In giro per la rete a caccia di informazioni sulla produzione di Watchmen mi sono imbattuto in un titolo che ha fatto scattare l’interruttore preposto al riconoscimento di familiarità dei miei circuiti neurali. Si domandava retoricamente: Quis custodiet ipsos creatores? Chi potrà mai aver pensato a un titolo tanto stupido? Uhm…

L’articolo, tra i primi che scrissi per Fantascienza.com, racchiudeva una nota di timore (che ho poi visto confermata in V for Vendetta - so che non tutti concorderanno, ma come la penso io l’ho spiegato a suo tempo) e una di speranza (la soppressione del progetto collegato ai vigilanti in maschera di Alan Moore). La sorte è stata più equa che mai, ripartendo giustamente soddisfazioni e delusioni, e costringendomi a recitare un mea culpa davanti all’eccellente lavoro di David Hayter perché - andiamo - non deve essere stata la cosa più facile del mondo scrivere un copione a prova di Zack Snyder!

I soliti talebani della domenica possono scatenare la loro ormai consueta caccia all’incongruenza e all’irrilevanza, ma ho il sospetto che presa in sé la pellicola dedicata alle maschere di Moore meriterà di essere annoverata tra i futuri punti saldi della cinematografia di questo scorcio di secolo; e messa in relazione con il capolavoro di partenza Watchmen (the movie) riesce a guadagnare pure qualche punto addizionale, in considerazione del rispetto dimostrato nei confronti dello spirito originale della graphic novel. Non potrò certo spiegare io le ragioni del disconoscimento di Moore, crazy diamond del fumetto, ma se trovavo fondata la sua scelta in merito alla mercificazione V for Vendetta mi pare che adesso la sua linea tenda a configurarsi come una strategia di evasione, per evitare di schiacciare in partenza ogni operazione con l’ingombro del proprio nome. In fondo l’unico altro termine di paragone che mi sovviene è con Blade Runner, e all’uscita nelle sale del film di Ridley Scott il buon Dick era già salpato per altri lidi metacosmici.

Se desta qualche perplessità l’attribuzione nei credits della paternità dell’opera esclusivamente a Dave Gibbons (è stato lo stesso Moore a imporre la rimozione assoluta del proprio nome da qualsiasi documento ufficiale riferito al film), d’altro canto si viene subito travolti dal flusso delle immagini e delle note. La sequenza dei titoli è a dir poco travolgente nel suo mescolare ucronia, cronaca e vita privata dei giustizieri mascherati sulle note di Bob Dylan. E quello che viene dopo tocca il culmine ancora una volta nel ricorso alla compressione dell’informazione (illustrata con inimitabile precisione da Franco Ricciardiello a proposito di uno dei suoi racconti più belli, apparsi su Delos qualche epoca fa) ma non solo: mostrare la titanica sagoma azzurra del Dr Manhattan (l’uomo per cui è stata coniata la battuta: “Dio esiste ed è americano”) che svetta sulla giungla del Vietnam, nebulizzando Charlie e aprendo la strada alla Cavalleria dell’Aria verso Hanoi e al presidente Nixon verso il terzo mandato, mentre la musica segue lo spartito ideato da Wagner per la psicoguerra, introduce però un elemento perturbante nella trama dei sogni intessuta da Moore e dipinta da Gibbons. Se esistesse una barriera di protezione contro le cadute accidentali, il punto di non ritorno sul sentiero verso il capolavoro sarebbe questo.

Ed è una delle ragioni per cui dovreste vedere il film [Apocalypse NowBlade Runner sono solo due dei titoli omaggiati da Watchmen (the movie) nell'intreccio dei riferimenti metatestuali e nella precessione dei modelli]. Ce ne sono altre, malgrado (o proprio per via di) tutte le differenze con la graphic novel. E malgrado i difetti, che però in una pellicola di questo tipo avrebbero potuto essere ben più numerosi e peggiori. Quindi, se volete concedervi tre ore di intrattenimento ad altissimo livello tra una lettura di Moore e la successiva, Watchmen è il film che potrebbe fare al caso vostro. Ma ne riparleremo.