La Domenica delle Palme di 30 anni fa Breece D’J Pancake moriva in circostanze mai del tutto chiarite. Incidente o suicidio, se ne andava con un colpo di fucile quello che Kurt Vonnegut avrebbe giudicato, in una lettera a John Casey, ”il più grande scrittore”, e ancora “lo scrittore più sincero che abbia mai letto”. Una pallottola poneva fine alla sua personale via crucis privata. Due mesi dopo avrebbe compiuto 27 anni.

Da studente presso l’Università della Virginia, scriveva questo nelle lettere alla madre:

Quando avrò finito qua tornerò nel West Virginia. C’è qualcosa di antico e profondamente radicato nella mia anima. Mi piace pensare di aver lasciato la mia anima su una di quelle colline, e non sarò mai davvero capace di partire finché non l’avrò trovata. E io non voglio cercarla, perché potrebbe capitare che la trovi e così sarei costretto a partire davvero.

Una scrittura - come nei suoi 12 racconti, tutto ciò che ci ha lasciato - sofferta e diretta, sincera e per questo dolente. Parole che hanno il sapore della cenere e del fumo, della polvere di carbone e della rugiada. L’odore dei boschi, delle montagne, della legna, dei cervi e dei cani. Il profumo della vita vissuta come condanna ed espiazione.

Partendo da questa pagina dell’Atlantic Monthly, la prima rivista a pubblicare i suoi racconti, e dal sentito omaggio che gli dedica Tim Heffernan, potrete entrare nell’universo di questo scrittore straordinario. L’8 aprile con il compagno Fernosky lo ricorderemo come merita sulle pagine di Next Station.