Sta facendo molto discutere l’ultimo libro di Dario Tonani, un dittico di romanzi brevi raccolti da “Urania” sotto il titolo del primo dei due: L’algoritmo bianco (qui accanto potete vederne la fantastica copertina di Franco Brambilla). Due critici affilati si sono pronunciati sull’opera anticipando questo mio intervento. Dapprima Emanuele Manco, che dalle pagine di Fantascienza.com ne ha esaltato le qualità di scrittura e composizione, in una recensione entusiasta il cui tono non trova pieno riscontro nell’attribuzione delle famigerate stelline (ma saranno poi davvero così importanti queste stelle?). E a seguire Giorgio Raffaelli, che io considero il mio modello ideale di lettore (curioso, colto, attento, enciclopedico e minuzioso, senza preconcetti e ancor meno peli sulla lingua), il quale ha tenuto fede alla sua fama portando alla luce quelli che ha ritenuto - da lettore e il lettore, si sa, ha sempre ragione - i difetti del libro. Giorgio intercala nella sua recensione anche un’attenta analisi dei meccanismi della fantascienza e delle prerogative del genere:

ciò che caratterizza la fantascienza, almeno quella che preferisco, è la sua straordinaria capacità di coniugare storie avvincenti, divertenti, emozionanti con una profonda riflessione su un qualche aspetto del reale (che si tratti di scienza o di politica piuttosto che di tecnologia o di etica, beh… è solo un dettaglio: sono le potenzialità della speculazione che fanno la differenza).

Che poi, per rispondere al suo interrogativo sul perché ci si ostini a leggere fantascienza, riassume alla perfezione le mie ragioni. Il mio giudizio complessivo su L’algoritmo bianco, tuttavia, si discosta di molto dal suo. Quando questo accade, non posso fare a meno di pensare alle leggi del caos, a come, spostando anche di poco i parametri di partenza, si possa arrivare al termine del processo a esiti completamente diversi. La sensibilità delle condizioni iniziali fa sentire il suo effetto anche nella fruizione di un prodotto letterario.

Niente di cui meravigliarsi.

Io non sono un appassionato di videogiochi (per mancanza di tempo) ma sono un consumatore discreto di cinema (avendo attraversato una fase compulsiva di assimilazione negli anni dell’università, fase ormai superata sempre per la mancanza di tempo). Sono un entusiasta della rete, questo sì; non rinuncio alla musica se sono al volante. Ma non ho ancora trovato niente che sappia darmi la stessa soddisfazione - in termini intellettuali, s’intende - di un buon libro. Il sovraccarico sensoriale che al buon Iguana Jo non basta più, io lo apprezzo smodatamente quando lo ritrovo nelle cose che leggo. Questa è la ragione per cui Thomas Pynchon, William Gibson, William Burroughs, Samuel Delany e gli altri autori che amano congegnare bombe memetiche nelle loro pagine rappresentano per me il non plus ultra. E di riflesso è la ragione per cui il libro di Dario mi è piaciuto così tanto.

L’algoritmo bianco si pone esattamente agli antipodi rispetto agli autori che ho citato, ma conserva un impatto analogo per quanto riguarda le improvvise detonazioni immaginifiche che riesce a seminare nelle sue pagine. La scrittura di Tonani è infatti al servizio esclusivamente dell’azione, a discapito di qualsiasi scavo psicologico. Lo hanno fatto notare molti lettori ed è indubbiamente così. I personaggi che si muovono in queste pagine sono vuoti, nel vero senso della parola: non si portano dietro ricordi e anche lo spazio per le emozioni è allocato temporaneamente, pronto per il rilascio. Riflettono con le loro relazioni interpersonali l’aridità del mondo che li circonda: un ecosistema al collasso, devastato, ben oltre l’orlo dell’apocalisse. E sono sempre strumenti, burattini nelle mani di forze superiori che li sbattono da una parte all’altra. Forze superiori ma non assolute, se è vero che possono venire vinte e spazzate via a loro volta, rivelando così la natura del reale quale gioco d’azzardo definitivo.

Gregorius Moffa stimola meno simpatia di Cletus e di certo meno fiducia di Montorsi (indimenticabili protagonisti di Infect@), ma regge la scena altrettanto bene. Non è il cattivo che ti aspetteresti, anche lui è costretto a combattere le sue sfighe, ma tiene botta e tanto basta a farlo arrivare sulle sue gambe fino all’ultima pagina. Sarebbe il protagonista ideale di un action movie made in Hong Kong, qualcosa del primo John Woo, immaginando un John Woo più tetro e più cinico. Il ritmo adrenalinico che ho trovato nelle due storie dell’Algoritmo me ne hanno subito richiamato alla mente i primi film, improntati a un’estetica dell’azione totale, un’esaltazione della tecnica cinematografica.

Al servizio della stessa estetica trovo che Dario abbia fatto la scelta di porre la sua esperienza di narratore in questa duplice prova. Una scelta rischiosa, in quanto compiuta pur sempre nel campo della fantascienza, e per questo estremamente coraggiosa. Da autore navigato qual è, Tonani riesce comunque a far filtrare elementi che portano profondità allo scenario e lasciano intravedere spiragli del mondo futuro da lui edificato. I virus metalinguistici che s’innestano nelle routine neurali degli abitanti di questa Milano del basso futuro sono senz’altro la trovata più spiazzante del romanzo. A renderli tale è la loro natura, effetto collaterale della principale invenzione intorno a cui Tonani imbastisce queste due storie: l’Agoverso, la rete ubiqua del futuro interfacciata direttamente al sistema nervoso dei suoi utenti (che rimanda nel nome a uno dei modelli dichiarati dell’autore, Richard K. Morgan). E questo denota la grande attenzione riposta nell’ambiente. Una nota di merito va riconosciuta all’espediente di usare i libri come antidoto all’infezione metalinguistica: intensa metafora del potere salvifico della lettura e, allo stesso tempo, omaggio sentito ai tascabili su cui i lettori di fantascienza si sono formati. La cura dell’aspetto tecnologico è inoltre più spiccata che in Infect@, e lo dimostra la sequenza da brividi che rivela la reale entità dell’algoritmo come strumento in grado di conferire l’onnipotenza a una rete che già mostra barlumi di coscienza.

Ed è a questo che mi riferivo poc’anzi, parlando delle bombe immaginifiche che Tonani dissemina nel corso della storia. Il lettore è risucchiato nel vortice dell’azione finché una telefonata dal futuro non accende un allarme: è l’irruzione dell’elemento straniante, la fantascienza al suo meglio.

Un circuito che si chiude.

Personalmente, ho trovato L’algoritmo bianco più coinvolgente di Picta muore! (che ne costituisce una sorta di prologo), pure non esente da ottime trovate (l’incubo della città nuclearizzata e isolata dal resto del mondo è dopotutto ancora carico di profonde suggestioni), ma secondo me non all’altezza del notevolissimo - per trama, invenzioni e soluzioni tecniche - precedente. Tonani dice di avere voluto sperimentare con questi due lavori i meccanismi della serialità, in vista della prova che lo attende con il seguito di Infect@. Dopo questa lettura, è lecito attendersi grandi cose. Buon lavoro!