Archive for Marzo, 2009

Brokeback Mountain senza censure

Posted on Marzo 11th, 2009 in Agitprop, Proiezioni, ROSTA, Stigmatikos Logos | No Comments »

Meglio tardi che mai. Speriamo…

The Wrestler

Posted on Marzo 10th, 2009 in Proiezioni | 5 Comments »

Di film sulla parabola discendente dell’eroe (o antieroe, se preferite) e la sua ultima occasione di riscatto sono piene le videoteche di tutto il mondo. Le varianti sul tema spaziano dall’ambientazione militare a quella investigativa, passando per il noir, la commedia e ovviamente lo sport. Inutile stare a snocciolare liste che lasciano un po’ il tempo che trovano, ma in questo filone si inseriscono opere come Space Cowboys (toccante affresco del sogno perduto della frontiera spaziale), Butch Cassidy (ottimo esempio di western crepuscolare firmato da George Roy Hill nel 1969) e Hurricane (il ritratto del pugile Rubin “Hurricane” Carter regalatoci nel 1999 da Norman Jewison e Denzel Washington). E dallo scorso anno al sottogenere dedicato al mondo dello sport è andato ad ascriversi anche l’ultimo, atipico film di Darren Aronofsky. Che ve ne fosse bisogno o meno, una pellicola da guardare e ammirare.

The Wrestler segna una nuova tappa nel percorso di crescita del regista newyorkese (classe 1969). Dopo le suggestioni cabalistiche venate di cyberpunk di Pi - Il teorema del delirio (1998), la spietata trasposizione degli angoscianti affreschi della dipendenza di Hubert Selby Jr. in Requiem for a dream (2000), l’ardimentoso e visionario esperimento fantascientifico di The Fountain - L’albero della vita (2006), ritroviamo Aronofsky alle prese con un nuovo quadro ai margini della società. La telecamera fissa sulle spalle di Randy “The Ram” Robinson (Mickey Rourke) ci introduce nel mondo sotterraneo del wrestling americano, dove lottatori semiprofessionisti si esibiscono davanti a folle di aficionados spartendosi gloria (leggi: pacche sulla spalla) e incassi (magrissimi) in una commedia delle parti di cui sono gli unici artefici. Lo psicopatico della sparapunti, il ribelle punk campione di scorrettezze, il difensore del Profeta e del Suo Verbo contro le insidie degli infedeli: maschere consapevoli del proprio ruolo e del proprio destino, in un teatrino itinerante che si sposta nelle terre del crepuscolo di palestra in palestra, di ring in ring, con i suoi attori pronti al sacrificio per sbarcare il lunario e sempre disponibili per reiterare la magia solidale dello spirito di corpo nelle bevute sfrenate in cui culminano le serate migliori.

Idolo delle folle in un circuito sempre più emarginato dal livello superiore dello showbiz, relegato ormai lontano dalle luci della ribalta, Randy “The Ram” tira avanti nel ricordo della fama trascorsa, vent’anni dopo un mitico incontro che lo elesse campione contro l’odiato arcinemico delle folle americane: l’Ayatollah. Era il 1984, anni di rock vero e di certezze: miserabili, ma pur sempre certezze. I giovani che si avvicinano adesso al mondo delle lotte dimostrano un’ammirazione reverenziale per lui e Randy, consapevole a sua volta del proprio ruolo, non fa nulla per farsi odiare: dispensa consigli, intrattiene i bambini dei vicini in incontri di strada che lo vedono regolarmente sconfitto, e di giorno lavora in un supermercato (o almeno ci prova). Sul ring mette in atto i trucchi del mestiere, esclusivamente a beneficio delle folle, esclusivamente a spese del proprio corpo: si sottopone senza riserve a a ogni forma di violenza, porta lamette tra le bende per procurarsi ferite e non far mancare al ring quel tocco di sangue, affronta impavido il filo spinato degli avversari e si lascia infilzare da punti metallici come se fossero i chiodi della sua crocifissione.

