassero a riconoscere l’attenzione che meriterebbero le attribuzioni di licenza “alternative” ai capestri anacronistici del copyright, come le Creative Commons o il copyleft. Ma chi ama giocare con le regole truccate spesso non ama mettersi in gioco. Specie se in discussione c’è uno status quo determinato da decenni di manovre e tattiche che hanno portato all’attuale egemonia nel panorama culturale (reso industria) del nostro paese. E non solo.

[Le immagini dell'Antartide sono riprese dall'edizione on-line del Telegraph.]