Queste foto pubblicate da English Russia sembrerebbero uscite da un documentario girato nella Zona. L’atmosfera, per chi abbia letto i fratelli Boris e Arkadi Strugatzki (lo straordinario Picnic sul ciglio della strada, 1972) oppure abbia visto il film che molto liberamente ne trasse Andrej Tarkovskij nel 1979 (Stalker), replica alla perfezione quel mood, sospeso tra nostalgia e inquietudine, tra angoscia e abbandono. Kipple all’n-sima potenza, insomma, caricato dall’ombra retroattiva di Chernobyl. Invece si tratta di una città russa a 160 km da Mosca, rasa al suolo dalla Wehrmacht durante la Seconda Guerra Mondiale e risorta in epoca sovietica come polo industriale: Tver, già Kalinin (da non confondere con l’enclave di Kaliningrad, che diede i natali a Kant, Hoffman, Goldbach, Kirchhoff, Hilbert e Sommerfeld, tra gli altri). Questo è quello che ne resta (le foto sono di Russos, e sarebbe da tenere d’occhio a patto di masticare un po’ di cirillico…):

 

 

La visione delle foto ha innescato una catena di associazioni mnemoniche, trovandomi da qualche settimana all’opera - molto a singhiozzo - sulla revisione di un «vecchio» racconto ambientato nella Zona. Che, come chi avrà letto Revenant forse ricorderà, è un po’ eco strugatzkiana, un po’ Zona di Esclusione e un po’ Gap.

Codice morto, questo il titolo del racconto, è una storia di zone segregate nello spazio e nella memoria. Ma a volte qualcosa filtra. Come in questo caso: un reportage in un angolo del mondo in cui non si è mai messo piede ci riporta alla mente sensazioni vissute (o solo proiettate) altrove. Codice morto dovrebbe diventare il seguito ideale di Nella Zona, ma al di fuori dell’ambientazione non avrà molto in comune con quello. Piuttosto, sto lavorando per inserirlo in una ideale trilogia incentrata sulla guerra e sulle sue declinazioni: personale (la lotta urbana per la sopravvivenza di Radio Karma, di cui già parlavo), globale (la trasfigurazione di tutte le guerre in Codice morto, contro un nemico invisibile) e cosmica (il primo contatto/scontro con una civiltà aliena in Stazione del tempo, anch’esso attualmente in revisione).

Siccome uno dei privilegi concessi da un blog è proprio la possibilità di parlare dei fatti che ci riguardano, non escludo che ritornerò sull’argomento in un tempo più o meno prossimo. Magari una volta ultimate le messe a punto. Magari anche per parlare ancora di Zone dell’immaginario.

Intanto, salutiamoci con questa sequenza stalkeriana e con una bella citazione fantascientifica.

Credo che il Gap sia costituito da tutti i posti in cui non si è, da tutti i panorami che nessuno vede. Nasce dal silenzio, dall’assenza, da ciò che è cancellato e non letto”.

Michael Marshall Smith - Ricambi (1996)