Una crocifissione profana, per un Cristo dei poveri. La sua via crucis si snoda attraverso le palestre e i circoli sociali del New Jersey e della provincia profonda, finché al termine di un incontro più dissipativo del solito il suo cuore ha un cedimento e lo costringe a subire un by-pass. Per i dottori è la fine della sua carriera. Per Randy l’inizio di un bilancio degli anni vissuti, a includere gli affetti perduti (la figlia Stephanie a cui Evan Rachel Wood presta il suo candido distacco pronto a tramutarsi in rabbia impetuosa) e quelli desiderati in bilico tra incertezza e possibilità (Pam/Cassidy interpretata dalla sensuale Marisa Tomei, che si esibisce come spogliarellista nello strip club che offre asilo alle notti dell’Ariete). La solitudine, l’indifferenza del mondo, il senso della sconfitta, la fatica del ritiro, sono gli ingredienti che Randy si sforza di tramutare in una Vita Nuova, qualcosa in grado di garantirgli un posto - sia pur mediocre, si veda l’attività di commesso al banco del supermarket - nell’ordine delle cose, un po’ di tranquillità, quella considerazione che nella sua vita ha trovato solo sotto i riflettori del ring con addosso il suo montone. Quello di Randy è un tentativo in extremis di metabolizzare il sogno americano e non è un caso se le bandiere a stelle e strisce lo circondano, tanto nel suo prefabbricato quanto nel furgone che usa per gli spostamenti e occasionalmente - quando gli affitti arretrati eccedono la soglia di tolleranza del padrone di casa - come letto di riserva. E - manco a dirlo - è un tentativo destinato a fallire perché arrivato fuori tempo massimo.

Le parabole narrative si incrociano, si intersecano e si condizionano a vicenda. L’impresa di riannodare i fili del passato con la figlia abbandonata si infrange nel sogno chimico di una notte da collasso culminata nell’amplesso con una ragazzina dell’età di Stephanie. L’impresa di conquistare Pam incontra un fugace momento di fulgore per poi spegnersi repentinamente nelle riserve e nella ritrosia della spogliarellista. Quando questa si decide a tornare indietro sui propri passi, è emblematica la resistenza di Randy. Il tempo è scaduto, ancora una volta. Con i suoi modi solitamente pacati, la flemma che lo ha incoronato idolo dei fan, si congeda da lei seguendo l’unico richiamo che per lui abbia mai contato qualcosa nella vita: la folla, l’euforia della performance, l’adrenalina dello spettacolo. Sarà il suo ultimo combattimento.

The Wrestler potrebbe essere guardato come una storia di moderni cavalieri, samurai o cowboy. Ridotti a fenomeni da baraccone, si prestano al gioco del circo nella reciproca fiducia e con complicità, in un patto solenne di sospensione dell’incredulità con il pubblico. Un elemento, questo, che stimola la riflessione sul parallelo con i mondi sotterranei che un po’ tutti conosciamo: si tratti di fantascienza, di musica country, di tornei di calcio per dilettanti, di club per appassionati di aeromodellismo, siamo tutti invischiati in una logica settoriale che ci costringe a schemi e regole al di fuori della consuetudine diurna. Qualcosa che scombina la routine circadiana, una sensazione che mi è familiare. Finché questi schemi si conciliano con il resto, la vita scorre tranquilla. Ma qualcosa, talvolta, s’incrina… Eppure quanto rispetto stimola il famigerato mondo del wrestling cantato da Joe R. Lansdale, qui evocato da Robert D. Siegel e fotografato con toni autunnali da Maryse Alberti, se messo a confronto con i piccoli e insignificanti dispetti perpetrati in ben più miserevoli guerre di disperati.

