A proposito della città che diede i natali a Kant e ad altre celebrità, un bell’articolo è uscito oggi sul Corriere della Sera. Per la sua storia illustre, se si dovesse eleggere una città al ruolo di singolarità storica, direi che Kaliningrad (foto di Lozhka13) sarebbe una candidata autorevole. Il suo ruolo nella formazione critica della coscienza occidentale (parlo tanto di scienza quanto di filosofia) è stato cruciale.

Le vicissitudini che l’hanno vista protagonista durante il Novecento e questi primi anni del 2000 aggiungono ulteriori suggestioni alla sua immagine. Né tedesca, né scandinava, né russa. Un mélange cleptoarchitettonico, per usare le parole che Bruce Sterling riferiva a San Pietroburgo sul finire degli anni ‘90. Dopotutto “siamo seduti su un vulcano, tra i capricci di storia e geografia”, riconoscono i suoi stessi abitanti.

Le ragazze vestono all’europea, con make up sobri. «Siamo russi per lingua, politica e feste comandate, ma ci sentiamo europei. Berlino dista 600 chilometri, Mosca il doppio». Dopo l’Urss Kaliningrad si sente abbandonata tra povertà, Aids e contrabbando di auto, droga, alcool e sigarette. «Per noi giovani era la libertà. Potevamo andare in spiaggia a Klaipeda, ai concerti rock a Varsavia senza visti. Privilegiati. Poi ci siamo visti tirare su un muro davanti agli occhi in una notte». Era il 2004: Polonia e Lituania che circondano l’enclave entrano nella Nato e nella Ue. Schengen rischia di fare di Kaliningrad una prigione. Bruxelles concede facilitazioni di movimento ai kaliningradesi, però i vicini impongono code estenuanti alle frontiere. I traffici illeciti proseguono.

E Mosca architetta il “piano K”, che ne farebbe una base missilistica strategica per contrastare lo scudo spaziale della NATO.

Se il brivido del futuro non passa da qui