Di film sulla parabola discendente dell’eroe (o antieroe, se preferite) e la sua ultima occasione di riscatto sono piene le videoteche di tutto il mondo. Le varianti sul tema spaziano dall’ambientazione militare a quella investigativa, passando per il noir, la commedia e ovviamente lo sport. Inutile stare a snocciolare liste che lasciano un po’ il tempo che trovano, ma in questo filone si inseriscono opere come Space Cowboys (toccante affresco del sogno perduto della frontiera spaziale), Butch Cassidy (ottimo esempio di western crepuscolare firmato da George Roy Hill nel 1969) e Hurricane (il ritratto del pugile Rubin “Hurricane” Carter regalatoci nel 1999 da Norman Jewison e Denzel Washington). E dallo scorso anno al sottogenere dedicato al mondo dello sport è andato ad ascriversi anche l’ultimo, atipico film di Darren Aronofsky. Che ve ne fosse bisogno o meno, una pellicola da guardare e ammirare.

The Wrestler segna una nuova tappa nel percorso di crescita del regista newyorkese (classe 1969). Dopo le suggestioni cabalistiche venate di cyberpunk di Pi - Il teorema del delirio (1998), la spietata trasposizione degli angoscianti affreschi della dipendenza di Hubert Selby Jr. in Requiem for a dream (2000), l’ardimentoso e visionario esperimento fantascientifico di The Fountain - L’albero della vita (2006), ritroviamo Aronofsky alle prese con un nuovo quadro ai margini della società. La telecamera fissa sulle spalle di Randy “The Ram” Robinson (Mickey Rourke) ci introduce nel mondo sotterraneo del wrestling americano, dove lottatori semiprofessionisti si esibiscono davanti a folle di aficionados spartendosi gloria (leggi: pacche sulla spalla) e incassi (magrissimi) in una commedia delle parti di cui sono gli unici artefici. Lo psicopatico della sparapunti, il ribelle punk campione di scorrettezze, il difensore del Profeta e del Suo Verbo contro le insidie degli infedeli: maschere consapevoli del proprio ruolo e del proprio destino, in un teatrino itinerante che si sposta nelle terre del crepuscolo di palestra in palestra, di ring in ring, con i suoi attori pronti al sacrificio per sbarcare il lunario e sempre disponibili per reiterare la magia solidale dello spirito di corpo nelle bevute sfrenate in cui culminano le serate migliori.

Idolo delle folle in un circuito sempre più emarginato dal livello superiore dello showbiz, relegato ormai lontano dalle luci della ribalta, Randy “The Ram” tira avanti nel ricordo della fama trascorsa, vent’anni dopo un mitico incontro che lo elesse campione contro l’odiato arcinemico delle folle americane: l’Ayatollah. Era il 1984, anni di rock vero e di certezze: miserabili, ma pur sempre certezze. I giovani che si avvicinano adesso al mondo delle lotte dimostrano un’ammirazione reverenziale per lui e Randy, consapevole a sua volta del proprio ruolo, non fa nulla per farsi odiare: dispensa consigli, intrattiene i bambini dei vicini in incontri di strada che lo vedono regolarmente sconfitto, e di giorno lavora in un supermercato (o almeno ci prova). Sul ring mette in atto i trucchi del mestiere, esclusivamente a beneficio delle folle, esclusivamente a spese del proprio corpo: si sottopone senza riserve a a ogni forma di violenza, porta lamette tra le bende per procurarsi ferite e non far mancare al ring quel tocco di sangue, affronta impavido il filo spinato degli avversari e si lascia infilzare da punti metallici come se fossero i chiodi della sua crocifissione.

Una crocifissione profana, per un Cristo dei poveri. La sua via crucis si snoda attraverso le palestre e i circoli sociali del New Jersey e della provincia profonda, finché al termine di un incontro più dissipativo del solito il suo cuore ha un cedimento e lo costringe a subire un by-pass. Per i dottori è la fine della sua carriera. Per Randy l’inizio di un bilancio degli anni vissuti, a includere gli affetti perduti (la figlia Stephanie a cui Evan Rachel Wood presta il suo candido distacco pronto a tramutarsi in rabbia impetuosa) e quelli desiderati in bilico tra incertezza e possibilità (Pam/Cassidy interpretata dalla sensuale Marisa Tomei, che si esibisce come spogliarellista nello strip club che offre asilo alle notti dell’Ariete). La solitudine, l’indifferenza del mondo, il senso della sconfitta, la fatica del ritiro, sono gli ingredienti che Randy si sforza di tramutare in una Vita Nuova, qualcosa in grado di garantirgli un posto - sia pur mediocre, si veda l’attività di commesso al banco del supermarket - nell’ordine delle cose, un po’ di tranquillità, quella considerazione che nella sua vita ha trovato solo sotto i riflettori del ring con addosso il suo montone. Quello di Randy è un tentativo in extremis di metabolizzare il sogno americano e non è un caso se le bandiere a stelle e strisce lo circondano, tanto nel suo prefabbricato quanto nel furgone che usa per gli spostamenti e occasionalmente - quando gli affitti arretrati eccedono la soglia di tolleranza del padrone di casa - come letto di riserva. E - manco a dirlo - è un tentativo destinato a fallire perché arrivato fuori tempo massimo.