Il New Jersey che fa da sfondo alle vicende dell’Ariete mi ha richiamato alla memoria l’altrettanto crepuscolare e decadente terra di sconfitti di Palookaville (1995, regia di Alan Taylor). Colonna sonora da contaminazione psichica, da Axl Rose a Bruce Springsteen. Mickey Rourke torna grandioso superando il livello di caratterizzazione estremo di cui si era rivelato capace in La vendetta di Carter (Get Carter, 2000, con il miglior Sylvester Stallone visto al cinema) e pareggiando i conti con Sin City, con cui Rodriguez ne aveva rilanciato la carriera nel 2005 affidandogli i panni e i cerotti dell’implacabile Marv. Senza il bisogno di passare per la fantascienza, Rourke ci regala adesso un efficace ritratto del reietto e del transumano, contrapponendo la necessaria ridefinizione dei parametri del corpo all’urgenza di una ridefinizione dei ruoli umani e sociali. Tutto sommato, pur nella sua essenzialità quasi canonica (è un film asciutto e quadrato, mutuando il giudizio del compagno Fazarov), Darren Aronofsky non ha perso familiarità né contatto con i territori della visionarietà più spinta e audace a cui ci aveva abituati. E così è riuscito a confezionarci questa piccola perla, distillato di dissipazione, disagio e fatalismo.

Aggiornamento (19-3-2009): due interessanti e - come si suol dire - informate recensioni sono uscite nel frattempo a firma di Blumfeld e Niccolò Carli. Consigliate a chi, come il sottoscritto, è del tutto a digiuno di wrestling. E volesse capirci qualcosa di più.

W-Day!

Posted on Marzo 8th, 2009 in Graffiti, ROSTA | 3 Comments »

Siccome all’origine e alla fine di tutto c’è sempre in qualche modo una donna…

… buona Giornata Internazionale della Donna a tutte le lettrici!

[Le immagini precedenti sono invece a beneficio dei lettori.]

L’algoritmo contaminato di Dario Tonani

Posted on Marzo 6th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Letture, Postumanesimo | 5 Comments »

Dario Tonani non ha bisogno di presentazioni. A mio giudizio, è la voce più originale emersa dalla narrativa di genere negli ultimi anni, senza limitare l’ambito alla fantascienza. Un romanzo hard-boiled incentrato su una droga il cui abuso provoca un’invasione dell’Hinterland milanese da parte di orde di cartoni animati muti è il biglietto da visita della SF italiana del XXI secolo. Paradossale, assurdo, postmoderno, si fondono nelle pagine di Tonani producendo quell’effetto straniante che è il miglior regalo per il lettore in cerca di emozioni forti.

Per chi si è lasciato contaminare dalle visioni del suo straordinario Infect@ giunge finalmente il momento di spiccare un nuovo balzo avanti nel tempo. Non ci sono più i +toon, ma è pur sempre il ritorno a un futuro di macerie e minacce, non tutte di facile definizione. Nel volume L’algoritmo bianco attualmente in edicola trovate due novelle legate tra loro dalla comune ambientazione: il romanzo breve che dà il titolo al libro e una sorta di antefatto, Picta muore!. Virus metalinguistici, collasso ambientale ed estrapolazioni transumaniste sono gli ingredienti della nuova fatica di Tonani, che avrà ripercussioni anche indietro nel tempo, sul seguito di Infect@ in uscita probabilmente per il 2010.

Tonani, che nel frattempo ha aperto anche un suo sito web all’indirizzo www.dariotonani.it, ne ha parlato con Giuseppe Lippi sul blog di Urania. Per i lettori dello Strano Attrattore, invece, riportiamo questo suo intervento in esclusiva. Si intitola La ballata delle consonanti-pallottole e porta allo scoperto l’eco burroughsiana (il linguaggio è un virus ed è capace di uccidere) che ne ha ispirato il lavoro.

Sono convinto che in un domani non lontanissimo l’uomo sarà in grado di uccidere un proprio simile con il linguaggio. E non intendo in senso figurato. Certo, non sarà l’uomo che conosciamo oggi, dovrà intervenire uno “step evolutivo” essenziale: quello dell’uomo transumano. A quel punto, saremo (saranno?) macchine di carne o, a seconda della prospettiva dalla quale si guarda, wetware.
L’algoritmo bianco ruota attorno a questa idea: virus metalinguistici, linguaggi comuni per far dialogare in forma vocale silicio e carbonio, inteso il primo come componente principale dei semiconduttori e il secondo come base della chimica organica.
Pensate a un killer che debba portare a termine la propria commessa: nessun’arma seppure miniaturizata, ma solo il proprio eloquio, una formula verbale, un mantra, una filastrocca… Sarebbe in grado di superare senza alcun problema qualsiasi perquisizione, by-passare sistemi di sicurezza sofisticatissimi, beffare bodyguard armati fino ai denti: certo, non si può escludere che qualche tipo di gingillo elettronico possa individuare i pezzi di un ipotetico strumento d’offesa, ma anche il più potente dei software-segugio vedrebbe appunto solo “p-e-z-z-i” (o se volete, “i-p-z-z-e”). Come una pistola disassemblata in migliaia di parti, viti, molle, sezioni di canna…
Soltanto al momento di uccidere, di premere il grilletto verbale, il killer sarebbe chiamato a ricomporre in frazioni di secondo il puzzle letale. Fantastico! La parola come arma e proiettile nello stesso istante, il tutto e la parte. Quale il frutto e quale il nocciolo? Non sono così anche i sortilegi di maghi e stregoni, sciamani e fattucchiere: parole fatte per maledire, ferire, uccidere? Pronunciate in tutto il loro variopinto corredo di suggestione.
E se qualcuno avesse diffuso un veleno verbale davvero fetente? Circolerebbe come il denaro: impossibile fermarlo. A costo di ritirarlo dal sistema.
Tempi duri per i maledetti…
Ne L’algoritmo bianco, a dire il vero, un antidoto c’è: buona lettura a tutti!

AI in the sky

Posted on Marzo 4th, 2009 in Accelerazionismo, Agitprop, Connettivismo, Futuro, ROSTA, Transizioni | 8 Comments »

“Radar, sensori all’Infrarosso, apparati elettro-ottici, scanner di emissioni formano una sfera intorno all’aereo che tiene tutto sotto controllo. “Assorbe gli impulsi, li elabora, li seleziona e fornisce al pilota solo le informazioni validate, ossia quelle rilevanti e verificate“, spiega il generale Nordio, responsabile del pool che coordina la presenza italiana del progetto. Vede tutto, ma pochi lo possono vedere: è stealth, disegnato in modo da far scivolare le onde radar e con motori che riducono il calore per non mettere in allarme i sensori infrarossi.”

Così lo descrive Gianluca Di Feo nel suo articolo uscito ieri sull’edizione on-line de L’espresso. Si tratta dell’F-35 Lightning II, nato in seno al progetto Joint Strike Fighter (JSF) indetto dall’aeronautica USA e da diverse altre aviazioni NATO per sostituire i caccia di “vecchia” generazione (Tornado, Harrier). Non mi interessa discuterne le caratteristiche tecniche, tanto più considerato che non sono un esperto in materia. Ma l’articolo ha catturato la mia attenzione in un periodo in cui vado documentandomi sull’argomento (molto a rilento, onestamente). Quello che mi ha colpito è il riferimento - piuttosto vago, a dire la verità - all’uso dell’intelligenza artificiale (IA) nel sistema di bordo.

Non so voi, ma dai tempi di Terminator provo un brivido di inquietudine quando il termine viene riferito a progetti militari. Come sosteneva Burroughs ci sono cose che sarebbe meglio se fossero a portata di mano di chiunque, piuttosto che custodite con gelosia dall’esercito. Tra le tante contraddizioni di una civiltà che aspira all’intelligenza artificiale, è innegabile che la guerra sia stata uno dei principali motori dell’avanzamento tecnologico del Novecento. Il progresso ha cavalcato tanto l’onda della guerra calda quanto le ansie della guerra fredda. Ora che la guerra, come dicono gli specialisti, diventa asimmetrica, ecco che nuove tecnologie e nuovi approcci entrano in campo.