Le parabole narrative si incrociano, si intersecano e si condizionano a vicenda. L’impresa di riannodare i fili del passato con la figlia abbandonata si infrange nel sogno chimico di una notte da collasso culminata nell’amplesso con una ragazzina dell’età di Stephanie. L’impresa di conquistare Pam incontra un fugace momento di fulgore per poi spegnersi repentinamente nelle riserve e nella ritrosia della spogliarellista. Quando questa si decide a tornare indietro sui propri passi, è emblematica la resistenza di Randy. Il tempo è scaduto, ancora una volta. Con i suoi modi solitamente pacati, la flemma che lo ha incoronato idolo dei fan, si congeda da lei seguendo l’unico richiamo che per lui abbia mai contato qualcosa nella vita: la folla, l’euforia della performance, l’adrenalina dello spettacolo. Sarà il suo ultimo combattimento.

The Wrestler potrebbe essere guardato come una storia di moderni cavalieri, samurai o cowboy. Ridotti a fenomeni da baraccone, si prestano al gioco del circo nella reciproca fiducia e con complicità, in un patto solenne di sospensione dell’incredulità con il pubblico. Un elemento, questo, che stimola la riflessione sul parallelo con i mondi sotterranei che un po’ tutti conosciamo: si tratti di fantascienza, di musica country, di tornei di calcio per dilettanti, di club per appassionati di aeromodellismo, siamo tutti invischiati in una logica settoriale che ci costringe a schemi e regole al di fuori della consuetudine diurna. Qualcosa che scombina la routine circadiana, una sensazione che mi è familiare. Finché questi schemi si conciliano con il resto, la vita scorre tranquilla. Ma qualcosa, talvolta, s’incrina… Eppure quanto rispetto stimola il famigerato mondo del wrestling cantato da Joe R. Lansdale, qui evocato da Robert D. Siegel e fotografato con toni autunnali da Maryse Alberti, se messo a confronto con i piccoli e insignificanti dispetti perpetrati in ben più miserevoli guerre di disperati.

Il New Jersey che fa da sfondo alle vicende dell’Ariete mi ha richiamato alla memoria l’altrettanto crepuscolare e decadente terra di sconfitti di Palookaville (1995, regia di Alan Taylor). Colonna sonora da contaminazione psichica, da Axl Rose a Bruce Springsteen. Mickey Rourke torna grandioso superando il livello di caratterizzazione estremo di cui si era rivelato capace in La vendetta di Carter (Get Carter, 2000, con il miglior Sylvester Stallone visto al cinema) e pareggiando i conti con Sin City, con cui Rodriguez ne aveva rilanciato la carriera nel 2005 affidandogli i panni e i cerotti dell’implacabile Marv. Senza il bisogno di passare per la fantascienza, Rourke ci regala adesso un efficace ritratto del reietto e del transumano, contrapponendo la necessaria ridefinizione dei parametri del corpo all’urgenza di una ridefinizione dei ruoli umani e sociali. Tutto sommato, pur nella sua essenzialità quasi canonica (è un film asciutto e quadrato, mutuando il giudizio del compagno Fazarov), Darren Aronofsky non ha perso familiarità né contatto con i territori della visionarietà più spinta e audace a cui ci aveva abituati. E così è riuscito a confezionarci questa piccola perla, distillato di dissipazione, disagio e fatalismo.

Aggiornamento (19-3-2009): due interessanti e - come si suol dire - informate recensioni sono uscite nel frattempo a firma di Blumfeld e Niccolò Carli. Consigliate a chi, come il sottoscritto, è del tutto a digiuno di wrestling. E volesse capirci qualcosa di più.