Questo è il tempo della guerra netcentrica o, come dicono gli anglofoni, il Network-centric warfare. Assaggi cinematografici ci sono stati concessi negli ultimi anni da Tony e Ridley Scott. E presto l’F-35 potrebbe integrarsi nel sistema solcando i cieli del fronte invisibile della Terza Guerra Mondiale. O forse no: magari per una volta la diplomazia internazionale renderà obsoleti scudi spaziali e caccia-bombardieri di 5ª generazione. Ma come non pensare, con un brivido freddo, che la prima scintilla di intelligenza artificiale possa nascere nello spazio virtuale distribuito di una rete di unità da combattimento? Impossibile resistere alla tentazione di chiedersi cosa penserebbe di noi. Un gioco letterario, forse. Ma se i creatori portano allo stato dell’arte la distruzione e l’annientamento, come potrà essere il capolavoro forgiato dalle loro mani?

Abbiamo tutto il tempo, insomma, di autodistruggerci in tutta tranquillità nella maniera tecnologicamente più sofisticata possibile. Ma Vinge lo aveva già previsto come principale antidoto alla Singolarità.

Benvenuti nella Zona

Posted on Marzo 1st, 2009 in Connettivismo, Kipple | 4 Comments »

Queste foto pubblicate da English Russia sembrerebbero uscite da un documentario girato nella Zona. L’atmosfera, per chi abbia letto i fratelli Boris e Arkadi Strugatzki (lo straordinario Picnic sul ciglio della strada, 1972) oppure abbia visto il film che molto liberamente ne trasse Andrej Tarkovskij nel 1979 (Stalker), replica alla perfezione quel mood, sospeso tra nostalgia e inquietudine, tra angoscia e abbandono. Kipple all’n-sima potenza, insomma, caricato dall’ombra retroattiva di Chernobyl. Invece si tratta di una città russa a 160 km da Mosca, rasa al suolo dalla Wehrmacht durante la Seconda Guerra Mondiale e risorta in epoca sovietica come polo industriale: Tver, già Kalinin (da non confondere con l’enclave di Kaliningrad, che diede i natali a Kant, Hoffman, Goldbach, Kirchhoff, Hilbert e Sommerfeld, tra gli altri). Questo è quello che ne resta (le foto sono di Russos, e sarebbe da tenere d’occhio a patto di masticare un po’ di cirillico…):

 

 

La visione delle foto ha innescato una catena di associazioni mnemoniche, trovandomi da qualche settimana all’opera - molto a singhiozzo - sulla revisione di un «vecchio» racconto ambientato nella Zona. Che, come chi avrà letto Revenant forse ricorderà, è un po’ eco strugatzkiana, un po’ Zona di Esclusione e un po’ Gap.

Codice morto, questo il titolo del racconto, è una storia di zone segregate nello spazio e nella memoria. Ma a volte qualcosa filtra. Come in questo caso: un reportage in un angolo del mondo in cui non si è mai messo piede ci riporta alla mente sensazioni vissute (o solo proiettate) altrove. Codice morto dovrebbe diventare il seguito ideale di Nella Zona, ma al di fuori dell’ambientazione non avrà molto in comune con quello. Piuttosto, sto lavorando per inserirlo in una ideale trilogia incentrata sulla guerra e sulle sue declinazioni: personale (la lotta urbana per la sopravvivenza di Radio Karma, di cui già parlavo), globale (la trasfigurazione di tutte le guerre in Codice morto, contro un nemico invisibile) e cosmica (il primo contatto/scontro con una civiltà aliena in Stazione del tempo, anch’esso attualmente in revisione).

Siccome uno dei privilegi concessi da un blog è proprio la possibilità di parlare dei fatti che ci riguardano, non escludo che ritornerò sull’argomento in un tempo più o meno prossimo. Magari una volta ultimate le messe a punto. Magari anche per parlare ancora di Zone dell’immaginario.

Intanto, salutiamoci con questa sequenza stalkeriana e con una bella citazione fantascientifica.

Credo che il Gap sia costituito da tutti i posti in cui non si è, da tutti i panorami che nessuno vede. Nasce dal silenzio, dall’assenza, da ciò che è cancellato e non letto”.

Michael Marshall Smith - Ricambi (1996)